martedì, 28 agosto 2007
Terapie

Non riesco a uscire dal cerchio, così ho fatto quadrato attorno a me, un poligono di tiro. Ma la geometria non è un reato, soprattutto con gli ormoni imbizzarriti. Ho una fabbrica di nonsense. Produco fottuti loop che non dischiudono, né spiragliano, ma autostimano, presunzionano e attaccano bottone a ogni angolo, per ogni asola. Ammaino e resto latente, come una bandiera di compagnia, con l'attenuante che non svolazzo, né inneggio. Ho peculiarità un po' per ogni dove, quando e perché. Le discipline dove eccelle la mia autostima: – Pallosismo –, – Tristezzismo –, – Malinconismo –. Ne ho fatto piastrelle, poggiate dappertutto, persino nella tazza del caffellatte. Un piastrellista della rivalsa, un costruttore di pace; in fondo, il sangue mi delude, anche se quello buono non mente mai. Sono sempre in cerca di conferme. Clicco sul – ricaricalapagina – in attesa di un riscontro. Ma non ricarico un cazzo. Però scarico pazienza & sicurezza. Posso dichiarare ufficialmente di Essere Scemo? Scemo Procace & Sdilinquente. La razza peggiore. Tipico presuntuoso che suppone di avere lo scettro da Primo Protagonista, ma che – un vale 'na sega –.
Non ti credere, furbastra lettrice/ore, ho provato di tutto: la candeggina sui peli (rossi), le testate nel muro e le martellate sul lupino dell'alluce sinistro. Niente da fare. La terapista dice che soffro di Sindrome da Aggressione Fraudolenta. Che sono un genitore adottivo per dei figli in divenire. Che il bambino che è in me ha scordato il grembiulino in tintoria e ha mangiato la cimosa digerendola col fernet della nonna. La mia terapista ha 20 anni e si chiama Adalgisa e non vuole darmela manco a pregare. Ha due tette da schianto e un culo da urlo, ma non mi si fila manco a pagarla. La mia terapista abita al terzo ombrellone a destra, quello con le stecche urlanti. Si riconosce dall'odore di sesso che sfrigola e dalle frotte di maschi arrapati che ruotano e garrulano.
Contro il logorio della vita moderna ho rinchiuso i radicali liberi. La Bonino, in segno di protesta, m'ha dato un colpo di telefono, ma sono un tipo robusto e non ho fatto una piega. Un appretto d'uomo. Tutti rinchiusi, sono rimasto solo, e neanche un prete per chiacchierar. Ho cercato un alibi, neanche file di oleandri e baobab, scomparsi nei roghi estivi. Il piromane, prima, s'è dato alla fuga, poi è stato acciuffato. Ma sulle giustificazioni è affogato in un bicchier d'acqua.
Non ci crede nessuno, ma ho riso davanti al mare d'inverno, che è come un film in bianco e nero visto alla tv. Che culo, siamo in agosto e il funzionario rai m'ha piombato il televisore. Rischiava la fuga. – Quel televisore, prima o poi ti scapperà di casa –, mi confessavano i vicini, loro se ne sono accorti. Chissà se se ne accorgerà anche il mio dentista. Rido a trentadue denti. Aspiravo a sessantaquattro, o centoventotto. Niente di trascendentale, miravo a raggiungere le cinquemila battute, ma ho sparato troppo alto. Nel paniere due piccioni con una fava. Inutile sottolineare che quella fava sono io. D'altronde, ve l'ho detto che sono scemo, no?
Ordito da: Comparsa alle ore 09:56 | Permalink | commenti (28)
categoria:
venerdì, 24 agosto 2007
Spettatori

– Niente è meno vita di una vita che non è vita –
Non ho osato replicare. Camminiamo sul soffice della spiaggia. Il vento ti scompiglia le idee. Stringi gli occhi e guardi avanti. Vorrei replicare, ma non riesco a trovare una risposta. In fondo non ti ho mai davvero capita, figurati, sul momento ho pensato alle religioni. Ho creduto che me ne stessi prospettando una esoterica, ricca di odori da bruciare e nenie da ricamare. Calpestiamo la sabbia con il piglio della vendetta. Il mare quando piove è malinconico anche se il calendario mostra che siamo ad agosto. Cinque ragazzini giocano nelle pozzanghere. Sono alla nostra sinistra e fanno un baccano infernale. In tre hanno delle Nike scintillanti. Uno indossa Adidas, l'altro, non so. Hanno magliette graffiate e pantaloncini corti. Il piede rifiuta di muoversi. Tu fai ancora qualche passo. Ci ritroviamo distanti per un poco. È la nostra situazione. Come siamo uguali. Non è vita. È una sceneggiatura scontata. So già chi sei, cosa sarà. Davvero, è più difficile ricordare il passato che argomentare un futuro.
Il bagno di fronte ha finestroni di legno marrone scuro. Infissi di decine di anni fa. Dentro pochi commensali. Il desiderio di entrare zompettando è forte. Poggiare sui tavoli i miei cartoncini colorati. La solita domanda scritta: – Cos'è una vita che non è vita? –. Un tema da svolgere, come da bambini, come alle elementari. Si chiamano ancora così? Avranno cambiato pure quelle? Forse sì, è un modo come un altro per alterare il passato, trasformandolo in un futuro diverso. Collegare i tavoli con nastri dorati. Chiedere a tutti cosa sia la vita. Cosa ne resta. Che giochiamo a fare. Sono tavoli senza assi pigliatutto, con bari professionisti che non lasciano possibilità. Scopiamo come dannati. Qualche pompino. Che resta?
Il vecchio legge il giornale massaggiandosi il mento. Ha una tazza vuota sul tavolo. Ci sono appiccicati resti giallognoli di schiuma di cappuccino. Neanche si volta. Con il piede destro si gratta il polpaccio sinistro. Ha la pelle secca e squamata dal sole. Pelle scura, quasi nera. Poche donne, ma che importa? Ho voglia di fare casino. Rompere i vetri, dare aria al locale. Prendere tutti per mano e inventarmi un girotondo infernale. Un gioco a chi resta in piedi, a chi non mollerà. Ho vernice gialla, rossa e blu. Ho bisogno di dipingere l'asfalto. Caselle colorate per sogni monocromatici, grigiastri e senza speranza.
Guardi il mare e mi dai le spalle. Indossi un completo che non conosco. Non conosco la maglia, né la gonna, né tu che ci stai dentro.
Niente è meno vita di una vita che non è vita.
Già, ma che cazzo è davvero la vita?
Ordito da: Comparsa alle ore 11:09 | Permalink | commenti (27)
categoria:
lunedì, 20 agosto 2007
Grigiori & Aghiformi

Abbiamo tutti qualcuno da cui emanciparci. Come i grigi di una stretta viuzza, di un carruggio impertinente, se solo fosse stata di nuovo Genova. La Liguria è un'ostinazione, una sfiga e una sfrontatezza. Il silenzio si abbarbica tra le viuzze dei paesini. La terra rapita a una montagna arida e implacabile. Ho visto mille e mille grigi, grattati sulle pareti di pertugi senza odore di sole. Ho visto gente scontrosa e bambini sicuri di sé.
Ho pochi aneddoti. Poche parole. Tanti chilometri e nessuna sentenza. Sono così bravo a dichiararne. Ma commetto lo stesso errore, ogni fottuto giorno, – Così, come una mancanza di poesia… –.
Silenzio e pietre. Vento e solitudine. Neanche troppo freddo e ciclisti sudati. Il mare ligure è una puttana che bagna turisti indecenti e accalcati. Non ho visto spiagge, ma ombrelloni, gomme, gas di scarico e indifferenza. E nemmeno un parcheggio. Ecco, della Liguria resterà il parcheggio che non sono riuscito a trovare. Un paio di colazioni fatte in casa, tra montagne aguzze e nubi curiose. E poi?
Poi dovrei emanciparmi. Soprattutto da me. Soprattutto da te.
Autofottermi per sopravvivere, per guadagnare l'autostima che sfugge delirando su un selciato di vorrei.
Le chat non servono per conoscere. Non sono mai riuscito a conoscere davvero. Sono metafore di maschere del non-siamo, che è molto peggio del supporre del siamo. Foderati di lembi di presunzione, corredati di sotterfugi e frasi fatte. Noia è la prima cosa che salta in mente. Emanciparsi, sì, anche da questo, dai canali di non-comunicazione di massa. Merce in scadenza senza consumazione. Montagne di parole senza comunicazione. Non siamo mai davvero, perché non comunichiamo.

Sei troppo sensibile…

Non ho posto subito la domanda. Ho atteso, quel tanto che serve al fiato per tornare al pensiero, alla voglia. Per abbattere la delusione e lo sconforto.

– È un bene o un male?

Sai che ho trattenuto il fiato. Hai visto gli occhi. Hai annusato il timore, la paura sulle labbra, sulla lingua. Non avrei voluto parlare. Avrei voluto abbracciarti, forse baciarti. Di tutto, ma non la verità. Alla fine hai risposto:

Un bene…

Si vede che stai fingendo. Non è quello che davvero pensi. Silenzio è ciò che resta. E che altro dovrebbe? Il nostro è il regno della non-comunicazione, proprio lei. Non sarà di massa, un piccolo universo, fatto di recriminazioni, ritorsioni e piccole vendette puerili. Neanche riconosci il curaro delle tue stilettate. Il mio costato è costellato di ferite, le tue sentenze e le tue risposte, così pronte e così incoscienti. So cosa cerchi, non so cosa sto aspettando. Lascio che il tempo scorra. Sarà lui a fare il nostro gioco, fino a quando non ne potremo più. Ci sveglieremo e ci confesseremo di aver sbagliato tutto. Ma sarà troppo tardi. È sempre troppo tardi. È già troppo tardi.
È davvero così: abbiamo tutti qualcuno da cui emanciparci.
Io lo so, lo so molto bene.
Ordito da: Comparsa alle ore 20:08 | Permalink | commenti (8)
categoria:
domenica, 12 agosto 2007
4000

Quattromila è tanto e poco. Un numero a cazzo, deciso in una stanza fumosa. Senza vino, ci scommetto. Quattromila è la differenza tra lo starci e il dileguarsi. Tra voler mettersi in gioco e rimanerne fuori.

– Vorrei partecipare
– A cosa?
– Così, per un tentativo
– Ah, sì?
– Un uscire allo scoperto
– Allora fallo
– Tutto avrebbe un senso
– Ah
– Una motivazione. Tre o quattro anni con un fine
– Che facciamo stasera?
– Per quel senso, almeno
– Che senso? Per stasera?
– Niente, scusa

Quattromila visite e quattromila contatti. E niente da dichiarare. Una frontiera sguarnita, gli sbirri incazzati, una borsa svuotata. Di sentimenti e, perché no, di intenzioni. Le vie sono le stesse, le parole quasi. Un varco, una soglia di passaggio, per un non-so-bene-dove-andare-ma-vado.
Settecentometri, a tanto ammonta la distanza casa-lavoro. In settecentometri ho rischiato l'auto tre volte e imprecato per sette, ricevendo altrettanti coloriti epiteti. Dieci minuti di follia urbana, caramello di incandescente rabbia. Da ciò ne evinco che dovrei mollare l'auto, o la residenza. O entrambi. La gente mi sorprende, o mi sorprende troppo poco. Quando hai disegnato le soluzioni su una parete sufficientemente grande, le hai contenute quasi tutte. Come uno psicostorico asimoviano. Solo che quelli cannarono di brutto.
Quattromila battute sono poco, troppo poco. Come raggrumarci le attese? Le voglie? Le disillusioni? Lo so come finirà. Un pastrocchio multicolore e privo di senso. Ah, come sono prevedibile.
Marina di Castagneto è un circolo di follia marinara. Undici mesi di oblio e una settimana di pazzia mulitilingue. Ha i ginepri spennacchiati e un odore che non so più distinguere. L'odore del mare violato, della modernità nauseabonda. Della gente menefreghista e spocchiosa. Dei turisti beceri e presuntuosi, sudici e ignoranti.
Ho un sacco di parole, l'ho già detto? Troppe per quattromila battute. Toccherà recidere di brutto e salvare il salvabile. E quattromila, lo posso confessare, puzza di sfiga arrembante.
Ordito da: Comparsa alle ore 11:02 | Permalink | commenti (20)
categoria:
mercoledì, 08 agosto 2007
Revisioni

