giovedì, 10 aprile 2008
Desideri

Scrivo con la mattina nel petto. Girano preoccupazioni villane e i volti sono bui, cupi e tenebrosi come nella migliore popolana tradizione.
Non è che sia sparito, ho sostituito una fragranza letteraria con dei macigni finanziari. I volti dei direttori di banca sono schermi panoramici a 32 bit. Tanti colori e spesse fregature.
Non ho ancora deciso se dichiararmi vissuto, vegetativo o morto stecchito. I giorni passano perché devono passare, non sanno fare altro. Io indugio in tutto. Sono un professionista dell'indugiare. Barcollo, tentenno, inciampo. E non ne faccio di niente. Salvo decidere all'ultimo adagiandomi sulle coccole di una folcloristica cabala.
Fuori è tutto nella norma. I vicini cazzeggiano e usurpano. Gli attorno perculeggiano e sfruttano. I consociati accumulano e digrignano. I plebei rinculano e accusano il colpo.
Politica è una vertigine fuligginosa. Torbida e setolosa. Guardo e ascolto e leggo i volti dei diversi identici. Candidati, giornalisti, portastecchini e portasega. È tutto così chiaro, limpido, netto. I tasselli di storia dovrebbero insegnare, ma loro non parlano, si avviliscono, tremano e tornano alla propria casella. Il 1910. Il 1895. Il 1920.
Cento anni e non sentirli. Infatti nessuno li ascolta.
Ho consumato tempo e voglia di scrivere. Ho consumato voglie e possibilità carnali. Ho consumato due birre e neanche un gin tonic. Sono una mezza sega, non ho mai retto l'alcool e gli Abba. Troppo biondi e troppo nordeuropei. Sia chiaro, la mia è tutta invidia. Ma ho aggiornato OS X e mi sono circondato di strumentini coloratini. Piccolini e carichi di beep. Hanno nomi altisonanti, codici riservati e un utilizzo da mistico digitale che ancora sfugge alla mia comprensione. Sono serviti a raccogliere polvere su più scaffali e ad aumentare la felicità dei bancari di cui sopra.
Tutto sommato non è cambiato molto: ho voglia di mutare vita, di chiedere asilo politico in Norvegia e di scopare come un assatanato. Tutti validi desideri, da soddisfare non rigorosamente nell'ordine.
Ho ancora la mattina sulle dita, anche se la bastarda tenta di scivolarsene via. Ho una pila di lastre da addomesticare e una Heidelberg da lasciar correre libera.
C'è vento, è un tempo del cazzo e quella fottuta sensazione di caduta libera non vuole saperne di mollare la presa. Tra poco sarà di nuovo estate e io non sarò pronto a riceverla come si deve: con i fiori sulla pelle e le racchettine rosse tra i piedi.
Ma la Fiat vende, le tasse tassano e i precari smadonnano. C'è vita su marte?
Ordito da: Comparsa alle ore 08:53 | Permalink | commenti (30)
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