domenica, 27 luglio 2008
Adesso e dintorni

Si vive meglio senza speranze. E la cultura uccide, crea mostri, distrugge entità.
Vedi? Costruisco epitaffi per idee morte. Avrei voglia di un caffè, soggiogare gli ultimi vagiti di sonnolenza e stiracchiarmi con te davanti al mare, chiunque tu sia.
Bionda o bruna, non ha importanza, purché tu stia zitta e tu sappia guardarmi negli occhi.
Perché avere speranze? Ti chiedo perché non averne. Mi chiedi un logo. Ti rispondo: – Una croce –. La speranza di una vita oltre la non vita. Che baggianata.
Ci sono giorni in cui fisso la tv. Spenta. È la cosa migliore che riesca a fare in questo periodo. Ho altre frecce molto poco acuminate, ma stanno altrove e la faretra l'ho dimenticata in un bric-a-brac di un'estate a perdere.
Un Wahalallah personale. Nella credenza in soffitta ho chiuso cinque sentenze e tre ricordi. Nessun indirizzo, nessun destinatario. Nessuna speranza. Chi vorrebbe averne? Appiccicarle al fianco come cartucce sdentate. Non fa per me. Disarmato di volontà, sprovvisto di combattività.
Comici indignati, politici indignati, inceneritori indignati, cani randagi indignati.
La cultura uccide, sì. L'illusione di una redenzione collettiva del sapere. Nessuna emancipazione possibile. Più cultura è più animale. Le bestie che siamo, quello che sentiamo, quello che vomitiamo.
Nel mentre, la malinconia si appiccica addosso come un caramello che raschia la gola. C'è un eterno segreto, mai sconfitto. Una puntura primordiale che detronizza alla nascita. La paura del non confessato, come un insanabile debito di certi paesi del terzo mondo, dalla sfiga condivisa tra essere postcomunisti e postdetentori di ex ricchi giacimenti petroliferi. Non è mai confessato e non lo confesserò, più per pudore che per rispetto. Così poco tempo per salvare l'anima, ma chi vuole davvero farlo? Ti parlo del più e del meno. Semplici operazioni aritmetiche di sopravvivenza quotidiana. Ci smieliamo addosso senza saper che fare. Non so davvero che fare. È un tram che ha perduto l'itinerario e scordato la partenza. Sogno autobus in retromarcia che scaricano gente, senza farne salire mai. Autobus autogeneranti, bigliettai che regalano biglietti, resti che i clienti danno al conducente.
Sono giorni appuntiti. Da drizzare la schiena o affogare in una fuga. Non c'è mai stata politica. È il nichilismo della conoscenza, l'autodistruzione dell'intelligenza. Ma sono giorni così, appuntiti, come ho detto. Spartiacque decisionali. Non credo possa più essere appartenenza, scelta, o chissà quale eufemismo di passaggio. Sono i giorni in cui schierarsi. C'è da essere, o non essere.
Io essere.
Per quello che può essere.
Ordito da: Comparsa alle ore 08:48 | Permalink | commenti (8)
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