Mio padre ha insistito
Ha voluto accompagnarmi
Da giorni non la vedeva
Lei con lui è felice
Più che con sua madre e me
Lei è una fine mattina
Lei è un'uscita di asilo
Lei era tranquilla in braccio alla maestra
Ha voluto camminare da sola
Ha voluto salire sul cornicione
Con la mano nella mia
Per tutta la passeggiata
È strano, lei non vuole mai
Preferisce stare in braccio
Quando a sua madre
Quando a me
Poi ha visto suo nonno
Stava là, alla portiera
Sotto il sole sorrideva, era felice
Mio padre l'aspettava
È corsa incontro gridando –Nonno! –
Lo ha abbracciato, tenuto stretto
Davvero, stretto stretto
Così tanto da farsi male
Mio padre ha pianto
E io con lui
Ordito da: Comparsa alle ore 18:58 | Permalink | commenti (24)
categoria:
sabato, 04 agosto 2007
U.S.V.

Ma che bello. Torna la voglia di essere. Buongiorno signor Lei, che sta facendo? Gozzoviglio tra le macerie della mia vita. Festeggia? Certo, e ne godo parecchio. Lei non ha più codici, e neanche me li cerco. La direzione è Alpha Centauri. Per il mio diletto si prevedono viaggi interstellari e dolori mestruali maschili, per proprietà transitiva. Di cosa, non si sa. Il mio hobby principale è l'arte sminuzzatoria. Lo sminuzzamento è nato in Cina, durante la dinastia Xia. Si narra che fu inventato da un oscuro scribano alla corte del sovrano Zhong Kang, il quale, poco soddisfatto dell'invenzione, provvide a far divorare l'inventore dai leoni e dalle tigri del bengala al pascolo nel giardino reale.
A tutt'oggi sono l'unico rappresentante vivente di tale arte.
Cominciai a sminuzzare il tavolo da disegno. Soprattutto perché non ho mai disegnato in vita mia. Il suo possesso fu controproducente, per il mio ego, e per la raccolta di ironie sottili e non degli amici, così prodighi durante le festività a sdilinquirsi sulla natura del mio tavolo da disegno. Lo sminuzzai ben bene, raccogliendo le venuzze scure sulla prima mattonella di casa, quelle meno scure sulla seconda e quelle chiare sotto la credenza, seguendo le più antiche metodologie feng shui. Ho poi sminuzzato l'armadio della mamma. Non è stato facile, più che altro per le continue urla della povera anziana donna, preda di molte e feroci crisi epilettiche. È rimasta colpita dalle ante, dalle gambe, piccole e tozze, dal telaio intero, crollato miseramente in poco più di mezz'ora. A lei è rimasta una collinetta di segatura biascicata. A me una coerente soddisfazione.
Sono sminuzzatore e me ne vanto. L'ultimo rappresentante. Eunuco per definizione, senza discendenze per scelta. Ho una strada in attesa e tanti mobili attorno. Camminerò armato del Verbo. Adoro sminuzzare e smangiucchiare e spappolare e tritare. Guardatemi, sono davvero l'Ultimo Sminuzzatore Vivente. Chiamate la vostra ProLoco, svegliate i Comitati Turistici. Prenotatemi per le sere d'estate. Attizzatemi per le vostre festività paesane. Sminuzzo di tutto, dalle attese degli artisti nervosi sul palco della prima, ai nervi scoperti delle cassiere di un ipermercato della zona industriale. Dalle rare e antiche foto di famiglia ai sospiri degli amanti in attesa. So come farmi odiare. Sminuzzo da dio.
Il mondo mi sorride, la via è sgombra e in discesa. Sorrido furbesco, senza sentimenti acclusi. I pochi posseduti li ho sminuzzati tutti. Persino quelli, persino i miei Sentimenti Migliori.
Ordito da: Comparsa alle ore 09:51 | Permalink | commenti (26)
categoria: