venerdì, 31 ottobre 2008
III

Gianni è un addensato di preoccupazioni urticanti. Spunta la rassegnazione e la perdita dei capelli, uno stillicidio pilifero quotidiano. Si chiede quanto ancora potranno resistere abbarbicati al cuoio capelluto. Un anno, due? Consuma i giorni nel raccoglierli, fili colorati ormai defunti. Gioca i minuti e allinea sul tavolo capelli persi. Hanno la tensione dentro e le pieghe che un dna capriccioso ha configurato per loro. Il segno tangibile della maturità. Ogni capello è un passo inciso nel futuro e un ricordo da dover immagazzinare. – È il tempo che scorre e non puoi farci niente –. Ricorda questa risposta, ma non l'attimo o il luogo o i volti. Le parole sono sue, ma la scenografia, gli interpreti, sono copioni persi o cancellati e mai ricordati. Sceneggiatura obsoleta e incongruente. – È il tempo che scorre e non puoi farci niente –. Gianni ha pronunciato di nuovo queste parole in uno specchio di luce del mattino. Identiche parole per un identico copione, ma di una pellicola per un unico interprete, egli stesso, vittima e carnefice. Una monografia silenziosa che intinge l'inchiostro nella certezza di una sconfitta.

– Dai, Gianni. Dicci che sapore ha
– Dai, che siamo curiosi
– Tu che sei un intenditore sopraffino
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martedì, 28 ottobre 2008
II

La partenza di Gianni ha l'acidità di stomaco di un virus chiamato fortuna. La stessa fortuna del piccolo paese dove ha deciso di respirare la propria esistenza e giocare i propri passi. Gli input di Gianni sono zolle colorate di marrone a varia caratura e una falsa campagna che distribuisce allegramente pesticidi per le generazioni future. Sul tavolo di legno disegna un'autobiografia tracciandola con un indice screziato di tramontana. Una verità compressa in pochi capoversi: una periferia di una provincia ancora più periferica può regalare solo un simulacro di esistenza e il suo essere è da sempre una proiezione di sogni mai confessati.
C'è un odore violento di frittura andata e grida di piatti impilati. Lo Sconvolto si inabissa nelle cucine con il ghigno soddisfatto di una cassa rigonfia. Una coppia ha pagato il conto e si avvia all'uscita. Il loro è un sentimento ancora vivo, intrecciato di mani e dita, un sentimento che può essere tutto o niente. Per Gianni è un dolore che ritorna senza chiedere il permesso. Enzo è là con loro, come sempre. Come la sua faccia. Come la sua voce. Come le sue battute:

– Dai, Gianni. Raccontaci com'è fatta
– Scommetto che le hai fotografate tutte
– Sì, per stamparle e riguardarle ogni notte
Ordito da: Comparsa alle ore 07:53 | Permalink | commenti (3)
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venerdì, 24 ottobre 2008
I - Sul presente. Di sera

A Gianni la vita non è mai davvero iniziata. È finita sulle pareti di un locale di terz'ordine tra birra calda e battute scontate. Ha l'età in cui meglio attecchiscono i dubbi e le certezze diventano chiazze fumose che scompaiono alla vista. Gianni è a cavalcioni di una fottuta tipica sera da dimenticare in partenza. Una di quelle sere dove il rancore rappreso si appiccica alla pelle e non si schioda più. È il momento dove la concezione del sé diventa un maledetto peso con cui fare i conti e quel peso sta appresso alla sua anima come pulci in calore. Gianni ha appena finito la pizza e conta cinque capelli persi sul tavolo. Ha l'aria stanca e le rughe in vista. Poggia gli occhi per la centesima volta alle pareti, dove si impolverano vecchi poster di trent'anni. Gianni è entrato in pizzeria con gli amici, come Antonio, che ha salutato il cielo con un rutto e si è messo a sghignazzare. È proprio una stronza sera da abbandonare al passato, travestita da falsa partenza, come la fine di un inizio. Gianni ha un nome per tutto questo, un nome semplice e neanche tanto corto. Lo ripete tra i denti stretti, come un mantra: – È solo disperazione, che vuoi di più? –.
Ordito da: Comparsa alle ore 19:46 | Permalink | commenti (4)
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mercoledì, 15 ottobre 2008
Scontorno

Ho un sacco di parole, ma senza il coraggio di mostrarle. D'altronde, navigo a vista, con l'aggravante della cecità. Conteggio i giorni annusando l'aria. Un segugio sulle tracce del cinismo. A volte riesco persino a rendermi conto: rendermi conto di potermi rendere conto. È un po' tutto confuso, mischiato. Molto fuzzy, che complica un casino, perché fotte col ricordo. Fottere così non è Bene: c'è poco movimento e l'amplesso sfugge quasi sempre. Senza contare le corna del partner, in perenne ricerca di un Altro.
Lo ricordo perfettamente, anni fa decisi di diventare, da grande, Molto Interessante.
Poi ho smesso, soprattutto per incuria. E anche perché, in fondo, essere interessanti rende la vita poco interessante. Sembra un gioco di parole, e il bello è che lo è: molto Gioco, parecchio Parole. Però ho tritato ogni sentimento. Tritato, cotto e decorato a polpette. Le ho date in pasto ai cani. Stanno ancora cercando di smettere di piangere. Ecco, polpetta è molto consono, certo attinente, sicuramente coerente. E visto che con coerenza ho litigato da piccolo, be', mi pare un ottimo punto di partenza.
Se solo avessi voglia di (ri)partire.
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