venerdì, 26 ottobre 2007
D. & G.
Il 1967 fu un anno come tanti, con la primavera un po' in anticipo e l'estate forse un po' più calda. Ma per il paese di C. fu un anno indimenticabile. Fuori dal borgo nessuno ne conosce i motivi, ma davanti al focolare, i contadini ancora ricordano di un incontro meraviglioso e di un Amore nato per caso, di due amanti legati da un sentimento tanto forte da essere ancora raccontato, così vero da rimanere custodito come un segreto.
Dina Acino nacque in un giorno ventoso di primavera, in una famiglia ricca e benestante, con tante foglie rigogliose e graspi robusti. Papà Acino, mamma Acino e Dina abitavano nel filare 18, il migliore. Dina respirava il mattino e sorrideva delle api, giocava con le formiche e saltava sulle foglie. Succhiava il nettare della terra, scaldandosi ai caldi raggi solari e cantando al vento. Dina era felice, non badava ai giovani acini, non le importava degli atteggiamenti ribaldi e dei continui sospiri che le si infrangevano sulla buccia di bella e indifferente acino.
Chiara Ape era un'anziana operaia e conosceva tutti i filari. Custodiva storie e aneddoti, che raccontava alle amiche nelle fredde serate dai tramonti malinconici. Quella mattina Chiara Ape ronzava nei pressi del filare 17 in cerca del miglior nettare, quando vide un giovane acino. Era alto e forte e bellissimo, ma tremendamente triste. Chiara Ape gli svolazzò attorno, finse un paio di atterraggi e gli si posò vicino:
– Buongiorno, Gianni –
– Salve, Chiara –
– Come va? –, gli chiese.
– Così così –, rispose lui con la testa bassa.
Chiara continuò a fare domande, ma Gianni era malato di un male dolorosissimo: era innamorato, e lo era della più bella acino del vigneto, lo era di Dina. Chiara decise di intervenire. Lo salutò e si diresse al filare 18. Passò oltre la famiglia Allappante, quella Fruttato e tutti gli altri conoscenti, fino a posarsi di fronte a Dina. La salutò e dopo un po' le chiese:
– Che fai tutto il giorno da sola, Dina?
– Aspetto settembre
– Ah. Dimmi, non ti sei accorta di niente?
– E di cosa?
– Guarda là, di fronte a te
– Dove?
– Là, nel mezzo al filare 17
– Cosa? ... oh!
– Si chiama Gianni, e aspetta un tuo saluto.
Fu così che Dina vide Gianni per la prima volta, e ne fu folgorata. Fu amore a primo acino. Ma il destino sa essere crudele, la distanza tra i due filari era incolmabile. I due amanti trascorsero il mese di agosto e l'inizio di settembre a lanciarsi occhiate e parole, prima timide, poi, sotto i raggi del forte sole, sempre più dolci, senza potersi baciare, né intrecciare le foglie. Fu uno strazio, per loro, per le famiglie e per tutti i filari, dal numero 5 al numero 30.
Il 10 settembre iniziò come un giorno qualsiasi. Ma, alle 7 di mattina, un tremore annunciò l'inizio della vendemmia. Passarono trattori sfumacchianti e casse rosso vivo, volti annoiati e occhi addormentati, cesoie affilate e mani inguantate. Dina e Gianni si persero di vista alle 8 e 30 circa. Su di loro calò il buio, pressati nelle ceste assieme a parenti e sconosciuti. Persero le speranze e ogni fiducia nel domani, sballottati verso la fattoria, delusi e piangenti. Ma all'improvviso, nel buio dell'attesa, increduli e stanchi, si udirono l'un l'altra. Si riconobbero dai lamenti e dal pianto, che, subito, si trasformò in sorriso e gioia. Fu l'abbraccio tanto atteso e poterono finalmente amarsi, come tutti gli amanti del mondo: due acini innamorati che commossero la cantina. Il loro fu un amore coronato dall'unione che tanto avevano sognato, e, da quella gioia, fermentò il miglior vino che il palato abbia mai assaggiato.
