giovedì, 31 maggio 2007
Ho pianto
Mi ha accompagnato mio padre
Da giorni non la vedeva
E. con lui è felice
Più che con sua madre e me
E. è una fine mattina
E. è un'uscita di asilo
E. era tranquilla in braccio alla maestra
Ha voluto camminare da sola
Ha voluto salire sul cornicione
Con la mano nella mia
Per tutta la passeggiata
È strano, lei non vuole mai
Preferisce stare in braccio
Quando a sua madre
Quando a me
Poi ha visto suo nonno
Stava là, alla portiera
Sotto il sole sorrideva, era felice
Mio padre l'aspettava
È corsa incontro gridando –Nonno! –
Lo ha abbracciato, tenuto stretto
Davvero, stretto stretto
Così tanto da farsi male
Mio padre ha pianto
E io con lui
Mio padre ha 76 anni
E mi chiedo
Dove siano quei passi
I segni delle orme
Quelle sbagliate
Lasciate nell'errore
Dei tanti passaggi
Che non avrebbero dovuto essere
Dov'è quel passo
La mossa sbagliata
Gli errori incerti
Che tu mai hai rimosso
Il dolore, non ha senso
Non ha giustizia
Non ha motivo
il dolore è dolore
E non c'è un perché
O una fonte
Tra il dolore nasce l'odio
Tu neanche lo sai
Per questo debbo scriverlo
Per questo debbo dirtelo
E io ti odio, R.
Come mai nessuno prima
E non potrò mai perdonarti
Il dolore che mi hai donato.
martedì, 29 maggio 2007
48
Quarantotto spasimi. Quarantotto fremiti. Quarantotto ripensamenti. Quarantotto dolori. Quarantotto dubbi. Quarantotto perché. Quarantotto lacrime. Quarantotto motivi. Quarantotto incertezze. Quarantotto tentativi. Quarantotto futilità. Quarantotto risvegli notturni. Quarantotto tentativi di riposo. Quarantotto vaffanculo. Quarantotto troia. Quarantotto stupido.
Quarantotto ore.
Troppo presto per un bilancio. Troppo presto per un'assimilazione. Non so più niente. C'è un'incoscienza di fondo e dell'inerzia appesa ai mobili.
Cerere è il più grande corpo della fascia di asteroidi in orbita tra Marte e Giove. Ha una massa di circa 1000 chilogrammi. Attorno ruotano minuscoli oggetti che vivono, cozzano, interagiscono e cambiano aspetto.
Le parole non servono a un cazzo. Io ne ho tante. Guarda qua, vedi? Ne ho così tante da poterle abbandonare sul selciato di un dolore che, qui, cerco di condividere. Non servono e non sono servite a niente. Ci hanno raccontato che le parole avvicinano, costruiscono ponti, creano empatia. Tutte cazzate. Le ho gettate ai tuoi piedi. Le ho incise sul cemento del nostro cammino. Le ho appese a ogni angolo del nostro futuro, costruito a quattro mani. Adesso dove sono? Cartelli di menzogne, calpestati con la rabbia, distrutti con la tua determinazione. Quella rabbia te la leggevo da tempo, sai? I tuoi occhi hanno sempre comunicato meglio delle tue pochissime parole. Ora posso dirlo: so esattamente quando è iniziata la fine del tuo noi. Hai perfettamente ragione ad aver perso ogni fiducia in me. Non ne ho diritto. Non ne ho perché ho avuto sotto gli occhi il quotidiano aggrapparsi della fine sul nostro divario, che si è fatto sempre più spesso in questi ultimi mesi. In questi ultimi due anni.
Quarantotto sguardi. Quarantotto cambiate. Quarantotto frizioni. Quarantotto curve. Quarantotto piatti. Quarantotto bicchieri. Quarantotto fazzoletti. Quarantotto speranze. Quarantotto stronza. Quarantotto stronzo. Quarantotto meglio così. Quarantotto non posso crederci. Quarantotto non è possibile. Quarantotto ne sei sicura? Quarantotto sì.
Già, i tuoi occhi parlano più dei tuoi futili motivi. Hai vomitato rancori e recriminazioni. Ho letto odio e ascoltato furore. E tra le tue volontà di ferire mi sono abbarbicato su degli è andata come doveva, su di un meno male, su qualche era inevitabile. Ma sono palliativi di facciata. Un mezzo cachet al volo, contro metastasi di dolore che si avvinghiano su ogni muscolo, su ogni osso. I miei globuli sono bianchi di bandiere issate.
Castagneto Carducci ha un arenile che si estende per circa 13 chilometri, ma solo due o tre di questi sono adibiti a spiaggia attrezzata. Il centro ricettivo, Marina di Castagneto-Donoratico, è una piccola frazione del comune che, nel periodo estivo, accoglie fino a 25.000 turisti.
Quarantotto bugie. Quarantotto forchettate. Quarantotto ipotesi. Quarantotto appigli. Quarantotto pagine. Quarantotto porte. Quarantotto richieste. Quarantotto alzate di spalle. Quarantotto clienti. Quarantotto fatture. Quarantotto debiti. Quarantotto crediti. Quarantotto fogli. Quarantotto battute.
Quarantotto ore.
Quarantotto è niente, ma è già tanto, se si riesce a leggerti negli occhi. L'odio per me che hai lasciato mostrare è il mio fallimento lungo i nostri anni. Quel fallimento iniziato il primo giorno che ci siamo cercati. Quel giorno che abbiamo deciso di stabilire come nostro primo giorno. Quel fottuto tredici dicembre. Una storia che inizia il tredici non ha chance. Può solo finire male. Noi abbiamo provato di tutto per farla durare, nonostante la mia freddezza e la mia stupidità. L'inerzia ci ha coinvolto e ci ha traghettato fino qua. Ma non poteva durare. E oggi sono a raccogliere i resti di ciò che avrei voluto, ma non sono mai stato per te. Non hai mai cercato letteratura, o parole altisonanti, o un curioso intrattenimento psicologico. Hai sempre avuto la concretezza dalla tua. Un tubo rotto qua, un armadio da incollare là, una piastrella da risistemare giù. Tutte cose che io non ho mai seguito. Tu che hai foderato di insofferenza ogni mio interesse, ti sei vendicata della mia freddezza nel modo peggiore, con uno stillicidio di ferite quotidiane, scardinando le mattonelle del nostro ponte, una a una, giorno per giorno. Le vedevo quelle mattonelle, sai? Sono le stesse con cui hai piastrellato quel muro di odio che ostenti, e che mi lascia solo con quel fottuto senso di fallimento estremo, e con il gusto di vita gettata con cui dovrò convivere per il resto dei miei giorni. Hai giostrato a dovere le armi di una sopraffina vendetta, scandendo tempi e scegliendo atti. Un tempismo perfetto, il tuo: il culmine del mio sentimento per te, e la voragine del tuo rancore.
L'atmosfera terrestre è composta da azoto per il 78,08%, ossigeno per il 20,95%, argon per lo 0,93%, vapore acqueo per lo 0,33%, anidride carbonica per lo 0,032%, neon per lo 0,00181%, elio per lo 0,0005%, metano per lo 0,0002%, idrogeno per lo 0,00005%, kripton per lo 0,000011%, xeno per lo 0,000008%, ozono per lo 0,000004%. In tracce sono presenti ossidi di azoto, monossido di carbonio, ammoniaca, biossido di zolfo e solfuro di idrogeno.
No, le parole non servono a niente. A me non sono servite. Quarantotto ore di parole e dove siamo arrivati? Ancora non ho capito il motivo. Forse è uno solo, reale, tangibile, eppure così effimero. Quando finisce un sentimento è inutile appellarsi alle motivazioni. Servono solo al pianto e alla foga, non alla ricostruzione, che è, e resterà sempre, una melodrammatica chimera.
Quarantotto sospiri. Quarantotto passi. Quarantotto capoversi. Quarantotto racconti. Quarantotto scontrini. Quarantotto rifiuti. Quarantotto carichi. Quarantotto camicie. Quarantotto pantaloni. Quarantotto paia di scarpe. Quarantotto calzini. Quarantotto viaggi. Quarantotto progetti. Quarantotto biglietti strappati. Quarantotto scalini. Quarantotto grattate. Quarantotto domande. Quarantotto risposte. Quarantotto errori. Quarantotto negazioni.
Non hai più niente da darmi. Per questo non cerchi più niente. Per questo la mia presenza non è più la valvola per un sorriso, ma la bile di un'insofferenza. Tu neanche l'hai confessato. Ti sei circondata di scuse e motivazioni, senza il coraggio di esprimere un sentimento che si è inaridito nel tempo e congelato anni fa. Due, per l'esattezza. Lo stesso momento in cui ho rinforzato la convinzione delle decisioni che prendemmo: costruire quel noi a cui, ormai, tenevo tanto.
Quarantotto ore.
Quarantotto ore che saranno mai? Un paio di colazioni, un paio di dormite mal digerite, un rimestarsi tra nuove lenzuola, quattro mura incerte che faticano a farsi riconoscere. Nuovi piatti e nuove stoviglie, una catasta di panni da sistemare e qualche discussione a senso unico, tanto per cambiare. Adesso posso confessartelo: non è neanche il sesso, né una facile convivenza o una comoda opportunità. Quello che cercai fu calore e brandelli di dolcezza. Cose che sono ormai perdute per sempre. Posso solo dirti che ho atteso per della comprensione. Posso solo confessarti che, ora come sempre, ho trovato solitudine. E mancheranno i quotidiani gesti di quotidiana routine: una tazza preparata a notte fonda. Un profondo respiro intuito nel silenzio di una mezzanotte. Una coperta stesa sulla tua pelle così fredda. Uno sguardo torvo a una maglietta veloce, provata nel puzzo di uno sgabuzzino da grosso supermercato. E un paio di piedi gelati che cercano calore tra le mie gambe.
A parte la confusione, l'incertezza e il dolore, c'è un assioma di massima che persiste e insiste: so di non sapere più un cazzo, appunto. Nessuna certezza per noi. Il resto è un tempo che passa, e un tempo che è già passato, e che è stato il Miglior Tempo della Mia Vita.
Finito nel cesso.
Al chiuso, ruotano le note di Heaven knows I'm miserable now - The Smiths.
domenica, 27 maggio 2007
27/05/07
È domenica mattina e piove come dio la manda. Oggi ho scoperto una cosa: anche il dolore ha una soglia, oltre quella, non si riesce ad andare, diventa tutto confuso e insignificante.
Questo è un post a cazzo. È scritto nel mezzo di un dilaniare che va al di là della comprensione. Si sa, scrivere in queste condizioni è deleterio, scalza barriere e mostra anime. Ma, in fondo, sono sempre stato una testa di cazzo. Una storia finisce perché è finita. Inutile domandarsi i perché e i percome. Se stai a pensare al passato scovi recriminazioni mal sotterrate e ritorsioni mai sopite. Tanto vale accettare la realtà e fanculo al resto.
Facile? Mica tanto. Ma ho un segreto, mi appiglio alla consuetudine. Rilassati, Dario. Non sei né il primo, né sarai l'ultimo. E la tua storia da archivio non è né la migliore, né la più interessante. È solo un cazzo di rapporto in un paesino di quasi campagna, finito come avrebbe dovuto finire da tempo. Voi giurati, laggiù, che sogghignate del mio essere come tutti. Non tenete conto di queste parole. L'imputato ha diritto a una sentenza senza melodrammi o empatia da quattro soldi.
D'accordo, è finita. Ma tutto questo a qualcosa è servito. Almeno ho capito a che serve la letteratura: a sopravvivere.
Persino a un dolore così grande.
giovedì, 24 maggio 2007
Aspettando un Post
– Mi chiedo se dovrei postare
– Che?
– Mi chiedo se dovrei postare
– Postare cosa?
– Un post
– Che post?
– Mi domando se lo dovrei fare
– Fare che?
– Postare
– Ma cosa?
– Un post
– E per far che?
– Me lo chiedo da un po'
– Fai solo questo?
– No, a volte rifletto
– Ah
– Mi metto seduto e rifletto
– Ho fame
– Ma non adesso
– Sì, ho proprio fame. Una fame da lupi
– Adesso mi chiedo se dovrei postare
– Sai se c'è niente da mangiare?
– Potrei farlo. Ho un sacco di post
– Di che?
– Post
– Sai se c'è qualcosa da mangiare?
– Ti sei mai fermato a pensare alla fica?
– Alla fica?
– Io ci penso continuamente
– Adesso ho fame
– Ci penso ed è un gran casino
– È un casino, sì
– Un gran casino
– Adesso tu pensi alla fica?
– No
– Ah. E a cosa pensi?
– Se dovrei postare o meno
– Postare una fica?
– No
– No?
– No
– Ma sai che ho una fame da lupi?
– Ho un sacco di post pronti
– Di cosa?
– Di post
– Pronti? E dove?
– Qui, con me
– Ma dove li tieni?
– Qui
– Hai niente da mangiare?
– