Destini e Salmastro
La costa ligure è come un dolore che affoga in un mare irritato. Mostra indecente le ferite di un calpestio frenetico, di un opportunismo affaristico. Penso a questo mentre tengo a bada l'ultima scossa di brividi, con le mani appiccicose e le dita che tremano sul volante. La meteorologia è una fregatura. C'è il sole, e allora? È il 15 agosto e fa freddo, anche in auto. Fuori è una sfrontata esibizione di facciate di case tutte uguali, gialle e bianche, bianche e gialle. Guido e incarno il germe della sconfitta. Sono un ex uomo, senza senso, né traguardi. Ho voglia di pioggia battente. Ho bisogno di lavare dolore e passato, ma non c'è sapone così forte.
Io e Simona siamo in direzione frontiera. Lei canticchia piano e cambia un cd dietro l'altro. Tanta musica, nessuna musica. Non sarà la nostra colonna sonora perché non ci sarà mai un noi. L'umore è tetro e non potrebbe essere altrimenti. Erica non c'è più, Erica dai tre anni e mezzo. Il tempo è un fattore smagliato, una dimensione rintuzzata. Simona dice che sono stupidaggini, che dovrei lasciarmi andare, baciarla e fare l'amore, qualunque cosa pur di smettere di pensare. Alza il volume, una musica da strapazzo per una strada come un'altra: è l'Aurelia, con il passato che addenta i pneumatici e strappa lo sterzo. Curve, pini solitari, mare adombrato e roccia scavata. Paesi come tagli sanguinanti. È una fottuta striscia asfaltata di consumismo, rubata a monti e nuvole. Simona chiede qualcosa, neanche l'ascolto. Accelero in curva. Le gomme perdono la presa, ma è solo un attimo.
Non so se Genova sia una città come le altre. A me è piaciuta, per quello che posso aver conosciuto. Forse dovrei abbandonarmi all'odio, quello spesso, che attanaglia il corpo mangiando fegato e bile. Ma non riesco a odiarti, non ce la faccio proprio, né tu, Genova, né Rita, che è una ragazza come tante. La mia ragazza. Io e Rita eravamo a Genova quando è successo. La città succhia il mare come una ferita aperta. Sembra bere un sangue quotidiano, fatto di reti, moli in rovina e pezzi di porto che nascondono la propria storia. Ha tante facce. Alcune sono i volti di un corridoio di immigrati in attesa. Altre gli sbadigli assonnati di scooteristi di fretta. Altre ancora di giornalai scontenti che non sanno rispondere a semplici domande. Genova è un iPod carico di un vecchio De André, sparato alle 7 e mezza di mattina, circondato da un traffico insolente. Ho conosciuto due librerie e un ospedale.
Simona dice di dimenticare: – Cavalca l'odio e dimentica –. Ma come si fa a dimenticare un futuro spezzato? Una vita neanche iniziata?
Il Gaslini è un pronto soccorso come tanti, forse più comodo, e con tanto verde. In quel verde ho sostato e parlato e letto. È un ampio giardino che è un quasi parco. È cresciuto per nascondere il dolore delle stanze e degli avvolgibili perennemente alzati, e per celare il ronzio dell'aria condizionata che intima di non aprire le finestre. Adesso che ci penso, da fuori le grida dei neonati non trasudano. Sarei potuto restare nel parco per giorni senza udirle o riconoscerle. Non è rimasto neanche quello, neanche il suono di una piccola vita che se ne va, tra una tragedia familiare e le auto in cerca di parcheggio a pochi euro al giorno. Non ricordo dove ho dimenticato il libro. Un libro qualsiasi, di un'edicola qualsiasi. Fatto di pagine qualsiasi e di parole e frasi fatte. Ricordo la melodia del cellulare e le due parole che Rita è riuscita a singhiozzare. Nient'altro.
Simona indossa un paio di pantaloni bianchi attillati. Gli uomini si voltano a guardarla e lei sorride. L'ho incontrata a Savona, in quel budello di cemento e asfalto che si incrocia, si annusa, si confonde. La gente neanche ti guarda in volto. Un cenno e via. Le auto infilzano le facciate dei palazzi. Lo squallore della caparbietà economica, della sfrontatezza spregiudicata. Siamo partiti senza un cenno, senza un addio alle piazze, ai manifesti pubblicitari, ai cartelli stradali. Non resta molto di questo paesone proclamatosi città. Pochi saluti, un bar, e le ferite rumorose di abitazioni che si rubano il cielo a vicenda. Simona è una quasi-storia di chat. Molte parole, tanti sorrisi. Un incontro e neanche un abbracciarsi, neanche uno stringersi. Pomeriggi consumati davanti a uno schermo. Condensare le voglie in poche battute digitate è un gioco al massacro. Troppo facile perdere. Si perde comunque, sempre. Nessuna consumazione a base carnale. Neanche l'attenuante di una voglia passeggera bruciata in un'ora di sesso rubato. Simona ha un sorriso che avvolge e troppo sentimento da offrire. Non ha mai funzionato. Ha chiesto molte volte il perché. Non ho mai saputo cosa risponderle. Non c'è risposta, è così e basta. Lo fece anche in auto, nell'unico incontro che decidemmo di avere prima di oggi:
– Perché no?
– È così
– Non ti piaccio?
– È più sottile
– In che senso?
– Come due onde che si inseguono, senza incontrarsi
– Vorrei abbracciarti
– Culliamoci la distanza. Ci sarà tempo per il calore, se dovrà essere
Quel giorno non riuscii a guardarla negli occhi. Non ce la feci allora, non ce la faccio adesso. Lo stesso rifiuto e la stessa mia codardia. Oggi devo fuggire e basta. Sono un sentimentale. È un po' meglio che essere stupidi, ma molto peggio che essere freddi e bastardi. Ho aspettato il suo respiro. Ne ha impiegato di tempo per rallentarlo. La tensione scivola sul sedile e sulla pelle, cacciata via con l'aria ingoiata. Cara Simona, abbiamo tutti qualcuno da cui emanciparci. Come i grigi di una stretta viuzza, di un carruggio impertinente, se solo questa non fosse Savona, ma di nuovo Genova. Siamo fuggiti sulla costa, su quell'Aurelia così imponente. Una strada che è come una puttana. Si vende al mare e a turisti indecenti e accalcati. Non ho visto spiagge, ma ombrelloni, gomme, gas di scarico e indifferenza. E nemmeno un parcheggio. Che strano dover fingere una forza mai posseduta. Ho ricacciato lacrime e ingoiato tristezza. Simona ha sorriso e rincuorato. Ma è una recita, una finzione. Lei è qui per uno scopo, che non è il mio. Non riusciamo a comunicare e me ne chiedo il motivo. Forse nessuno ci riesce davvero. Scatole di carne mai senziente. Supponiamo una coscienza, l'intelligenza di comprendere. Non sappiamo niente di noi stessi, come sperare di conoscere gli altri? Parliamo senza comunicare. Ci siamo giocati molti chilometri di strada. Sono stanco, ma non posso confessarlo. Mi sento uno schifo, per un poco ho abbandonato il mio dramma personale, il motivo del mio correre, dimenticando tutto l'accaduto, ma è stato un attimo. Simona ha un profumo pungente. Ha saturato l'abitacolo comprimendo il mio, lasciandomi in disparte. È ancora ferragosto. Ho ancora un freddo boia. La gente è impazzita. Non c'è un posto libero per l'auto, non c'è un posto sulla spiaggia. Non c'è più posto nei nostri cuori. Certo, non nel mio. Il dolore chiude le porte, salda le inferriate. Tutto si dimentica. Resteranno dei lontani ricordi, qualche ferita che sanguinerà ogni tanto. Più un dolore è grande e più sbilancia la comprensione, le capacità di comprendere il dolore stesso. E dimenticare diventa un fatto di sopravvivenza, perché non c'è pace per una vita che scompare all'improvviso, senza un motivo.
Rita è affaticata tra le viuzze in salita. È un paesino dell'entroterra ligure, pochi chilometri da Albenga, raggiunto dall'Aurelia, ancora lei. La preferenza all'odore della costa piuttosto che l'efficienza autostradale. Semafori, inversioni, pedoni e autovelox in agguato. Nubi mattutine e tanta voglia di dimenticare. Da tempo abbiamo smesso di giustificarci e di conoscerci. Il viaggio è una scusa. Giochiamo col simulacro di un noi seppellito da tempo. Non so più neanche chi sono, come potrei capire chi siamo?
Ho conosciuto mille e mille grigi di pareti centenarie. Bambini sicuri di sé e piccoli borghi senza paura. Io e Rita scambiamo poche parole per non scardinare un personalissimo e reciproco odio. Troppe rivendicazioni su questo antico selciato, troppe recriminazioni ancorate ai giorni passati. Cerco di interrompere il silenzio. Erica gioca sulla giostra, sorride ed è felice. In parte riusciamo a esserlo anche noi. Un diversivo, qualsiasi cosa che possa servire a scambiarci una via comunicativa. Ho archi di pietra attorno e volte di una bellezza medioevale. Volti di giovani sorridenti e un paio di vecchi irritati. Le parlo della mia immaginazione, del mio sovrapporre passato e presente. Mi sento fuori posto dentro questo borgo antico. Un violentatore di sacralità antiche. Un moderno calpestatore di odori e sentori di un tempo. Sì, fuori posto, con tutto ciò che ne consegue. Immagino la vita senza rumori: un curato che esce da quella cappella laggiù. Una vita rubata alla crudezza della montagna. Quegli orticelli di poche piante di insalata, sottratti con la disperazione della fame a un amaro pendio e a una sorte bastarda. Le confesso questo. Guardo il cielo e i tetti, nostra figlia e i suoi capelli. Non impiega molto a rispondermi, il tempo di prendere fiato. Il tempo di una sentenza:
– Sei troppo sensibile
Il suono della crudeltà. Ha tranciato come una mannaia quel sottile filo che ci univa. Non ho posto subito la domanda. Ho atteso, quel tanto che serve al pensiero per racimolare un sentiero, la strada persa. Alla fine ho ceduto alla curiosità, alla voglia di chiedere:
– È un bene o un male?
Sa che ho trattenuto il fiato. Ha visto gli occhi, annusato il timore, la paura sulle labbra e sulla lingua. Non avrei dovuto parlare. Avrei voluto abbracciarla, forse baciarla. Di tutto, ma non la verità. Alla fine ha risposto:
– Un bene…
Si vede che sta fingendo. Il mento alto, lo sguardo fisso. C'è rimasto il silenzio. Le mura di pietre come testimoni della disfatta e nessun passante dove posare gli occhi. Non ho aggiunto altro perché non c'è altro da aggiungere. Che altro poter dire? Sensibile, forse è vero. Ma non riuscirei a gettare una confessione simile in faccia al nostro passato come è stata capace di fare. Silenzio, per dare tempo al tempo di seguire il proprio corso. Sarà lui a fare il nostro gioco, fino a quando non ne potremo più. Ci sveglieremo e ci confesseremo di aver sbagliato tutto. Ma sarà troppo tardi. È sempre troppo tardi. È già troppo tardi. Quel tempo ha già deciso, con l'aria massacrata da un grido di adolescente. Siamo sorpresi e quasi scocciati. C'è sangue su quel selciato, tanto, troppo. Sangue e grida, grida e sangue. Non può essere sangue del nostro sangue, no? Non sarebbe giusto. Il dramma è altrove, compito di qualcun altro, di uno sconosciuto, mai nostro. Non è possibile. Eppure, quei capelli sono familiari. Quella pelle chiara ha l'aspetto che sappiamo. Quella maglietta screziata la riconosciamo. E sgorga la voglia di essere altrove, in un altro spazio, in un altro tempo, con chissà chi. Con chiunque, ma non con lei, non con Erica. E quel freddo che giunge senza preavviso, senza un desiderio.
Chiamare Simona è stato facile. Due parole, un angolo, un incontro. Non ci conosciamo, ma sappiamo molto l'uno dell'altra. Niente sesso, niente desideri. Come potrei? Case e cemento. Finestre e balconi. Piloni dell'autostrada. Che ferite, l'orizzonte è dilaniato dalla volontà di rivalsa sulla natura, dalle mani operose. La paura di rimanere solo. Il terrore di porre fine al dolore. Questo e chissà che altro. Un paio di squilli. Vieni? Adesso? Sì. Ok. Di nuovo in strada, di nuovo sull'Aurelia. Simona chiede che intenzioni abbia. Sorrido e basta. Mangiamo qualcosa dove capita e vediamo. Annuisce, non sa niente, non può saperlo. Musica e chilometri, asfalto e cemento. Il mare è laggiù, così vicino. Una decisa sterzata. Tutto finito. Ma non posso, Simona non lo merita. La redenzione è un disastrato e solitario percorso. Una sfera di personale rivendicazione. Estranei esclusi, conoscenti non ammessi.
Simona non prende caffè, ma osserva con attenzione i miei movimenti. Due battute con la ragazza dietro al bancone. Sorridiamo, ma non c'è niente da sorridere. Simona lo sa, la ragazza, invece, no. Quante maschere riusciamo a gestire. Abili carpentieri. Chi siamo davvero? Lei è una speranza, la ragazza uno sguardo all'orologio polveroso appiccicato alla parete. E io? Ho cercato di togliermi dalla testa la domanda. Troppa paura. Le risposte sono martelli e chiodi che infilzano la carne. La gente parla, parla, parla. Ma non dice mai niente. Altre controfigure di se stessi, altri carpentieri. Il caffè dura un'eternità. Il tempo di leggere i volti di tutti. Lo spazio di cogliere le parole attorno, i gesti, le voglie, le paure. Anche io ho una paura: la paura di me stesso, di ciò che posso diventare e di ciò che già sono. Ancora quel tempo che ho gettato negli anni vissuti assieme, che non riesco più a riconoscere. Chi sono davvero è un album perso in soffitta, tra calcinacci e polvere, dimenticato da ciò che sono adesso.
Ho ancora freddo. Simona dice che passerà. Passa sempre. Serve tempo, ha detto, e ha sorriso. Un sorriso debole, di convenienza. Altra maschera. Altri dadi gettati per un altro scopo. Dove sarà Rita adesso? E io dove sono? A Savona, Albenga, Loano, che importanza ha? In un bar, bevo caffè con Simona. Perché? Ed Erica dove sarà? Un gomitolo di vita sfuggita, chiusa in un camice rigido e bianco in attesa di un oblio di terra, lacrime e panni scuri.
– Che vuoi fare?
– Andare
– Dove?
– Via
– Prendiamo l'autostrada?
– No. Ho fretta, ma non voglio un fantoccio di modernità. La falsa velocità
– E come?
– Restiamo sull'Aurelia
– Ancora?
– Ho bisogno di leggere il mare. Di ascoltare il tempo passato e di capire chi sono
– Hai bisogno di riposo…
– Ho bisogno di fuggire
– …e di un professionista
– Ho bisogno di sopravvivere a me stesso
Simona sostiene che non riuscirò mai davvero a fuggire, perché non si può fuggire da se stessi. Sto tremando, dio quanto freddo. Questi paesi che stuprano la costa, sono un oltraggio alla vista, un'offesa alla natura. Cemento e asfalto calpestano il suolo, mangiano l'aria. Ferragosto e auto. File e clacson. Disperazione e freddo. Simona sorride e rimprovera. Parla di autostrade, di tempo, di velocità. Penso agli anni passati: ai sandali, ai piedi, alle gambe che hanno calpestato questa via Aurelia. Sentirsi fuori posto, di nuovo, come con Rita. Non ho più una casa. È questo che significa non averne più: sentirsi ovunque fuori posto. Rita è rimasta con Erica, con quel corpo silenzioso e freddo. Una stanza solitaria. Nel corridoio pareti colorate e box pieni di giochi e videocassette. Un necessario sostentamento ludico. Ho scoperto la soglia del dolore. Oltre non si può andare. Il corpo reagisce, si confronta e si ribella. C'è la vetta, un picco dilaniante. Poi più niente. Scompare il tempo, la gente, le pareti, le videocassette, la televisione. Gli appuntamenti, il cellulare, i parenti, l'autostrada, l'auto, i soldi, la rabbia, i sentimenti, le convenzioni, le recriminazioni. Niente di niente. Ho abbandonato Rita a metà mattina, piegata sulla sedia. La coltivazione del personalissimo dolore, che è più crudo del dolore condiviso, perché non eravamo già più un noi, ma un io e un altro io. Distanti e distratti. Lontani e feroci. Non ho aperto le finestre. Etichette brillanti lo vietavano e i brividi sono rimasti. Rita non mi ha mai guardato. Erica ci ha regalato la nemesi di un odio reciproco. Il risultato è un silenzio che va oltre l'umana comprensione. La volontà di fuga è nata da sé. Heidi, Alla ricerca di Nemo. Barbapapà. Tre film in alto, di fronte. Dietro le spalle curve e deliranti di Rita. Non mi sono più voltato. Neanche per le lacrime.
Ho abbandonato Simona a Bordighera. Di nuovo un bar e un caffè. Ha alzato gli occhi, ha detto: – Vado un attimo in bagno –. Non mi sono più voltato. Sono solo per una scelta, per una condizione che forse diverrà non condizione. Il coraggio più forte: la scelta del non essere, o la forza per sopravvivermi. E per sopravvivere a ciò che è stato e a chi c'è stato. E chi non ci sarà più. Ancora quel selciato grigio macchiato di sangue, ancora quelle immagini. C'è la fine della strada, la fine dell'Aurelia. Asfalto di sconforto, degradato a noncurante passeggio. Ventimiglia è laggiù, ladra e maleodorante, corsara e indisponente. Ho ancora freddo. Da qualche parte ho l'immagine di Rita seduta in un paesino sperduto dell'entroterra ligure, e poi curva su una sedia d'ospedale. E quei vestiti sistemati alla meglio, sporchi, graffiati, senza vita. Erica e i suoi tre anni e mezzo. Erica e un futuro spezzato da una fatalità improvvisa. Erica e un'esistenza difficile tra due adulti dall'odio reciproco sfrontato. Erica che non c'è più. Rita che non c'è più. Simona che non c'è più. Immagini sfocate, frastagliate, dai colori sbiaditi. L'eco delle urla di una bambina. Il rimbombo di una fine improvvisa, di un dolore incomprensibile. Ma è la fine di questo asfalto, la volontà di una decisione.
La fine della mia fuga.
O forse il suo inizio.
La costa ligure è come un dolore che affoga in un mare irritato. Mostra indecente le ferite di un calpestio frenetico, di un opportunismo affaristico. Penso a questo mentre tengo a bada l'ultima scossa di brividi, con le mani appiccicose e le dita che tremano sul volante. La meteorologia è una fregatura. C'è il sole, e allora? È il 15 agosto e fa freddo, anche in auto. Fuori è una sfrontata esibizione di facciate di case tutte uguali, gialle e bianche, bianche e gialle. Guido e incarno il germe della sconfitta. Sono un ex uomo, senza senso, né traguardi. Ho voglia di pioggia battente. Ho bisogno di lavare dolore e passato, ma non c'è sapone così forte.
Io e Simona siamo in direzione frontiera. Lei canticchia piano e cambia un cd dietro l'altro. Tanta musica, nessuna musica. Non sarà la nostra colonna sonora perché non ci sarà mai un noi. L'umore è tetro e non potrebbe essere altrimenti. Erica non c'è più, Erica dai tre anni e mezzo. Il tempo è un fattore smagliato, una dimensione rintuzzata. Simona dice che sono stupidaggini, che dovrei lasciarmi andare, baciarla e fare l'amore, qualunque cosa pur di smettere di pensare. Alza il volume, una musica da strapazzo per una strada come un'altra: è l'Aurelia, con il passato che addenta i pneumatici e strappa lo sterzo. Curve, pini solitari, mare adombrato e roccia scavata. Paesi come tagli sanguinanti. È una fottuta striscia asfaltata di consumismo, rubata a monti e nuvole. Simona chiede qualcosa, neanche l'ascolto. Accelero in curva. Le gomme perdono la presa, ma è solo un attimo.
Non so se Genova sia una città come le altre. A me è piaciuta, per quello che posso aver conosciuto. Forse dovrei abbandonarmi all'odio, quello spesso, che attanaglia il corpo mangiando fegato e bile. Ma non riesco a odiarti, non ce la faccio proprio, né tu, Genova, né Rita, che è una ragazza come tante. La mia ragazza. Io e Rita eravamo a Genova quando è successo. La città succhia il mare come una ferita aperta. Sembra bere un sangue quotidiano, fatto di reti, moli in rovina e pezzi di porto che nascondono la propria storia. Ha tante facce. Alcune sono i volti di un corridoio di immigrati in attesa. Altre gli sbadigli assonnati di scooteristi di fretta. Altre ancora di giornalai scontenti che non sanno rispondere a semplici domande. Genova è un iPod carico di un vecchio De André, sparato alle 7 e mezza di mattina, circondato da un traffico insolente. Ho conosciuto due librerie e un ospedale.
Simona dice di dimenticare: – Cavalca l'odio e dimentica –. Ma come si fa a dimenticare un futuro spezzato? Una vita neanche iniziata?
Il Gaslini è un pronto soccorso come tanti, forse più comodo, e con tanto verde. In quel verde ho sostato e parlato e letto. È un ampio giardino che è un quasi parco. È cresciuto per nascondere il dolore delle stanze e degli avvolgibili perennemente alzati, e per celare il ronzio dell'aria condizionata che intima di non aprire le finestre. Adesso che ci penso, da fuori le grida dei neonati non trasudano. Sarei potuto restare nel parco per giorni senza udirle o riconoscerle. Non è rimasto neanche quello, neanche il suono di una piccola vita che se ne va, tra una tragedia familiare e le auto in cerca di parcheggio a pochi euro al giorno. Non ricordo dove ho dimenticato il libro. Un libro qualsiasi, di un'edicola qualsiasi. Fatto di pagine qualsiasi e di parole e frasi fatte. Ricordo la melodia del cellulare e le due parole che Rita è riuscita a singhiozzare. Nient'altro.
Simona indossa un paio di pantaloni bianchi attillati. Gli uomini si voltano a guardarla e lei sorride. L'ho incontrata a Savona, in quel budello di cemento e asfalto che si incrocia, si annusa, si confonde. La gente neanche ti guarda in volto. Un cenno e via. Le auto infilzano le facciate dei palazzi. Lo squallore della caparbietà economica, della sfrontatezza spregiudicata. Siamo partiti senza un cenno, senza un addio alle piazze, ai manifesti pubblicitari, ai cartelli stradali. Non resta molto di questo paesone proclamatosi città. Pochi saluti, un bar, e le ferite rumorose di abitazioni che si rubano il cielo a vicenda. Simona è una quasi-storia di chat. Molte parole, tanti sorrisi. Un incontro e neanche un abbracciarsi, neanche uno stringersi. Pomeriggi consumati davanti a uno schermo. Condensare le voglie in poche battute digitate è un gioco al massacro. Troppo facile perdere. Si perde comunque, sempre. Nessuna consumazione a base carnale. Neanche l'attenuante di una voglia passeggera bruciata in un'ora di sesso rubato. Simona ha un sorriso che avvolge e troppo sentimento da offrire. Non ha mai funzionato. Ha chiesto molte volte il perché. Non ho mai saputo cosa risponderle. Non c'è risposta, è così e basta. Lo fece anche in auto, nell'unico incontro che decidemmo di avere prima di oggi:
– Perché no?