Nessuno seppe più niente di Dina e Gianni. Ma, tra i cortili assolati e le vigne cariche d'uva del paese di C., i contadini ancora narrano di quel 1967, dei due amanti e della loro unione, e di quel Vino Meraviglioso che ne fiorì e che incantò palati e infiammò umori, che alleviò pesantezze e rese felici i paesani, lasciando loro un ricordo indelebile e l'amore per i loro filari, le loro viti e i loro profumati grappoli.
mercoledì, 24 ottobre 2007
Boh
Oggi mi sono depresso addosso. E neanche un cazzo di pannolino o un fottuto assorbente in vista. A dire la verità avrei voluto deprimermi a fine ottobre. Poi m'hanno fatto notare la concomitanza delle novembrine onoranze funebri, un'occasione da non perdere. Ma sono risultato incontinente e mi sono depresso nei pantaloni, sulla camicia bianca (molto figa), e un po' ovunque sulla scrivania. Per poco non ho intristito pure il MacBook Pro.
A dire la verità avevo voglia di togliere un po' di polvere. Il mio blog è un buon mezzo di ignorazione di (poca) massa. Lo tengo per disturbo alla quiete. Non mia, ché nessuno me l'ha mai presentata. Cerco di misurare le letture coi silenzi. Il che pone problematiche finora sconosciute: come rispondere a un silenzio? con un altro silenzio? Ripensandoci, sarebbe da preferire: nessun detto, tutto è detto.
Non so procedere perché sono oggettivamente sgonfio. Un tempo mi gonfiai dei migliori propositi, ma nessuno di loro mi è sbocciato tra le mani. Non ho mai avuto il pollice verde, e neanche un futuro roseo, se per questo.
A proposito di colori, ho accatastato una montagna di toner. Ciano magenta giallo nero. Lo userò per stamparci i soliti casini, qualche rimbrotto e un paio di indifferenze. Ah, mi sono stampato anche un sorriso in faccia, ma non è successo un cazzo. O forse è accaduto molto, ma ho smesso di ricordarlo. Dovrei ricaricarmi, perfetto cucù. Ho però scordato il tintinnio del pendolo e finito l'audience. Ho un paio di affitti da archiviare e nessuna nota a margine da accantonare.
E pensare che io sui margini ci campo. Sono gli orizzonti che mi fregano. Le ho provate di tutte, ma nessuna ha mai risposto alle mie avances. Pensa che oggi ho persino tentato di circuirmi, ma io, niente, non mi sono cagato, e, fiero della mia baldanza, mi sono accertato di non darmelo, più che altro per coerenza. Ho anche mille pagine manualistiche da inculcarmi. Ecco, ho scritto inculcare, sono un digitatore incontinente (e depressionista cronico, che sia messo agli atti). Ho la tastiera spuntata e l'usb in smacco. Coi bit che singhiozzano non si ragiona. Si capitola.
Ecco, io capitolo da dio. Raccontate solo questo.
Voglio che si sappia in giro.
lunedì, 08 ottobre 2007
Primo Tempo
Li riconosci come dei fermo immagine o istanti di una vita. Non è la tua vita, ma potrebbe esserlo. La differenza sono particolari di poco conto, ricordi che non combaciano, come tessere di tanti puzzle che qualcuno si è divertito a mischiare. Un attimo ripreso dalla fotocamera. Un istante per concedersi il lusso di sorridere alla vita, lontano dalla casa, dalle tasse, dalla rabbia, dai sentimenti. Non sai a chi appartengano le foto, ma potrebbero essere le tue.
È la tua sega mattutina. L'unica certezza che possiedi per i tuoi 18 anni di vita. L'unica cosa che puoi vantare come veramente tua. Sei in ritardo, ma ci sei abituato. L'autobus in attesa, pieno di facce di giovani come te, con la speranza disegnata a forza sui volti ancora addormentati. Non hai il coraggio di chiederti il perché di tutto questo. Ti sei sentito dire che devi farlo, che devi studiare, perché studiare nella vita è fondamentale. E tu, giovane diciottenne, intelligenza media, faccia media, sguardo medio, cazzo medio, non hai supposto neanche per un momento di poter mettere in discussione le direttive dei genitori. Vai perché devi andare, perché tutti vanno, qualsiasi direzione sia, perché è giusto che sia così, perché esserne fuori significa essere nessuno. E tu, giovane dalla speranza come tutte le altre, tu con i tuoi brufoli identici a mille altri, tu con i capelli scolpiti come i tuoi amici, dallo stesso zainetto scovato in offerta e fottuto a un amico del cuore, non hai abbastanza palle per alzare il mento e giocarti le tue possibilità fuori dal coro. No, godi nell'essere nessuno tra i nessuno, felice di essere parte di una massa modellata da chissà chi, lieto di non essere una volontà di rinuncia ai desideri altrui.
