Dolce
Saliamo lentamente.
La donna ha un paniere dai forti odori, di natura buona. Urta gli scalini, il rumore resta appeso ai nostri respiri che si fanno più pesanti a ogni passo. Per ogni urto riserva uno sguardo a ciò che trasporta, a sincerarsi della sua resistenza, come a riprova della bontà del proprio lavoro. C’è molto buio, di quel buio dove i piedi faticano a trovare un appoggio certo. Il loro è l'incedere deciso dell’abitudine, il mio ha il fragore inopportuno dell’essere troppo maldestro.
– Ecco, questa è la mia casa
– Sembra una buona casa
– È un tetto, e delle mura
– E tanta pace
– La pace è solo un traguardo da augurarsi
– Lei sembra averlo raggiunto
– È il genere di meta cui mai si giunge
– Non pare improbabile arrivarci
– Un tempo ho persino creduto di poterlo fare. Sono passati troppi anni, da allora
– Sono ancora in cerca, per quanto mi riguarda. Forse attendo ai limiti di un sospetto, che inizia a farsi largo
– Si, ha i respiri troncati dell'attesa ansiosa, e le mani mai ferme della speranza disattesa
– Ho quasi timore dei suoi occhi, delle sue paure
– Perché? Non c'è volontà di offesa
– È la paura di non poterle nascondere ciò che non vorrei far leggere
– Nessuno può farlo, nessuno può nascondersi, ma abbiamo rinunciato alla lettura reciproca
– Sapessimo leggerci, forse, sapremmo raggiungere la pace
– Cercare la pace è inutile, farlo dà l’illusione della chimera a basso costo
– Eppure ha il sorriso dei buoni propositi
– I propositi hanno la sventura del tempo a perdere
– Il tempo è un avversario scomodo
– Ma leale. Va bene il caffè?
– Leale? forse. Va benissimo.
Apre dei cassetti, si allontana con gli occhi svelti degli spazi conosciuti. Con me resta l’irrequietezza di una verità non compresa. Forse ho la bocca aperta, forse degli occhi troppo espressivi, sarà per questo che Rebecca sorride. È seduta al mio fianco, si toglie dei capelli dalla fronte, sospira e poggia le mani sul tavolo. Le tiene unite osservandole, come a sincerarsi che siano ancora le stesse dei suoi giorni passati.
C'è silenzio.
Tra i nostri sospiri si incunea il rumore del caffè in arrivo, con il suo odore così piacevole e così fuori luogo. Tre tazzine, una zuccheriera un po' troppo sporca e tè preparato chissà quando. Chiudo gli occhi, gustando i rumori lenti che si succedono.
Quando torno ad aprirli due sguardi curiosi mi sorridono. Sorrido anche io.
Restiamo a sedere, nonostante il caffè sia finito. Restiamo come in attesa, come un rituale consumato per esaudire un desiderio, per confermare una speranza, per esorcizzare una paura.
– Meglio che pulisca
– Grazie. È uno dei migliori caffè che abbia mai bevuto
– Non deve ringraziarmi, è un tempo prezioso quello che ci ha donato
Rebecca ha di nuovo le mani sul tavolo. Gioca con dei granelli di zucchero caparbiamente rimasti sulla tovaglia. Sposta l'indice, premendoci sopra, obbligandoli tra le pieghe della pelle, tenendoli con sé, per portarli dove, non saprei. E cresce il desiderio di essere uno di quei granelli, per la fortuna di poter conoscere la sua pelle. Scorge il mio sguardo e sorride.
– Non mi piace una tavola sporca
– Lo zucchero sa essere fastidioso
– Come tutto ciò che non si desidera, ma si ostina a restare
– Succede con tutto, tranne che con chi vorremmo restasse
– Venga con me
Ho bisogno di un po' di tempo per capire che ha preso la mia mano. Sta tirandomi verso le stanze. La sua è una presa calda, non troppo grande, ma decisa.
Mi lascio guidare.
Saliamo lentamente.
La donna ha un paniere dai forti odori, di natura buona. Urta gli scalini, il rumore resta appeso ai nostri respiri che si fanno più pesanti a ogni passo. Per ogni urto riserva uno sguardo a ciò che trasporta, a sincerarsi della sua resistenza, come a riprova della bontà del proprio lavoro. C’è molto buio, di quel buio dove i piedi faticano a trovare un appoggio certo. Il loro è l'incedere deciso dell’abitudine, il mio ha il fragore inopportuno dell’essere troppo maldestro.
– Ecco, questa è la mia casa
– Sembra una buona casa
– È un tetto, e delle mura
– E tanta pace
– La pace è solo un traguardo da augurarsi
– Lei sembra averlo raggiunto
– È il genere di meta cui mai si giunge
– Non pare improbabile arrivarci
– Un tempo ho persino creduto di poterlo fare. Sono passati troppi anni, da allora
– Sono ancora in cerca, per quanto mi riguarda. Forse attendo ai limiti di un sospetto, che inizia a farsi largo
– Si, ha i respiri troncati dell'attesa ansiosa, e le mani mai ferme della speranza disattesa
– Ho quasi timore dei suoi occhi, delle sue paure
– Perché? Non c'è volontà di offesa
– È la paura di non poterle nascondere ciò che non vorrei far leggere
– Nessuno può farlo, nessuno può nascondersi, ma abbiamo rinunciato alla lettura reciproca
– Sapessimo leggerci, forse, sapremmo raggiungere la pace
– Cercare la pace è inutile, farlo dà l’illusione della chimera a basso costo
– Eppure ha il sorriso dei buoni propositi
– I propositi hanno la sventura del tempo a perdere
– Il tempo è un avversario scomodo
– Ma leale. Va bene il caffè?
– Leale? forse. Va benissimo.
Apre dei cassetti, si allontana con gli occhi svelti degli spazi conosciuti. Con me resta l’irrequietezza di una verità non compresa. Forse ho la bocca aperta, forse degli occhi troppo espressivi, sarà per questo che Rebecca sorride. È seduta al mio fianco, si toglie dei capelli dalla fronte, sospira e poggia le mani sul tavolo. Le tiene unite osservandole, come a sincerarsi che siano ancora le stesse dei suoi giorni passati.
C'è silenzio.
Tra i nostri sospiri si incunea il rumore del caffè in arrivo, con il suo odore così piacevole e così fuori luogo. Tre tazzine, una zuccheriera un po' troppo sporca e tè preparato chissà quando. Chiudo gli occhi, gustando i rumori lenti che si succedono.
Quando torno ad aprirli due sguardi curiosi mi sorridono. Sorrido anche io.
Restiamo a sedere, nonostante il caffè sia finito. Restiamo come in attesa, come un rituale consumato per esaudire un desiderio, per confermare una speranza, per esorcizzare una paura.
– Meglio che pulisca
– Grazie. È uno dei migliori caffè che abbia mai bevuto
– Non deve ringraziarmi, è un tempo prezioso quello che ci ha donato
Rebecca ha di nuovo le mani sul tavolo. Gioca con dei granelli di zucchero caparbiamente rimasti sulla tovaglia. Sposta l'indice, premendoci sopra, obbligandoli tra le pieghe della pelle, tenendoli con sé, per portarli dove, non saprei. E cresce il desiderio di essere uno di quei granelli, per la fortuna di poter conoscere la sua pelle. Scorge il mio sguardo e sorride.
– Non mi piace una tavola sporca
– Lo zucchero sa essere fastidioso
– Come tutto ciò che non si desidera, ma si ostina a restare
– Succede con tutto, tranne che con chi vorremmo restasse
– Venga con me
Ho bisogno di un po' di tempo per capire che ha preso la mia mano. Sta tirandomi verso le stanze. La sua è una presa calda, non troppo grande, ma decisa.
Mi lascio guidare.
