giovedì, 26 luglio 2007
D.

D. butta le giornate senza fiatare e fa gocciolare il tempo sulla pelle. Vive su una collina di incertezze, camminando con le dita incrociate. D. è una storia che vacilla tra alti e bassi. Da qualche giorno è molti bassi. E alcuni più bassi.
D. ha bisogno di un Amore. Che è quasi ridicolo nella sua forma, e apertamente stupido nella sua dichiarazione. Amore è una parola straniera senza permesso di soggiorno. Se maiuscolo, ha la rigidità di un incrocio trafficato e la pericolosità di un selciato di coccodrilli. D. sogna un sentimento gigante, formato poderoso. Tipo Un Amore Da Non Scordarsi Mai. A lui piacerebbero giornate solitarie e pensieri uniformati. Ha bisogno di un nome, un volto, una dichiarazione. E di un dialogo. Di quelli mai scivolosi, o acuminati. Di quelli da perderci più di una notte, dove contare le paure e calpestare le insicurezze.
40 è un numero bastardo. Un fottuto compagno di rinunce. È il tempo della consapevolezza e delle perdite, di ogni tipo e forma, di ogni foggia e sapore. È un baluardo di consapevolezze. Dà la certezza della china, e la perdita di stalattiti di occasioni. 40 è un numero da nascondere, una verità da sotterrare. D. lo sa bene. Sa che dietro quell'angolo si perdono regali e finiscono occasioni. D. conta gli anni sulle dita delle mani. Lo fa più volte, e vorrebbe tornare indietro. D. ha il futuro rappreso. Non ne ha ancora capito il motivo, e neanche ci prova. Ha post it di ogni colore su cui scarabocchia – se –, – ma – e – forse – in ogni foggia. Li appiccica ovunque vada, su facciate cadenti e intonaci malmessi, vasi pericolanti e schiene incurvate.
D. vive su un pacco di ricordi. È uno scatolone di cartone marrone, con le scrittone nere. Cosa ci sia scritto a lui non importa. Neanche a noi importa. D. passa il suo tempo là sopra, ma non apre mai lo scatolone. D. ha paura dei ricordi, che sono Beretta dal colpo in canna, pallottole pronte all'uso e in cerca di bersaglio. D. è un po' stupido, diciamocela tutta. Conosce a menadito la Via dell'Emancipazione Sentimentale. Ha annusato la Via della Perdizione e ci si è infilato a capofitto, affogandoci i coglioni. D. è un'indecisione scolpita sulla pelle, trasmessa per endovena, inculcata nei geni sconclusionati che gli gridano dentro.
D. ha mille possibilità, ma nessuna scelta. Ancora se ne chiede il motivo, ancora si chiede il perché. Ha orchestrato molto in queste settimane. Ha organizzato, sorpreso, indugiato e scoperchiato. Senza risultato. E se qualche risultato l'ha ottenuto, è stato veramente poca cosa. Cerca conferme e attende certezze. Nessuno sembra averne, men che mai lui. Amore è un punteruolo che lui si conficca in fronte ogni santa mattina. Uno di quelli dal filo seghettato, che una volta entrati non vogliono più uscire. D. ha bisogno di amare, e di sentirsi amato. Come tutti. Ma lui un po' di più. Perché tutti siamo sempre un po' di più.
Io un po' di più.
Tu un po' di più.
Egli un po' di più.
Noi un po' di più.
D. lo sa, come sa che la presunzione dell'unicità della persona è, appunto, una balla presuntuosa. Non ci son cazzi, D. soffre di solitudine. Ne soffre tanto, come tutti.
Ma lui un po' di più.
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martedì, 03 luglio 2007
Sfiga

Uno

Mi chiamo Ugo e ho una confessione da farvi: sono nato sfigato. A dire il vero sono nato con un cesareo lungo un metro. I dottori dissero a mia madre che non volevo saperne di uscire. Poi la addormentarono e zac! Della nascita ricordo la mamma maledire la scopata che mi ha messo al mondo. L'ha fatto più volte, e ogni volta l'ha ripetuto come una cantilena: – Maledetto, maledetto, maledetto, maledetto… –.
Proprio così.
Mio padre non fu presente al parto. Mia madre disse qualcosa a proposito di lavoro, appuntamenti e altre puttanate del genere. Per come la vedo io, si stava scopando una delle sue donne, perso chissà dove. Tipico. Quando alla fine mi vide, stavo zitto in mezzo a frignoni che non la smettevano di urlare e dimenarsi. A dirla tutta, anche io frignai un po', ma le infermiere neanche si voltarono, e col gran casino che tra tutti stavamo facendo, decisi di smettere. Mio padre portava un completo blu scuro, cravatta elegante e piglio deciso. Sorrise all'infermiera, quella giovane e carina. Lei lo guardò un po', sorrise di rimando e mi indicò.

– Ecco
– Quello?
– Quello
– È sicura?
– Certo
– Ma è orribile
– No che non lo è
– È uno scherzo, vero?
– Uno scherzo?
– Mio figlio è quell'altro, quello laggiù. Ci scommetto
– No, non ci sono errori. Ugo è questo
– Cazzo
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