Ti troverai qualche minorenne, anche lei modellata dai genitori, dalle amiche, dalle compagne di scuola, dalla pubblicità in tv. Te la farai dare e te la scoperai, se sarai fortunato riuscirai a rimediare più di un pompino fatto come si deve. Crescerai tra la scelta di televisore panoramico al plasma, un frullatore in offerta e un passeggino multifunzione. E ti dannerai per l'auto del vicino, costantemente, dannatamente più grande della tua.
Sei stata ragazza, non in queste immagini. Un balzo di 15, forse 20 anni. La fisionomia è quella: gli occhi più spenti, un sorriso stentato e cavato a forza dal fotografo. Cerchi le differenze, al di là di una ruga, di un cambio di taglio di capelli, di colore, di vestiti di mode lontane. Eccola, sei tu sui 25 anni. Una ragazza con un futuro da costruire, con la presunzione di poterlo realizzare, con la fortuna da giocare. Una ragazza dai lineamenti dolci, sui quali è facile perdersi in sogni maschili da botta e via o sugli anni di un tempo condiviso.
Lo sai, donna. Te lo stai scopando. Lo guardi, ci dà dentro come un forsennato. Ma tu stai dove non sei. Sei da lui, dall'altro. Lui che ti fa impazzire, lui che sfugge, lui che sta dove non sai.
Hai lo sguardo per quello che sei, una trentacinquenne esausta. Fingi di costruire un futuro che si ostina a fottersene dei tuoi sforzi. Ti circondi di vestiti, dipinti, suppellettili e orpelli inutili cercando di stabilizzare una vita che continua a sfuggirti di mano. Cambi i maschi come assorbenti usati. Li adopri vestendoli delle tue insicurezze che lasci nascoste la mattina, nelle ore che perdi per il trucco, per i capelli, per un apparire che possa lasciar intendere che sì, sei ancora giovane, ancora bella, ancora scopabile. Hai un lavoro che ti mantiene, niente più. A questo serve un lavoro: permettersi una scopata notturna, per poterne parlar male tra il sudore di un angolo di palestra tra amiche, per poter rifiutare le avances del vicino di scrivania. Odi il tuo lavoro, ma non lo ammetterai mai. Sorriderai fiera della solidità di un posto a sedere, piangendo nella solitudine di notti che non riesci a riempire di sentimenti condivisi.
Intervallo
Secondo Tempo
Trent'anni, forse trentacinque. Un ragazzino che sembra un figlio. Siete mano nella mano. Il ragazzino sorride, quasi ti schermisci davanti a un obiettivo impietoso che ferma il tuo passato trasformatosi in segni dolorosi. Ti immagino ferma nella tua volontà protettiva, baluardo stentato per un esterno ingrato. Ti sei giocata sentimenti e affetti, per una maternità quasi di scommessa. Chissà se sarai riuscita a vincerla la tua scommessa con il futuro.