– È così
– Non ti piaccio?
– È più sottile
– In che senso?
– Come due onde che si inseguono, senza incontrarsi
– Vorrei abbracciarti
– Culliamoci la distanza. Ci sarà tempo per il calore, se dovrà essere
Quel giorno non riuscii a guardarla negli occhi. Non ce la feci allora, non ce la faccio adesso. Lo stesso rifiuto e la stessa mia codardia. Oggi devo fuggire e basta. Sono un sentimentale. È un po' meglio che essere stupidi, ma molto peggio che essere freddi e bastardi. Ho aspettato il suo respiro. Ne ha impiegato di tempo per rallentarlo. La tensione scivola sul sedile e sulla pelle, cacciata via con l'aria ingoiata. Cara Simona, abbiamo tutti qualcuno da cui emanciparci. Come i grigi di una stretta viuzza, di un carruggio impertinente, se solo questa non fosse Savona, ma di nuovo Genova. Siamo fuggiti sulla costa, su quell'Aurelia così imponente. Una strada che è come una puttana. Si vende al mare e a turisti indecenti e accalcati. Non ho visto spiagge, ma ombrelloni, gomme, gas di scarico e indifferenza. E nemmeno un parcheggio. Che strano dover fingere una forza mai posseduta. Ho ricacciato lacrime e ingoiato tristezza. Simona ha sorriso e rincuorato. Ma è una recita, una finzione. Lei è qui per uno scopo, che non è il mio. Non riusciamo a comunicare e me ne chiedo il motivo. Forse nessuno ci riesce davvero. Scatole di carne mai senziente. Supponiamo una coscienza, l'intelligenza di comprendere. Non sappiamo niente di noi stessi, come sperare di conoscere gli altri? Parliamo senza comunicare. Ci siamo giocati molti chilometri di strada. Sono stanco, ma non posso confessarlo. Mi sento uno schifo, per un poco ho abbandonato il mio dramma personale, il motivo del mio correre, dimenticando tutto l'accaduto, ma è stato un attimo. Simona ha un profumo pungente. Ha saturato l'abitacolo comprimendo il mio, lasciandomi in disparte. È ancora ferragosto. Ho ancora un freddo boia. La gente è impazzita. Non c'è un posto libero per l'auto, non c'è un posto sulla spiaggia. Non c'è più posto nei nostri cuori. Certo, non nel mio. Il dolore chiude le porte, salda le inferriate. Tutto si dimentica. Resteranno dei lontani ricordi, qualche ferita che sanguinerà ogni tanto. Più un dolore è grande e più sbilancia la comprensione, le capacità di comprendere il dolore stesso. E dimenticare diventa un fatto di sopravvivenza, perché non c'è pace per una vita che scompare all'improvviso, senza un motivo.
Rita è affaticata tra le viuzze in salita. È un paesino dell'entroterra ligure, pochi chilometri da Albenga, raggiunto dall'Aurelia, ancora lei. La preferenza all'odore della costa piuttosto che l'efficienza autostradale. Semafori, inversioni, pedoni e autovelox in agguato. Nubi mattutine e tanta voglia di dimenticare. Da tempo abbiamo smesso di giustificarci e di conoscerci. Il viaggio è una scusa. Giochiamo col simulacro di un noi seppellito da tempo. Non so più neanche chi sono, come potrei capire chi siamo?
Ho conosciuto mille e mille grigi di pareti centenarie. Bambini sicuri di sé e piccoli borghi senza paura. Io e Rita scambiamo poche parole per non scardinare un personalissimo e reciproco odio. Troppe rivendicazioni su questo antico selciato, troppe recriminazioni ancorate ai giorni passati. Cerco di interrompere il silenzio. Erica gioca sulla giostra, sorride ed è felice. In parte riusciamo a esserlo anche noi. Un diversivo, qualsiasi cosa che possa servire a scambiarci una via comunicativa. Ho archi di pietra attorno e volte di una bellezza medioevale. Volti di giovani sorridenti e un paio di vecchi irritati. Le parlo della mia immaginazione, del mio sovrapporre passato e presente. Mi sento fuori posto dentro questo borgo antico. Un violentatore di sacralità antiche. Un moderno calpestatore di odori e sentori di un tempo. Sì, fuori posto, con tutto ciò che ne consegue. Immagino la vita senza rumori: un curato che esce da quella cappella laggiù. Una vita rubata alla crudezza della montagna. Quegli orticelli di poche piante di insalata, sottratti con la disperazione della fame a un amaro pendio e a una sorte bastarda. Le confesso questo. Guardo il cielo e i tetti, nostra figlia e i suoi capelli. Non impiega molto a rispondermi, il tempo di prendere fiato. Il tempo di una sentenza:
– Sei troppo sensibile
Il suono della crudeltà. Ha tranciato come una mannaia quel sottile filo che ci univa. Non ho posto subito la domanda. Ho atteso, quel tanto che serve al pensiero per racimolare un sentiero, la strada persa. Alla fine ho ceduto alla curiosità, alla voglia di chiedere:
– È un bene o un male?
Sa che ho trattenuto il fiato. Ha visto gli occhi, annusato il timore, la paura sulle labbra e sulla lingua. Non avrei dovuto parlare. Avrei voluto abbracciarla, forse baciarla. Di tutto, ma non la verità. Alla fine ha risposto:
– Un bene…
Si vede che sta fingendo. Il mento alto, lo sguardo fisso. C'è rimasto il silenzio. Le mura di pietre come testimoni della disfatta e nessun passante dove posare gli occhi. Non ho aggiunto altro perché non c'è altro da aggiungere. Che altro poter dire? Sensibile, forse è vero. Ma non riuscirei a gettare una confessione simile in faccia al nostro passato come è stata capace di fare. Silenzio, per dare tempo al tempo di seguire il proprio corso. Sarà lui a fare il nostro gioco, fino a quando non ne potremo più. Ci sveglieremo e ci confesseremo di aver sbagliato tutto. Ma sarà troppo tardi. È sempre troppo tardi. È già troppo tardi. Quel tempo ha già deciso, con l'aria massacrata da un grido di adolescente. Siamo sorpresi e quasi scocciati. C'è sangue su quel selciato, tanto, troppo. Sangue e grida, grida e sangue. Non può essere sangue del nostro sangue, no? Non sarebbe giusto. Il dramma è altrove, compito di qualcun altro, di uno sconosciuto, mai nostro. Non è possibile. Eppure, quei capelli sono familiari. Quella pelle chiara ha l'aspetto che sappiamo. Quella maglietta screziata la riconosciamo. E sgorga la voglia di essere altrove, in un altro spazio, in un altro tempo, con chissà chi. Con chiunque, ma non con lei, non con Erica. E quel freddo che giunge senza preavviso, senza un desiderio.
Chiamare Simona è stato facile. Due parole, un angolo, un incontro. Non ci conosciamo, ma sappiamo molto l'uno dell'altra. Niente sesso, niente desideri. Come potrei? Case e cemento. Finestre e balconi. Piloni dell'autostrada. Che ferite, l'orizzonte è dilaniato dalla volontà di rivalsa sulla natura, dalle mani operose. La paura di rimanere solo. Il terrore di porre fine al dolore. Questo e chissà che altro. Un paio di squilli. Vieni? Adesso? Sì. Ok. Di nuovo in strada, di nuovo sull'Aurelia. Simona chiede che intenzioni abbia. Sorrido e basta. Mangiamo qualcosa dove capita e vediamo. Annuisce, non sa niente, non può saperlo. Musica e chilometri, asfalto e cemento. Il mare è laggiù, così vicino. Una decisa sterzata. Tutto finito. Ma non posso, Simona non lo merita. La redenzione è un disastrato e solitario percorso. Una sfera di personale rivendicazione. Estranei esclusi, conoscenti non ammessi.
Simona non prende caffè, ma osserva con attenzione i miei movimenti. Due battute con la ragazza dietro al bancone. Sorridiamo, ma non c'è niente da sorridere. Simona lo sa, la ragazza, invece, no. Quante maschere riusciamo a gestire. Abili carpentieri. Chi siamo davvero? Lei è una speranza, la ragazza uno sguardo all'orologio polveroso appiccicato alla parete. E io? Ho cercato di togliermi dalla testa la domanda. Troppa paura. Le risposte sono martelli e chiodi che infilzano la carne. La gente parla, parla, parla. Ma non dice mai niente. Altre controfigure di se stessi, altri carpentieri. Il caffè dura un'eternità. Il tempo di leggere i volti di tutti. Lo spazio di cogliere le parole attorno, i gesti, le voglie, le paure. Anche io ho una paura: la paura di me stesso, di ciò che posso diventare e di ciò che già sono. Ancora quel tempo che ho gettato negli anni vissuti assieme, che non riesco più a riconoscere. Chi sono davvero è un album perso in soffitta, tra calcinacci e polvere, dimenticato da ciò che sono adesso.
Ho ancora freddo. Simona dice che passerà. Passa sempre. Serve tempo, ha detto, e ha sorriso. Un sorriso debole, di convenienza. Altra maschera. Altri dadi gettati per un altro scopo. Dove sarà Rita adesso? E io dove sono? A Savona, Albenga, Loano, che importanza ha? In un bar, bevo caffè con Simona. Perché? Ed Erica dove sarà? Un gomitolo di vita sfuggita, chiusa in un camice rigido e bianco in attesa di un oblio di terra, lacrime e panni scuri.
– Che vuoi fare?
– Andare
– Dove?
– Via
– Prendiamo l'autostrada?
– No. Ho fretta, ma non voglio un fantoccio di modernità. La falsa velocità
– E come?
– Restiamo sull'Aurelia
– Ancora?
– Ho bisogno di leggere il mare. Di ascoltare il tempo passato e di capire chi sono
– Hai bisogno di riposo…
– Ho bisogno di fuggire
– …e di un professionista
– Ho bisogno di sopravvivere a me stesso
Simona sostiene che non riuscirò mai davvero a fuggire, perché non si può fuggire da se stessi. Sto tremando, dio quanto freddo. Questi paesi che stuprano la costa, sono un oltraggio alla vista, un'offesa alla natura. Cemento e asfalto calpestano il suolo, mangiano l'aria. Ferragosto e auto. File e clacson. Disperazione e freddo. Simona sorride e rimprovera. Parla di autostrade, di tempo, di velocità. Penso agli anni passati: ai sandali, ai piedi, alle gambe che hanno calpestato questa via Aurelia. Sentirsi fuori posto, di nuovo, come con Rita. Non ho più una casa. È questo che significa non averne più: sentirsi ovunque fuori posto. Rita è rimasta con Erica, con quel corpo silenzioso e freddo. Una stanza solitaria. Nel corridoio pareti colorate e box pieni di giochi e videocassette. Un necessario sostentamento ludico. Ho scoperto la soglia del dolore. Oltre non si può andare. Il corpo reagisce, si confronta e si ribella. C'è la vetta, un picco dilaniante. Poi più niente. Scompare il tempo, la gente, le pareti, le videocassette, la televisione. Gli appuntamenti, il cellulare, i parenti, l'autostrada, l'auto, i soldi, la rabbia, i sentimenti, le convenzioni, le recriminazioni. Niente di niente. Ho abbandonato Rita a metà mattina, piegata sulla sedia. La coltivazione del personalissimo dolore, che è più crudo del dolore condiviso, perché non eravamo già più un noi, ma un io e un altro io. Distanti e distratti. Lontani e feroci. Non ho aperto le finestre. Etichette brillanti lo vietavano e i brividi sono rimasti. Rita non mi ha mai guardato. Erica ci ha regalato la nemesi di un odio reciproco. Il risultato è un silenzio che va oltre l'umana comprensione. La volontà di fuga è nata da sé. Heidi, Alla ricerca di Nemo. Barbapapà. Tre film in alto, di fronte. Dietro le spalle curve e deliranti di Rita. Non mi sono più voltato. Neanche per le lacrime.
Ho abbandonato Simona a Bordighera. Di nuovo un bar e un caffè. Ha alzato gli occhi, ha detto: – Vado un attimo in bagno –. Non mi sono più voltato. Sono solo per una scelta, per una condizione che forse diverrà non condizione. Il coraggio più forte: la scelta del non essere, o la forza per sopravvivermi. E per sopravvivere a ciò che è stato e a chi c'è stato. E chi non ci sarà più. Ancora quel selciato grigio macchiato di sangue, ancora quelle immagini. C'è la fine della strada, la fine dell'Aurelia. Asfalto di sconforto, degradato a noncurante passeggio. Ventimiglia è laggiù, ladra e maleodorante, corsara e indisponente. Ho ancora freddo. Da qualche parte ho l'immagine di Rita seduta in un paesino sperduto dell'entroterra ligure, e poi curva su una sedia d'ospedale. E quei vestiti sistemati alla meglio, sporchi, graffiati, senza vita. Erica e i suoi tre anni e mezzo. Erica e un futuro spezzato da una fatalità improvvisa. Erica e un'esistenza difficile tra due adulti dall'odio reciproco sfrontato. Erica che non c'è più. Rita che non c'è più. Simona che non c'è più. Immagini sfocate, frastagliate, dai colori sbiaditi. L'eco delle urla di una bambina. Il rimbombo di una fine improvvisa, di un dolore incomprensibile. Ma è la fine di questo asfalto, la volontà di una decisione.
La fine della mia fuga.
O forse il suo inizio.
