Fantasmi
Vado di fretta cancellando tracce e minimizzando segnali. Quelli ci sono tutti: una sporta ricolma di dubbi incertezze negatività. Mi ci rintano e sento a mio agio. Il bicchiere è mezzo vuoto, e quel mezzo è una virtualità inoculata per endovena mediatica. Poche informazioni e ancor meno volontà. Una decente battaglia civile dovrebbe accaparrarsi la medaglia di Minimo Sentore Pubblico.
Il bicchiere è solo vuoto.
Difficile districarsi tra i meandri delle falsità sbolognate. Sono cazzi nostri, su questo, almeno, non ho dubbi. Ma gli anni passano e fatico a cogliere le divergenze. Anni 50, anni 60, anni 70. Qualche affronto in più qua, qualche assassinio in meno là. Ma non c'è una gran differenza. Stiamo scivolando. Sto scivolando. E l'atrocità che ferisce non sono tanto le violenze istituzionali continue o le menzogne sputacchiate su ogni antenna svettante.
È il mio ruolo.
È questa la vera differenza tra un popolo che ancora muove dei passi verso una direzione, qualsiasi essa possa essere, e un altro che rintuzza le gambe, rintana le voglie, amputa le aspettative. Viviamo tempi talmente bacati che anche una parola come popolo raccoglie negatività o positività, basta lasciarla lambire uno schieramento o l'altro.
Il mio non è più un ruolo, è piuttosto un'inerzia silenziosa. Un osservare esterrefatto. Mi chiedo chi sono e non ho più una risposta. Mi chiedo dove dovrei andare e non ho più una risposta. Mi chiedo perché e non ho neanche il coraggio di sapere se una Risposta possa esistere o meno.
Quel che manca è una scintilla, un desiderio, un varco. Manca questo, lo vorrei, se non altro per abbandonarmi tra le spire di un'illusione. Manca e ne ho paura, perché il divario tra una potenzialità costruttiva e il baratro nichilista è talmente esile da sfuggire a ogni radar autoconservativo.
Il mio è un ruolo da sconfitto e accerchiato. Poche munizioni, orde di nemici ululanti. E nessuna via di fuga. È una sceneggiatura già vista e vissuta. Non resta che chiamare una pausa e urlare sul copione. Ma il regista è altrove. Non ha un volto né la sedia firmata. Oppure ha volto, sedia e posizione sociale, ma è così sordo e inarrivabile da non fare una vera differenza.
In fondo, la democrazia è un patinato e attraente gioco di prestigio. Un fuorviante significato. Ha fallito. Sta fallendo, e non offre vie di uscita. Il sogno illuminista è un solleticante idealismo per fanatici della teorizzazione. Il quotidiano pragmatismo sa come debellare teorie e scardinare teoremi. Il nostro sogno democratico ha fallito. E lo ha fatto ovunque. Il potere del popolo è una declamazione altisonante priva di realismo.
No, non è la soluzione e lo sta dimostrando. I segnali sono ovunque.
E io non posso ricamarmici un ruolo per un motivo così semplice da essere banale: ho bisogno di Risposte e la Realtà attorno non può fornirmele.
Vado di fretta cancellando tracce e minimizzando segnali. Quelli ci sono tutti: una sporta ricolma di dubbi incertezze negatività. Mi ci rintano e sento a mio agio. Il bicchiere è mezzo vuoto, e quel mezzo è una virtualità inoculata per endovena mediatica. Poche informazioni e ancor meno volontà. Una decente battaglia civile dovrebbe accaparrarsi la medaglia di Minimo Sentore Pubblico.
Il bicchiere è solo vuoto.
Difficile districarsi tra i meandri delle falsità sbolognate. Sono cazzi nostri, su questo, almeno, non ho dubbi. Ma gli anni passano e fatico a cogliere le divergenze. Anni 50, anni 60, anni 70. Qualche affronto in più qua, qualche assassinio in meno là. Ma non c'è una gran differenza. Stiamo scivolando. Sto scivolando. E l'atrocità che ferisce non sono tanto le violenze istituzionali continue o le menzogne sputacchiate su ogni antenna svettante.
È il mio ruolo.
È questa la vera differenza tra un popolo che ancora muove dei passi verso una direzione, qualsiasi essa possa essere, e un altro che rintuzza le gambe, rintana le voglie, amputa le aspettative. Viviamo tempi talmente bacati che anche una parola come popolo raccoglie negatività o positività, basta lasciarla lambire uno schieramento o l'altro.
Il mio non è più un ruolo, è piuttosto un'inerzia silenziosa. Un osservare esterrefatto. Mi chiedo chi sono e non ho più una risposta. Mi chiedo dove dovrei andare e non ho più una risposta. Mi chiedo perché e non ho neanche il coraggio di sapere se una Risposta possa esistere o meno.
Quel che manca è una scintilla, un desiderio, un varco. Manca questo, lo vorrei, se non altro per abbandonarmi tra le spire di un'illusione. Manca e ne ho paura, perché il divario tra una potenzialità costruttiva e il baratro nichilista è talmente esile da sfuggire a ogni radar autoconservativo.
Il mio è un ruolo da sconfitto e accerchiato. Poche munizioni, orde di nemici ululanti. E nessuna via di fuga. È una sceneggiatura già vista e vissuta. Non resta che chiamare una pausa e urlare sul copione. Ma il regista è altrove. Non ha un volto né la sedia firmata. Oppure ha volto, sedia e posizione sociale, ma è così sordo e inarrivabile da non fare una vera differenza.
In fondo, la democrazia è un patinato e attraente gioco di prestigio. Un fuorviante significato. Ha fallito. Sta fallendo, e non offre vie di uscita. Il sogno illuminista è un solleticante idealismo per fanatici della teorizzazione. Il quotidiano pragmatismo sa come debellare teorie e scardinare teoremi. Il nostro sogno democratico ha fallito. E lo ha fatto ovunque. Il potere del popolo è una declamazione altisonante priva di realismo.
No, non è la soluzione e lo sta dimostrando. I segnali sono ovunque.
E io non posso ricamarmici un ruolo per un motivo così semplice da essere banale: ho bisogno di Risposte e la Realtà attorno non può fornirmele.

