giovedì, 27 settembre 2007
Terra
1
Il respiro è un cattivo automatismo che non si piega ai voleri del desiderio. Continua il movimento, esala e inspira. I muscoli del torace si muovono, i polmoni si riempono e il ciclo continua. L'aria attorno è la stessa di chissà quanta gente. Ogni granello ha conosciuto gioie, dolori, amori, delitti. Ho poco da aggiungere al bagaglio di conoscenze della mia aria.
Ho il terrore del respiro. Quanti animali avranno respirato questa polvere? Quante piante? Una signora, due figli, psicologa, parlò del cibo come – Il mondo che entra in te –. E l'aria? Non è mondo pure quella? Quale porzione di pianeta gli può spettare? Troposfera, Stratosfera, Mesosfera, a loro non spetta niente?
Per questo non posso guardare il cielo. Preferisco il terreno, i miei passi, i miei piedi. Riesco a conoscerli, a racchiuderli in uno spazio definito. Ma il cielo, no. È come se nascondesse delle verità o dei sentimenti troppo grandi per poter essere raccolti.
È un pomeriggio di quasi ottobre. C’è tanto verde attorno. È il verde degli ulivi sfiancati dal lavoro, dai rami abbassati come spalle stanche di carichi pesanti. Sul sentiero nessuno con cui scambiare sorrisi, discutere del tempo che verrà. Verde e silenzio. Il silenzio del timore, che diventa facile paura. Come la paura del mare, che ho alle spalle. Posso quasi sentirlo. Il suo è un respiro vigliacco, di facile attesa. Sa che tornerò, che non saprò resistergli. Ma non oggi. Oggi è rinuncia alla sua presenza. Non ne terrò conto, del suo carico di sorrisi, costumi invisibili e sesso a buon mercato.
Cammino da solo. Tra gli ulivi l'odore sfiancato di un olio secolare. Procedo a stento, i piedi faticano ad adattarsi al terreno lavorato. C’è una macchia rossa laggiù. Un’auto parcheggiata. Una scala di legno lavorata e scalfita dal tempo. La donna in abiti scuri non si è accorta di me. Non voglio spaventarla.
Mi fermo.
Aspetto.
– È là da molto? –
– Non troppo –
– Cerca qualcuno? –
– Un rifugio, forse del conforto –
– Non capitano molti visitatori –
– Lo posso capire –
– Alcuni cacciatori, pochi contadini, molte facce sconosciute –
– Sconosciute? –
– Dallo sguardo senza legge, di viva crudeltà –
– Uomini senza scrupoli –
– Non so, ma hanno gli occhi spenti dell’uomo che non ha molto da perdere, e il passo attento ai movimenti del vento –
– Non ha paura? –
– La mia paura è per un domani incerto e un sole atteso di mattina, i troppi anni tra gli ulivi non lasciano altro –
Abbandona la scala con movimenti sicuri. In terra ci sorride il verde aspro delle olive. Sorride anche lei.
– Un buon raccolto –
– Si, una buona annata –
– Le raccoglierà suo marito? –
– Sono sola –
– Mi spiace –
– Non dovrebbe. Se n’è andato, ma per una scelta –
Adesso siamo vicini, quasi intimi. C’è il rumore del suo passato e il sospiro dei suoi timori. I vestiti hanno i segni dell'uso, le macchie quelli della stanchezza. Gli occhi velati di lavoro e malinconia. Parla del marito e muove le mani, gli occhi, il volto.
– Se n’è andato. Al nord. Chissà dove –
– Da molto? –
– Abbastanza. È rimasto il tempo di far nascere l’oliveta e di lasciare una figlia –
– Una figlia? come si chiama? –
– Rebecca –
martedì, 25 settembre 2007
Nero
Il fumo denso. La carne che brucia. C'è un braccio nero, si muove piano. Non è il nero naturale. È un nero cupo, cattivo. Il nero del fuoco, del dolore. Il nero della morte. E fiamme. Alte, forti, invalicabili. Fiamme davanti, fiamme dietro. Troppo presto per le sirene. Mai troppo tardi per le urla. Ovunque, dappertutto. Urla, forti, lancinanti.
Partecipi? Parteciperò. Sarò presenza tra presenze. Quanti anni? Troppi, differenze smaccate. Orizzonti sfasati. Messe a fuoco destabilizzate. Senza coerenza, senza futuro. Voci che si inseguono. Passaggi lesti, raffiche. La pelle è un fattore primordiale. La carne che sta sotto, la variabile della pazzia. Sesso. Sesso. Sesso. Ovunque. Cardine primordiale. Movenza assoluta. Il denaro metafora incompresa. Altro sesso. Guadagno come coito. Presenza come coito. Successo come coito.
Il fumo è ancora più denso. Brucia tutto, brucia ovunque. Ancora nessuna sirena. Che strano. Gente che grida e corre dappertutto. Nessuna direzione. Movimento unico. L'esigenza di essere altrove, di sfuggire alla comprensione. Non esiste assimilazione possibile. Un palazzo. Un primo piano, un secondo, un terzo. Secondo e terzo in fiamme. Il quarto annerito dal fumo. Il braccio si muove ancora, impercettibile. Lamenti ovunque. Corpi carbonizzati. La strada è un odore acre insopportabile. La morte ha graffiato dappertutto. I segni sono riconoscibili. La mente sfugge, perché la morte non è comprensione, ma solo accettazione acritica. Un gruppo di uomini grida e corre. Un gregge che si sposta col vento, con la cenere, con l'odore della fine.
Il mito della bellezza. La ricerca della felicità. Obiettivi, paragoni, traguardi. Sensazioni indotte. Istigazione al movimento, alla ricerca. Non c'è più niente da scardinare perché è il regno del niente. Il niente oltre il niente, dà ancora niente. Un nulla concettuale. Neanche un astrattismo logico. Il non-pensiero, che è come la morte. Potessi credere, lo farei. Braccia calde di dogmi irreprensibili. Autoannichilimento nella non logica. Quanto vorrei. Ma non c'è niente. Niente prima, niente dopo. Due diversi niente. Contraddizione evidente. Come lasciar coesistere due niente disomogenei? E un niente, può essere qualcosa di potenzialmente attribuibile e diversificabile? Un oggetto oscuro. Un buco nero esistenziale. Un orizzonte degli eventi concettuale. Cosa può sfuggirgli? Da una parte fotoni elementari, così rapidi da riuscire a oltrepassare l'orizzonte. Dall'altra parte cosa?
Il tempo si dilata. Diventa un fattore ininfluente. Tranne che per i corpi in terra. I pochi che ancora danno cenni. Lamenti che ruotano e si dissolvono tra i roghi. Un luogo frequentato. Una via come un'altra, ma un po' più in centro. Autobomba, ordigno, deflagrazione. Un attimo. Vite che vanno. Vite in bilico. Sangue e odore di bruciato. Di carne fusa, mangiata, divelta. Un clic. Esco/non esco. Scelgo la via/scelgo l'altra. Decido per il sonno/decido di muovermi. La incontro/non la incontro. L'imponderabile decisione del caso che distribuisce esistenza e non esistenza. Una catena di scelte ed eventi che dividono un'esplosione e la morte dalla lettura di una notizia al telegiornale. O dalla presenza su un taxi. O un'ambulanza. La donna ha il corpo nero. È in terra. Sembra morta, ma muove il braccio. Una volta, due volte, tre volte. Forse è viva. È una donna? Sì. No. Forse. Forse sì? Sì, forse sì. Uomini attorno. Non si muovono, neanche si chinano. Neanche chiedono come stia. Come vuoi stare? Tra la vita e la morte. Tra un niente e un altro niente, ma con dei respiri o dei rantoli di differenza. Altri corpi attorno. Nessuno ci bada. Nessuno di quei corpi si è più mosso. Dio, che fiamme. E che fumo. Non si sa dove guardare. Tutto da guardare e niente. Tutto e niente, niente e tutto. Il confine cessa di essere tale. Tutto si mescola.
La polvere.
Il botto.
Il dolore.
Il caos.
Pelle liscia. Sguardi sorridenti. More, castane, qualche bionda. Culi, poche tette. Mento in alto, sguardo certo. Vademecum per il successo. Ostentazione, costi quel che costi. Frasi fatte. Gesti fatti. Mani fatte. Culi fatti. Pompini, scopate e cotillons. Tutto fatto, catalogato, archiviato. Fatto? Via tutto, e di nuovo come prima. La convinzione suprema dell'esistenza. La beffa antropomorfica assoluta. Esistere è non esistere e non esistere è esistere. E fu il verbo, e si avvide che fu cosa giusta. Ma fu cosa ingiusta. Difetto di fabbricazione. Oggetto d'inutilità. Il mio valore è una contrapposizione entropica. Produco/consumo. Parlo/produco. Coincido/produco. Tessere impazzite. Esistenze programmate a tavolino. Schegge non senzienti e saggiamente programmate. Nichilismo travolgente. Esautorazione dell'essere.
Sirene, alla fine. Uomini che gesticolano. Lacrime che solcano visi, facce, grida. Il braccio nero non si muove. La donna non si lamenta più. Nessuno le si avvicina. Zoommata sul braccio. Brandelli neri e grigi. Rosso sangue. Carne lacerata. C'è del bianco? C'è del bianco. Forse l'osso? Probabile. Le fiamme ancora attorno. Allarmi che ancora suonano. Il fumo nero che sale alto, altissimo. Due ambulanze arrivano. La seconda evita per un soffio la prima. Sbatte contro un'auto ancora in fiamme. L'auto si muove. Lo sportello si apre. Un corpo annerito e avvolto dal fumo cade in terra. Lontano un clacson suona. L'orizzonte è sempre quello.
Case su case.
Antenne e tetti.
Da qualche parte, neanche troppo lontano, il mare.
Delle navi suonano la sirena.
Un traghetto carico di turisti festanti inizia la sua corsa.
domenica, 23 settembre 2007
2.
È una giornata di merda, c’è poco da fare.
Si, una giornata schifosa sulla quale poggiare le chiappe.
E Claudia.
E un foglietto.
E una scritta.
L’aria ha la temperatura forzata. Disegno. Una Bic, blu. Un foglio, il bloc notes della ditta. Sono segni senza senso, difficile interpretarli.
– Non produrrai troppo? –
– Ciao, Anto –
– Si, ciao. Senti… –
– Che? –
– Voci ben informate mi hanno riferito di te e Lena, giù, nei bagni –
Sorride, è quasi un ghigno.
C’è complicità, certo, ma anche invidia, forse, oppure sono solo stupido.
– Forse. Ti dispiacerebbe? –
– Che importanza ha, ormai? –
– Già, chiunque fosse, che importanza può avere? –
– Nessuna, appunto. Eri tu oppure no? –
– Le tue fonti non sono poi così bene informate –
– Hanno una ragionevole percentuale di verità, otterrebbero un indiscutibile 100% se tu rispondessi –
– Ho risposto… –
– Non mi pare –
– Ho detto forse –
– Mica è una risposta –
– È un accenno, una volontà di discussione. Apriamo un canale e cerchiamo di scovarci ciò che ci aspettiamo. Ho aperto la porta, tutto qua –
Non sorride più. Si siede, è la mia poltroncina. Con la destra afferra la scrivania, si dà una spinta. La sedia girai veloce, poi più piano. Sposta lo sguardo, cerca di concentrarlo sui miei occhi. Non ce la fa.
– Non tenterei di alzarmi, fossi in te –
– Sta qua la difficoltà –
Si ferma afferrando la scrivania con entrambe le mani. Gli occhi sperduti, impiega qualche secondo a fermare l’attenzione.
– Insomma, avete scopato? –
– Quanto è importante? –
– Non rispondi mai? –
– Dai l’idea di essere talmente coinvolto… –
– Forse lo sono, forse no, ma, come abbiamo già detto, a questo punto, che importanza può avere? –
– Forse tanta, forse troppa. Riusciresti a perdonare un amico? –
Stringe ancora la scrivania. Le dita sono quasi bianche, i denti serrati, adesso è serio, troppo serio.
– Un amico non si sbatterebbe la donna dell’altro amico –
– Non state assieme, mi pare –
– No, non stiamo assieme, ma ci sto provando, ci tengo troppo a lei –
– Dovresti dirglielo, provarci, magari te l’avrebbe data –
Il tono è duro, troppo. Molla la scrivania, stringe i pungi. Ancora non guarda nei miei occhi.
– Preferirei tu omettessi certi particolari –
– Forse hai ragione, ma è tutto qui, tu dovresti provarci, parlarle, confessarle –
– L’avrei fatto. Avrei voluto farlo, adesso non più –
– No? –
– No, perché uno stronzo, che credevo un amico, se l’è scopata, una mattina altrettanto stronza –
– Non abbiamo scopato –
– Ah, no? –
– Macché, mi ha fatto un pompino, ed è pure brava, sai, dovresti approfittarne –
Uno scatto, è in piedi. La sua mano mi stringe il collo, forte.
– Vaffanculo, Lucio, vaffanculo di brutto, eh –
– Cazzo, mi f…ai…. m…ale –
Uno squillo, il telefono. Ci eravamo scordati di lui, del computer, del lavoro. Allenta la presa, il braccio scende, ma non il respiro, e neanche gli occhi smettono di bruciare, fissi sui miei.
– Vaffanculo, razza di bastardo, tu e tutte le donne che collezioni. Sei uno stronzo e basta –
– Lo so –
Si volta, fa due passi per allontanarsi, ci ripensa, si rivolta, adesso ha un ghigno quasi soddisfatto.
– Sai a proposito di pompini… –
Non guardo lui, né il pavimento, né le pareti, verdi. C’è il salvaschermo, ma potrebbe esserci una corsa al galoppo o la pubblicità dei formaggini. È il suo tono, aspetto la ferita, che sarà dolorosa.
– … be’, anche Irene era bravissima a farli –
Dolorosa, sì., ma speravo non così dolorosa.
giovedì, 20 settembre 2007
1.
Verde.
Verde.
Verde un po’ più chiaro.
Verde troppo scuro.
Giallino.
Verde.
Un passo e una tonalità di verde.
Una stanza e una serie oscena di verde.
Del verde più orribile.
Ufficio.
Ufficio.
Ufficio.
Bagno.
Do un’occhiata.
Scuote la testa.
Ufficio.
Sala medicazione.
Sala pulizie.
Come se deputare un luogo alla pulizia potesse rendermi migliore, lindo, asettico, come se pochi metri quadrati avessero doti divinatorie da mediazione confessionale.
Sgabuzzino.
Non aspetto lo sguardo.
Apro.
Buio, odore di polvere, scaffali, certamente; sporco, forse; sudore, bestemmie, recriminazioni, sicuramente.
Ho il suo polso, stretto in mano.
La spingo a me.
Pelle.
Carne.
Calore.
Le sue labbra
Le mie.
Le stringo i fianchi, poi il culo, forte.
L’appoggio alla mia erezione.
Lingua e lingua.
Saliva, sudore, passione.
Toglie la cravatta.
Toglie la camicia.
Un paio di bottoni saltano, finiscono chissà dove.
La mia lingua e suoi capezzoli.
Le sue mani e i miei capelli.
Ancora, lingua nella lingua.
I suoi seni e il mio petto.
Al bar ho trovato un biglietto.
Non l’ho cercato, mi ha trovato lui, mi stava aspettando sul tavolo del bar.
Un tavolo verde. Sotto al posacenere, come un appunto da ricordarmi per i momenti migliori. Un biglietto anonimo, su carta quadrettata fine. Tipo un bloc-notes come tanti, difficile distinguerlo.
Due righe e un numero di telefono.
“Chiamami, ti voglio. Claudia”.
Due righe, appunto, col vezzo di un nome a costringermi su ipotesi fantasiose.
È il bar del palazzo, verde, dentro e fuori. Pochi avventori esterni.
5 piani, il secondo è il mio, almeno 50 uffici per piano.
Fanno 250 stanze, popolate, mediamente, da due ragazze per stanza.
500 ragazze.
150, massimo 200 giorni per trovarla. Fermarmi sulla porta degli uffici, chiedere di Claudia e aspettare. Mostrare il biglietto, aspettare una reazione.
Cerco una firma sul tavolo, sulle pareti, sul banco ormai zuccherato da centinaia di caffè ingurgitati in un volo di fretta produttiva. Una firma che chiarisca l’autore, il responsabile di tanto colore.
Vorrei chiederlo al ragazzo dietro al bancone.
Meglio, alla ragazza, giovane e, forse, persino carina.
– Scusi, conosce il designer del bar? –
Staranno assieme?
Non lo so.
Vorrei osservarli, cercare di capire, di conoscere.
Ma c’è Claudia.
E un foglietto.
E uno scritto.
Le prendo i capelli.
Le forzo la testa indietro.
Le mordo le labbra, la guancia, la pelle.
E sussurro.
“Prendilo, puttana”
Resistenza, molta.
La spingo in basso.
Cede, alla fine.
La sua testa nelle mie mani.
Continuo a stringere i capelli, forte.
Si muove veloce.
Troppo.
Vengo quasi subito.
Una cosa sbrigativa.
Sono venuto, e non ricordo il suo nome.
Come cazzo si chiama?
Pago la colazione.
Il ragazzo ha preso i soldi, la ragazza sta servendo un gruppo appena arrivato.
Faccio tutto con una mano, la destra.
Mi sento stupido, ma non posso fare altrimenti.
Il ragazzo mi conosce, mi osserva.
Sorride.
Apro la mano.
Il resto cade là sopra.
– Buongiorno –
– Arrivederci –
Ho la sinistra occupata.
Sta in tasca, stringe un oggetto.
Forse un niente.
È un foglietto, con sopra una speranza e un nome.
Esco dal bar.
Facce.
Facce.
Facce, alcune conosciute.
E un corridoio, verde.
Già, verde.
Io odio il verde.
martedì, 18 settembre 2007
C. & T. da U.S.
Non è un gran periodo. Non ho voglia di scrivere, non ho voglia di pisciare e non ho voglia di sommergere altra gente di mie mindpippe. Ho persino consumato della volontà di scrittura. Non è una cazzata, è proprio così. Non so come sia potuto accadere. Io baldanzoso e inchiostrato. Io presuntuoso e spavaldo. Io scribacchino poderoso e mai cagato. Sarà colpa dei due concorsi. Uno è già scaduto, col cazzo che ve lo avrei anticipato. Avreste partecipato, sicuro, e mi avreste fatto un culo così. Due concorsi del cazzo, dei quali non resterà traccia, soprattutto della mia presenza. Perché ho partecipato? Boh.
L'ho fatto con quella nonchalance tipica dello Scazzo da Ultima Possibilità. Con quell'euforia tipicamente giovanile, figlia dell'irrequietezza e della sconsideratezza. Solo che sono un falso giovane e un Decrepito Vero. Ho prove inoppugnabili e rughe profondissime. E montagne di seghe come teste a favore del mio angusto tempo passato.
Che cos'è la letteratura mica l'ho ancora capito. Ho scritto righe e note a margine, senza venirne a capo. Il che è un bell'agglomerato di contraddizioni. Per un sedicente scrittore, non venirne a capo farebbe quasi ridere, se non ci fosse da piangere. Ma sono un (falso)fico, un (falso)forte e una (vera)schiappa. E sono pronto. Non so bene a cosa, ma a qualcosa dovrò pure essere pronto, no?
No, la letteratura non è servita a un cazzo. Non è servito leggere e non è servito scrivere. La personalissima nemesi di una timidezza mai sconfitta. O un privatissimo esorcismo da autoredenzione, reso forzatamente pubblico.
Sono tutte balle.
Scrivere soddisfa quel fottuto ego che si nasconde tra le pieghe di un'immancabile e immarcescibile misantropia. Artefici di presunzione, distillata in virgole, puntievirgole e punti, distribuiti rigorosamente a cazzo. Ci piace scrivere perché ci piace esserci. E ci piace esserci perché vogliamo quello stronzissimo faretto puntato bene in volto. E che non gli venga in mente di distrarsi o di sbagliare mira. Scriviamo per contare. Scriviamo per egocentrismo, e questo è quanto.
Oggi è venuta a trovarmi una tipa molto gnocca. Ha bisogno di un nuovo composit. È una cosa da quasi addetti ai lavori. Chi non lo conosce, be', cazzi suoi, non starò a spiegarlo qua. Le ho guardato le tette. Poi il culo. Ve l'ho detto, una gran topona. Ha mostrato le sue foto. Alcune vestite, altre meno, alcune quasi per niente. Abbiamo coperto la scrivania, non c'era più posto neanche per la tastiera e il mouse. Ha parlato per un po'. Parlato e vagliato, mostrato e criticato. Ho sbirciato tra le foto quel culo sodo e ritto. Poi le tette nascoste a fatica dal costume. Ho alzato lo sguardo. Fuori un grigio spento e neanche un treno di passaggio.
Mi son chiesto: perché.
Un perché languido, avvolgente. Di quelli senza risposta.
La TopaComposit ha continuato per un po'. Ho attivato la modalità – Cenno automatico d'assenso – e ho pensato a pippe assolutamente private.
No, scrivere non serve a un cazzo. Non serve per emanciparsi. Non serve per sopravvivere. Non serve neanche all'immortalità. Tutto si dimentica. Tutto finisce. O tutto si modifica, che è come finire, perché qualsiasi fottuta cosa resti tra le pieghe della prima legge della termodinamica, non sarà certo roba mia.
La tipa m'ha guardato. Aspettava una risposta. Io stavo altrove. Ho balbettato una cazzata qualsiasi. Lei ha ripetuto. Ho sorriso e ho risposto. Pronto & Scintillante.
Mi ha stretto la mano e se n'è andata. Ho seguito quel culo fino fuori dall'ufficio. Con una tipa così non ci proverei mai.
Però posso provare a scriverne.
Per quel che può servire.
lunedì, 17 settembre 2007
Sanguisughe
Ah, Zanzara. Tu mi pungesti
E tanto mi feristi
Ma la mia mano conoscesti
E la vita ci perdesti
lunedì, 03 settembre 2007
US
L'Uomo Stupido non si lascia fregare, si traveste da uomo normale. Non si riconosce per strada, cammina con fare anonimo, senza tentennamenti o pendenze strane, senza saltellare né giochicchiare.
L'Uomo Stupido si mimetizza tra gli scaffali dell'ovomaltina e il pane fresco di giornata. Non in quello biologico perché il sapore gli schifa ed è convinto che sì, magari qualche differenza c'è, ma son tutte cazzate e costa comunque troppo di più e il maggior prezzo non è giustificato.
L'Uomo Stupido è figliodotato. Mostra orgoglioso il frutto dei propri Stupidi Geni ai malcapitati di turno. Guarda sognante i progressi della prole e racconta ovunque la mostruosa intelligenza che già dimostra. Ai parenti e amici che cercano di spiegargli i traguardi assolutamente normali che la stessa prole ha conseguito, l'Uomo Stupido ribatte che è tutta invidia, che solo lui ha figli così intelligenti e belli e che nella vita conosceranno solo Fortuna & Soldi e Una Moltitudine di Donne (se maschi), o un Uomo Ricchissimo (se femmine).
L'Uomo Stupido è pieno di donne, ma non tromba. Si misura l'uccello rubando il metro della sarta, inquilina del suo stesso piano. Fotografa l'erezione allo specchio gigante nel bagno e scandisce i 9 centimetri di vigorosa e fortuita mascolinità fendendo aria e colpendo lavabo e bidet. L'Uomo Stupido, d'altronde, passa ore e ore nel bagno di casa.
L'Uomo Stupido sceglie sempre dei bar con veranda sulla spiaggia. Sorseggia caffè rigorosamente normale, assolutamente senza distinzioni. Non ha tempo da perdere in tazze giganti o caffè d'orzo. L'Uomo Stupido evita come la peste anche lo zucchero di canna, che ha sempre supposto essere un derivato di qualche schifezza da fumare e, comunque, certa robaccia che non fa parte dell'italica tradizione dovrebbe essere bandita dalle tavole e dalla vendita. L'Uomo Stupido sceglie con cura la logistica dei locali, osserva con ingordigia culi flaccidi e tette mosce. L'Uomo Stupido ha una donna che lo sopporta, ma di cui non ricorda né la data di nascita, né il giorno in cui ha deciso di compiere la tragica scelta di vivere con lui.
L'Uomo Stupido è un gran segaiolo.
L'Uomo Stupido è convinto di essere intelligente, osserva il mondo col piglio presuntuoso e commenta acido ogni altrui capacità. Si spaccia per intellettuale leggendo libri su libri, e, anche se non ci capisce niente, ne cita passaggi che reputa importanti per ogni angolo e ogni occasione, scegliendo con cura citazioni e tempi fuori luogo. L'Uomo Stupido non coglie mai l'occasione per stare zitto, in compenso parla, riparla, straparla. Ogni tanto l'Uomo Stupido riesce a fregare qualcuno con citazioni pescate chissà dove. Argomenta con idee altrui e si spaccia sagace con il sapere letto chissà come. L'Uomo Stupido ha un'enorme biblioteca. Alza il ciglio in libreria e disprezza gli autori dalle grandi tirature. Getta merda su chiunque, tranne che su due o tre autori elitari che solo lui conosce.
L'Uomo Stupido non fa sport, ma si tiene in forma. Suda come un matto e si schianta su salite e percorsi alberati. Snobba le gnocche sia in bici che a piedi e accelera se incrocia altri maschi (Uomini Stupidi come lui) per mostrarsi Giovane, Forte & Atletico, perché solo Lui sa essere un Vero Atleta e gli altri sono mezze seghe che si improvvisano su ogni tracciato e pendio. L'Uomo Stupido prende tronate da tutti, in bici schiatta alla prima salita e a piedi non supera il chilometro di corsa, peraltro a passo d'uomo.
L'Uomo Stupido è un gran cacciatore, perché l'uomo nasce per cacciare, e fanculo se non ci sono più prede e se il porto d'armi costa una fortuna. È convinto che la virilità si nasconda nel piombo scaricato in cielo, poco importa se la mira è quella che è e il massimo bottino raccolto sono un paio di funghi e un altro cacciatore impallinato nella chiappa sinistra.
L'Uomo Stupido ha un blog che nessuno si fila, ma che spaccia per elitario e pregno di significato, per questo nessuno se lo legge. L'Uomo Stupido, va da sé, si ritiene uno scrittore innovativo e capacissimo. Ha tante idee sparse sul portatile e racconti spediti per ogni dove e che non hanno mai ricevuto risposta. L'Uomo Stupido sa perché: è il mercato che non apprezza ed è interessato solo a testi vendibili, non all'alta letteratura, quella che lui ha raggiunto da un pezzo. L'Uomo Stupido ripone ogni cazzata scritta nel proprio diario, perché i posteri possano scoprirlo e dargli il giusto valore, e fanculo se questo dovrà accadere solo dopo la sua morte.
L'Uomo Stupido soffre di una cronica solitudine, ma non lo ammetterà mai. Non dichiarerà mai l'amore perché è roba da cazzi mosci e neanche rivelerà di non riuscire più a farlo rizzare, perché il Vero Uomo si riconosce dai secondi di erezione mantenuti, altro che seghe.
L'Uomo Stupido è nascosto ovunque. Tra rioni colorati e palazzi fatiscenti. In villette monofamiliari e tenute principesche.
L'Uomo Stupido è nascosto dappertutto, persino tra voi donne; benché tentiate in tutti i modi di stanarlo, lui riesce a raggomitolarsi per ogni dove, anche nei posti più impensabili, soprattutto nei vostri caldi e riposanti letti matrimoniali.