venerdì, 29 giugno 2007
Notturni

C'è distanza tra noi, quella che hai deciso di rimarcare. Parliamo per un po', senza dire niente. Continuo a chiedermi che cosa stia facendo. Le domande di sempre. Ripenso a discussioni, chat aperte, interessi comuni, divergenze. Adesso che ci penso, non hai mai chiamato, né chiesto. Il tuo è il silenzio di sempre. Quante volte ho interpretato il tuo sguardo. Così tante da aver perso la voglia di continuare a farlo.
Cecina resta un paesone che non riesce a smettere i panni sporchi di terra. Ha un sacco di luce e la paura del buio. Lo dimostra con vetrine e lampioni in eccesso.
Quando usciamo prendi la mia mano. Sono felice e me ne chiedo il motivo. Non ricordo un cazzo dei tempi delle superiori. Adesso ne avrei bisogno. Un bel bilancio, una partita doppia con caselline dorate. Incastonare attività e passività, e alla fine una bella somma liberatoria, una tana-libera-tutti. Un esorcismo ragionieristico per toglierci di mezzo quella patina da sfigati eternamente tristi che ci si è appiccicata addosso qualche mese fa e non vuol saperne di levarsi dai coglioni.
Cecina è il bagliore dei lampioni e l'odore di un quasi mare. Ha un centro pavimentato di rosso consumato. C'è sempre gente. Riesce ad attrarre noi poveri contadini vestiti a festa e signorotti presuntuosi che non riescono a immaginare niente di meglio di una camminata in mezzo al paese, tanto per mostrare gli ori di famiglia. Ricordi quel sabato? Ti chiesi di accompagnarmi. Ci piazzammo davanti alla chiesa, tu disinteressata, io armato di bic nera e gran taccuino personalizzato. Buttai giù i ritratti di tutta la gente che ci passò attorno. Ne scaturirono ricordi e immagini, vecchie conoscenze e malinconia da strapazzo. Non hai mai chiesto di leggerli. Non hai mai chiesto che fine abbiano fatto quegli appunti. Adesso che ci penso, non hai mai chiesto un cazzo di niente.
Fa un po' freddo. È già quasi tardi e ci incamminiamo senza conoscere un fottuto niente del domani. Ma, in fondo, chi può dire di conoscerlo?
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mercoledì, 20 giugno 2007
Domenica

Non so se Genova sia una città come le altre. A me è piaciuta, per quello che posso averne conosciuto. La gente è silenziosa, ma cortese. Biamonti scrisse che Genova ha ripudiato il mare, dandogli le spalle, preferendo abbracciare i monti. Non ho scorto le spalle di Genova. Ma il suo mare è una ferita aperta. La città sembra bere un sangue quotidiano, fatto di reti, moli in rovina e pezzi di porto che nascondono la propria storia. Ha tante facce. Alcune sono i volti di un corridoio di immigrati in attesa. Altre gli sbadigli assonnati di scoteristi di fretta. Altre ancora giornalai scontenti che non sanno rispondere a semplici domande. Genova è un iPod carico di un vecchio De André, sparato alle 7 e mezzo di mattina, circondato da un traffico insolente. Ho conosciuto un Libraccio e un ospedale.
Il Gaslini è un pronto soccorso come tanti altri, forse più comodo, e con tanto verde. In quel verde ho sostato e telefonato e parlato e letto. È un ampio giardino, che è un quasi parco. È stato lasciato crescere per nascondere il dolore delle stanze e delle avvolgibili, perennemente alzate. E per celare il ronzio dell'aria condizionata che intima di non aprire le finestre. Adesso che ci penso, da fuori le grida dei neonati non trasudano. Quella delle pareti esterne dev'essere un'osmosi al contrario. Filtrano sentimenti, ma senza odori, e senza rumori. Tra le foglie si nascondono drammi quotidiani, madri indifese e padri abbattuti. Non ti ho odiato, Genova. Come avrei potuto? Anzi, per certi versi, ti ho persino amato. Ma non so se sia vero amore. Sai che sono così facile agli entusiasmi, e così pronto agli eccessi.
La fine non è così lontana. È un pensiero fisso, ormai. Mi salva un'endemica vigliaccheria e un dovere che si stempera con il suo crescere. Ho un terrore viscerale, che nascondo nel pulsare delle vene. La paura del termine del tutto, del non essere. Ma l'essere dà il suo bel daffare: ha l'aria pesante e opprime, sempre più. Non ci sarà decisione, ne sono certo. Ma è un'opzione in stand by. Un grappolo di possibilità da cogliere in qualsiasi momento. Il sì e il no sono deviazioni dell'istante, senza ponderabilità preventiva.
Sono un sentimentale, nonostante tutto. È una gran bella sfiga. È una collocazione sgarbata, sempre ai margini, mai considerata. Devi costruire dei gran bei baluardi, perché gli altri ti annusano a pelle, ti scoprono all'odore. E ti fottono. Non c'è spazio per ripensamenti, o dolori empatici. Quello che serve è un'eutanasia doverosa. Un annullamento di comodo, perché certi spazi non servono, anzi, gettano lo scompiglio e minano le certezze che si vanno costruendo. Non resta che una manciata di ironia e un bel mazzo di cinismo. Ciò che serve per essere traghettati nel nuovo millennio. Chissà a che cazzo potrà servire, poi.
Ho camminato molto, ma non è servito a granché. Ho anche giocato così tanto coi sentimenti, che ho finito per lastricarci il mio quotidiano dolore. Una mia personalissima nemesi. Dovrei saperlo, le porte, una volta chiuse, non devono essere riaperte, per nessuna ragione. Ma l'ho fatto. E ne porto i graffi tuttora, ma non avrei dovuto aspettarmi di meglio. È giusto così, nessun dolore è così forte come quello provocato volontariamente. E ciò che si raccoglie è tutto ciò che si è seminato. Nelle ultime settimane ho dato fondo a molti risparmi. Ho scelto deliberatamente di non tenere un conteggio di massima, di non affidarmi a una terrificante contabilità. Che lo sarebbe stata, terrificante, intendo, ne sono certo. Non so se darmi una calmata. Mi chiedo che farebbe Gianni. Il mio alter ego, quello della presunzione letteraria, che attende all'ombra di quattrocentomila, inutili, battute. Ha assunto una forma, una consistenza notevoli. È un compagno di viaggio. Facile per chi ha la mania della solitudine, più o meno forzata. Gianni non è mai vicino, ma è una presenza costante, cui rivolgersi, e da cui non pretendere una risposta. Alzerà le spalle, si gratterà le palle e si volterà in cerca di un bar e di una birra che non sia né troppo fredda, né troppo cara. A volte mi chiedo se questi non siano che i primi sintomi di una schizofrenia strisciante. Suddivisione della personalità, mancanza di affetto, impossibilità di costruire un sentimento. Che ironia, dover subire un'analisi. Eppure c'è stata una finestra. L'ho chiusa quasi subito, inutile provarci. Ma il germe del sospetto è stato instillato. Come le larve di quegli animali che lasciano un seme nel corpo dell'ospite. La larva si dischiude e si nutre di carne viva, senza uccidere, per non privarsi del cibo che le servirà per crescere. Così quel dubbio. Nonostante i miei vaccini psicologici. L'idea dell'errore di fondo è stata instillata. Non hanno che da attendere. Posso solo dire di essere curioso. Qualche mese fa, o qualche settimana fa, non avrei potuto immaginare un'evoluzione simile. In fondo, il futuro ci aspetta, con le cosce di fuori. A volte ho come il sospetto che quelle che cantava Sergio, siano proprio le mie cosce.
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giovedì, 14 giugno 2007
2