Non c'è il tuo nome nell'elenco. Non sei nella squadra in campo e neanche nella rosa dei convocati. È la prima volta che accade. Pensi a uno sbaglio, una svista, un fatto occasionale. Di tutto pur di non permettere alla verità di farsi largo tra il tuo stupore. Sei stato giocatore di belle speranze lasciate crescere tra le falsità di parenti e amici, così pronti a esortarti, così pronti a sostenerti, così pronti a non capire la verità. Alla soglia dei 32 anni non hai più progetti. Con gli amici parli di difficoltà muscolari, di periodo no, di pausa di riflessione. Non la scopi più da un pezzo, per paura di rovinarti il fiato, di non correre più come a vent'anni. La verità è un declino iniziato da tempo. Hai avuto qualche possibilità, te la sei giocata in campetti di terz'ordine, senza pretese, senza grandi ritorni, senza troppe possibilità. Giri in paese come una star del calcio in tv. Saluti tutti come si conviene a un personaggio importante, non hai neanche il sospetto di essere un niente in mezzo al niente. Mostri orgoglioso le foto delle squadre in cui hai giocato. Descrivi agli amici pallonetti, giocate di rimbalzo, passaggi fulminanti e gol da ricordo, neanche ti accorgi della loro insofferenza, del loro affanno. Hai una collezione di medaglie di latta, dall'aspetto di finto oro, che tieni in una bacheca scintillante. Ne sei orgoglioso perché dimostrano il tuo affanno, la tua fatica, il sudore che ti sei giocato tra colpi bassi, ingiurie, sgambetti e pugni su steli d'erba rachitici. Il tuo presente sono spalti in cemento stentato invaso da sterpaglie, degli ubriachi maleodoranti, una gradinata arrugginita e qualche signora di mezza età con delle voglie da sopire. Non pensi al futuro, perché hai paura, troppa paura. Meglio tirare dritto, spolverare la propria bacheca di trofei inutili e passeggiare in centro con una ragazza alla quale regalasti un anello d'oro, a cui concedi il tempo della tua casa, e che da tempo cerca sorrisi tra altre braccia.
Li riconosci come dei fermo immagine, istanti di una vita. Non è la tua vita, ma potrebbe esserlo. La differenza sono particolari di poco conto, ricordi che non combaciano, come tessere di tanti puzzle che qualcuno si è divertito a mischiare.
Tessere dallo stesso risultato, di uno stesso finale.
Fine
Titoli di coda.
mercoledì, 03 ottobre 2007
Terra
3
– Non avrei voluto essere qua
– No?
– È una decisione figlia di un sorriso momentaneo, quasi un errore
– Decidere e non ponderare ha il proprio fascino
– Solo se si crede nel fato
– Devo crederci, da parte mia, per forza
– La spaventa la volontà?
– Mi spaventa l’altro, la rabbia, il furore dei momenti fuori controllo
– Non si abbandona mai?
– Quasi sempre. Sono i momenti di cui ho più paura. Ho quasi sempre paura.
Ha un bastone in mano. Disegna cerchi nel buio sempre più fitto, a volte sono occhi accennati, altre volte smorfie di labbra appena sbocciate. Disegna mentre il vento gioca con i suoi capelli, capelli scuri come il grano all'orizzonte. Rebecca parla, muove la testa seguendo il respiro. Quasi mai alza gli occhi. Il volto teso a nascondersi per un timore, forse del mio sguardo. C'è come una sensazione tattile del verde così sfacciato dei suoi occhi. Il colore vivo che non riesce a coprire le paure che, sotto, restano nascoste ai passanti.
– E mi spaventa quasi tutto
– Spero di non essere parte di quel tutto
– Lei ha gli occhi dubbiosi di chi cerca senza trovare
– Ma non ha letto i miei occhi
– I suoi occhi sono le sue parole, e il suo sguardo è il tremito della sua voce.
Muovo le braccia, sposto un poco le gambe. Sotto i piedi rumori secchi di rami che si rompono. È come un sonoro fuori sincrono. L'aria si fa così densa. Alzo il mento sui crepacci del muro. È un divagare sul tempo, sulle mani che hanno lavorato, sul destino in agguato. Aspetto uno sguardo, una conferma, un concedersi che non arriva.
– Non sembra una ragazza di campagna
– Ha una definizione per loro, o per noi?
– No, non sono capace di catalogare
Si ferma. Con il bastone cancella un tratto fuori posto, respira forte. mi guarda in volto. È la prima volta. Sono occhi che feriscono con la tristezza dipinta dalla solitudine. Vorrei cambiare visuale, guardare altrove e non riesco. Trattengo il fiato.
– Ha lo sguardo di un passato da nascondere
– Tutti nascondiamo qualcosa. Il passato è solo la parte più facile
Ho tante parole con me, come sempre. Mi accompagnano per sopravvivere, per eludere le ferite e il dolore che circonda. Ma restano dentro. Uno sguardo, un attimo e la curiosità e le supposizioni annaspano e restano chiuse nell'oblio, senza risposta.
– Vi siete presentati?
– Non proprio, mamma
– Salite
– Sì
lunedì, 01 ottobre 2007
Terra
2
L’auto è carica. Ha gomme consumate e aspetto vissuto. Dentro è come tante, con i segni di troppa vita e pochi sorrisi. Fuori è adagiata sulle ruote posteriori, quasi a volersi fermare con le olive rimaste. Con la portiera aperta ha sorriso.
– C’è del caffè, a casa –
– Sarei di troppo –
– Nessuno lo può essere, nessuno che cammini nel mattino per perdersi nel verde –
– Starò poco –
– Un caffè, e qualche confessione. Un paio di ricordi, niente più –
– Persino troppo –
– Non l’accetterò con un desiderio di fuga –
– Non ce ne sarà bisogno –
– Meglio così –
C’è l’odore aspro di vita in lotta con gli umori delle stagioni, con i capricci del fato e la crudezza della terra. Cerca qualcosa nel cruscotto. Le dita sporche trovano una sigaretta.
– Ne vuole una? –
– Ho smesso, anni fa –
– Davvero? Perché? –
– Cercavo un po' di libertà dal gesto, senza sottomissioni –
– Non dovrebbe. Non dovrebbero, tutti quanti –
– Dicono che dovrebbero, invece. Che dovrebbero smettere di fabbricarne –
– Non saprei rinunciarvi. È una gestualità che è quasi rito. Ho imparato a conviverci, con l’odore, il calore, trattando con il vizio e giungendo a una tregua –
– Sembra un buon avversario –
– Ottimo, ma spietato, che non lascia scampo. Preferisco lottare con lui che andarmene senza –
La striscia grigia è resa più scura dal sole che se ne sta andando, da qui sembra una violenza alla terra che, ai lati, annaspa cercando di riprendersi il proprio territorio, la propria aria. Il mare è ancora alle spalle, in un certo senso è rassicurante. Di fronte colline verdi e un paese dai muri antichi e di gente silenziosa. Intorno non ci sono più molti ulivi, sradicati e divelti per far posto ad abitazioni, ristoranti e alberghi. Quei pochi che resistono hanno l’aria triste di una fine già segnata.
– Ne restano sempre meno –
– È il loro destino –
– Un destino crudele –
– Uno come un altro. Non c’è più tempo per curarsi delle piante e del loro olio –
– Sembra non ci sia più tempo per niente –
– Si accontentano di correre –
– Chissà per dove –
– Lo scopriranno, ricordandosi di cosa hanno lasciato, rimpiangendo le scelte fatte, è sempre così –
– Anche lei le rimpiange? –
– Decisi di non abbandonarmi alla tristezza dei ricordi. Lo feci troppi anni fa –
– A volte sono i ricordi a decidere al posto nostro –
– Non quando ci si è accorti che non fanno per noi –
La sigaretta a lato, l’occhio destro socchiuso come a voler sfidare il futuro, e un filo di fumo che sale dalla bocca, nascondendosi tra le rughe. Lo sterzo stretto nelle mani, mosso con forza, piegando la testa, facendo smorfie per le improvvise spire di fumo. Qualche sbuffo, per allontanare dagli occhi quel fastidio. Vorrei parlare, fare domande. Aspetto.
– Ecco, siamo arrivati. Può scendere e aspettarmi, vado a parcheggiare –
– Grazie –
È una casa di campagna come tante, dal colore corroso dalla vita e i muri piegati da pesanti responsabilità. La facciata dà sulla strada, le finestre chiuse verso le colline e verso il mare, quasi a non volersi intromettere, a voler restare in bilico su una scelta troppo importante.
– Buonasera! –
È una donna che è quasi ragazza quella che mi viene incontro. Un sorriso e due occhi luminosi. Balbetto una risposta che dovrebbe essere un saluto. Forse neanche ha sentito. È ancora lei a parlare:
– Mi chiamo Rebecca – .