Forse è reggere il peso degli anni, o tenere fede agli impegni presi, o essere così duro&crudo da non dover chiedere mai. Chissà che cazzo vuol dire essere uomo. Ma devo dirtelo: non lo sono mai stato, qualunque cosa possa significare. Essere uomini non ha uno spessore. E non ha neanche un fervore colonialista o un feroce impeto etico da rivoluzione morale. È una favola come tante altre. Serve a spacciarsi impettiti tra una birra e l'altra, tra una confessione e una rabbia smangiucchiata al buio, tra sguardi indiscreti, con la barista che si fa i cazzi suoi, e i ragazzi che giocano a chi la spara più grossa. Quella birra è andata. Cercala fuori, che non è ancora troppo freddo per un abbraccio, né troppo caldo per una rinuncia. Sono abituato a scrivere cazzate, mi viene bene. Attenzione, strada deformata, procedere con cautela. Io Cautela non la farei mai salire in macchina con me. E pure lei non ha mai voluto farlo. Chi potrebbe fidarsi di un non-uomo?
No, non sono un uomo. Neanche mio padre lo è. Lo so perché non mi ha mai preso da parte per confessarmi la Verità, quella con l'iniziale maiuscola. Non mi ha mai circondato del suo tempo migliore per mettermi al corrente dei Segreti della Vita. Che ironia, io che nutro speranze di scrittura e sogni di carta stampata. A chi non è introdotto nei segreti paterni, negli scrigni di verità sussurrata di padre in figlio, come cazzo può venire in mente di diventare uno scrittore?
Per la mia vita ho sempre sognato un amore da film. Non da telefilm, bada bene. Nessuna minchiata da serial incappucciato, né abbarbicamenti da sceneggiatore in crisi. Neanche un film di successo, non ho queste pretese. È sufficiente una stagione da non buttare, qualche colpo di fortuna e poco altro. Un amore scambiato con occhiate. E dolcezze. E carezze. E baci. E abbracci.
E basta.
Senza tanti fronzoli o parole o puttanate o corse al supermercato. Quell'amore da sfregarsi l'attesa, da incipriarsi la speranza, da leccarsi le dilungaggini. Un sentimento mai avuto, probabilmente neanche mai dato, e, adesso lo so, che mai avrò. Realtà è una faccenda a due, molto privata e molto fottutamente bastarda: ha sempre ragione, si stende sul lettino e ti lascia fare. Ha tutto il tempo del mondo e prima o poi ti tocca la sua biglietteria. Sono fottuti conti da saldare.
Ho perso l'innocenza. È finita tra una gomma biascicata e una lampadina a basso consumo dimenticata sulla cassapanca. È finita assieme a quel mio sogno antico, di donna profumata e camicette stirate di fresco appese alla finestra. Felicità sono voglie e carezze a volontà. Sono proprio vecchio e rincoglionito. Parlar di dolcezze e chimere, quando addosso ho i vetri spezzettati della gente che arranca. Fa così sfiga.
Ho perso l'innocenza, sì. Ed è una verità da incassare rudemente, come un ko inappellabile. Come una discesa senza ritorno.
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lunedì, 11 giugno 2007
Cronologia

Non che ci sia molto da scrivere. Il dolore è così personale, si aggrappa all'anima, e come fai a scrostarlo via. Ho provato con la spugnetta verde, quella che gratta. La condivisione non allenta, né sgranuzza. Ho un elenco di Me al trasloco, serve solo del tempo. Ricordi? Quel tempo in attesa, tra un balzello di pozzanghera e le dita nella mano. Guardarlo adesso è riconoscerlo per ciò che è veramente stato: un lento suicidio durato troppi anni. Ehi, dolore, non ce l'ho con te. Sei figlio di puttana dentro, ma fa lo stesso. Lei neanche lo capisce, non l'ha mai fatto. Ho deciso di tenere tutto il dolore del mondo. Lo conserverò compresso da un bel tappo bormioli, di quelli da sottovuoto. Lo terrò per ricordarmi cosa è stato e per non cadere in tentazione e per non dimenticare le ferite coltivate.
Andare al mare è un suicidio al rallentatore. Il sudore appallottola, e le cosce non sono così attraenti. Trovi tanti occhi di donna e nessuna comprensione. Non amo la spiaggia, né i parcheggi. Né l'odore delle auto al sole, che è così solitario nel suo abbandono tra un asfalto grattato e i primi segni della spiaggia giallastra. Ricordo le dune, un tempo altissime, adesso quasi scomparse. Ma non so dire se è un mio punto di vista o se sia il vento ad averne approfittato. Vento, hai mai smangiucchiato il dorso sabbioso di una cunetta assolata? Hai mai solcato la sabbia rovente, col piglio del divertimento nella canicola?
Ho un elenco, vero. È quello delle cose non dette e di quelle mancate. Dei veleni nascosti e delle occhiate al cielo. Conservo un elenco degli elenchi, per non dimenticare chi sono, e per intagliarmi sulle unghie chi sono stato. E ho l'elenco dello scambio mancato, di tutto ciò che abbiamo chiuso nella credenza. Solo che quella credenza è crollata sotto il peso dei rimorsi, infischiandosene del presente, del passato e del nostro futuro.
Che bello, ho la crema protettiva. È un tubetto colorato, sprizza gioia e ispira allegria. C'è una tipa stampata sulla confezione, sorride ai dormiglioni e ai braghecorte, alle seminude e alle assonnate. È quasi complice nella sua voglia di abbronzatura. Non sarò mai come te, bebi, ma ci proverò, e chi se ne frega del resto.
Fa caldo, è pieno di gente attorno e neanche una ragazza attraente.
Il dolore è ancora là, mica ha intenzione di andarsene.
Ecco, di tutto questo casino, il dolore è l'unica sicurezza su cui possa contare. Il resto è solo sudore e pance molli spaparanzate.
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venerdì, 08 giugno 2007
Io



Siamo stati sorrisi. E scelte condivise. A volte della felicità rubata, altre un bacio nascosto. Siamo stati gioia di parole e gioia silenziosa. Siamo stati cosa avremmo voluto e dovuto, con le scelte giuste, e le scelte sbagliate, con le strade d'asfalto invitante e le buche di speranza nascosta.

Siamo stati voglie di carne, con la fame reciproca che non ha dimenticato desideri o ripensamenti. Siamo stati un cercarsi, qualche volta dolce, sempre frenetico. Siamo stati notti passate a costruire, e mattine a sbadigliare. Giorni a ipotizzare, e sere ad abbracciare. Siamo stati anni, senza contarci il tempo sulle rughe, che son nate di nascosto nelle notti a parte. Siamo stati una scelta obbligata, che il tempo ha scandito e accumulato pazientemente, come solo i giorni e i mesi e gli anni sanno fare.

E siamo stati responsabilità, perché il tempo questo ci chiedeva. E non ci siamo sottratti a esso, anzi, l'abbiamo guardato torvo con la sicurezza della nostra falsa gioventù, con i geni di una incoscienza giovanile che non avrebbe dovuto appartenerci. Siamo stati dovere, e tempo rubato, e sbadigli di nascosto, e sonno mancato. Siamo stati un futuro che è cresciuto lento, ma con una volontà di ferro, che ci ha lasciato più di un sorriso.
Ma siamo stati ritorsioni, e vendette, e parole come ferite, e accuse di muscoli dolorosi, e ricordi da stomaco sofferente. Siamo stati una parabola d'invettive, e siamo stati una paccottiglia di dolore. Siamo stati una presunzione calpestata e un'incoscienza perentoria. Siamo stati un qualcosa, che adesso non c'è più. E siamo stati così tanto da riuscire a essere, alla fine, così niente.
Io e te.

Siamo stati.

Niente più.
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martedì, 05 giugno 2007
Es

Ma che vuoi costruire, la convinzione del ragionare? C'è un tempo da buttare, che è così mio. E parole da arrostire, che sono un po' per tutti. Dolci spiedi per l'inferno della presunzione. Una casa, nuove pareti, un architetto. Qualche muro da buttare, cataloghi da sfogliare. Il fondamento della nostra morale è un foglio A4 patinato stampato in quadricromia e verniciato UV. Il modello sanatorio di ogni imperfezione, il plastichismo esistenziale, la fornace dell'abitudinario. Una cena. Un ristorante. Qualsiasi cosa, purché fuori da queste quattro mura, arredate alla bell'e meglio. Un equilibrio basato su pilastri irrinunciabili: pubblicità, vicinato, convinzioni più o meno indotte. Il sentito dire è l'arteria ossigenante. I messaggi catodici sono un Verbo irrinunciabile. Il Verbo trasmesso ci rende partecipi come particelle di un umano subatomicismo accompagnato. Per noi, percorsi preparati e battute sempre uguali. Menù scarabocchiati e prezzi a doppia cifra sonante. E i camerieri sono macchiette standardizzate. E i piatti sono l'emblema di ciò che siamo divenuti: tanta forma e un cazzo di sostanza. Ti ho sognato, Sostanza. Così abbacchiata nella tua aria greve. Suonavi canzoni demodé sotto un ombrellone di terza fila, in una fottuta notte di metà settimana, rincorsa da ringhiosi guardiani notturni e col culo azzannato da dobermann addestrati alla fame. Sostanza, tu che puoi, torna e lasciami gongolare di strapazzo. Lasciami cullare nel significato. L'auto è un porcile. Il vicino ha un set di lusso tedesco formato quattro ruote. Parcheggia ostentazione e guida apparenza (Sostanza, dove cazzo sei finita?). Io ragiono? Dove? Quando? Perché? Dobbiamo abbronzarci! Dobbiamo abbronzarci? Dobbiamo abbronzarci! Crema, doposole, sabbia, ciabatte, asciugamano. Sabbia sabbia e sabbia. E sole. E caldo. E appiccicume. E le donne dal culo al vento. E le tette mosce che non me lo fanno rizzare. E le femmine che ti guardano anche se sei con una donna. E i maschi impettiti. E i costumi attillati da 3 centimetri d'esibizione. E le spalle cadenti. E i visi sfigati. E gli sguardi disperati. E le unghie da tagliare. E i capelli da rimodellare. E le ascelle da depilare. E i calcagni da arrotondare. E le ginocchia da smussare. E le guance da rimbolsire. E i gomiti da dirimpettare. E le dita da dilungare. E i peli da scontornare. E le voglie da usurpare. E i lamenti da coccolare. E le paure da disinibire. E la fame da congelare. E i piatti da subaffittare. E le stanze da smadonnare. E la passione da smantellare. E le ruote da stacchellare. E la moglie da cornificare. E me stesso da tradire. E i capelli da spacchettare. E il fisico da martellare. E il sangue da slabbrare. E le pagine da appallottolare. E la colazione da frullare. E la pasta da annodare. E la carne da sminuzzare. E gli amici da affogare. E le piante da rosicchiare. E l'asfalto da grattare. E i graffi da immortalare. E le foto da sputare. E le facce da ignorare. E dio da subissare. E ogni santo da ignorare. E un giorno da bruciare.
Uomo Perfettamente Inserito Nella Società Contemporanea, Decadente E Imperialista. Guardami, vedo gli altri e sono me stesso. Adoro l'omologazione. Annuisco come loro, mangio come loro, cazzeggio come loro, mi sparo seghe su seghe come loro, non capisco un cazzo come loro. Adoro la consuetudine. Amo l'uniformità. E perché doverla deprecare così tanto?
Io sono io, e sono pure voi.
È una splendida esistenza, c'è forse qualcosa di meglio?
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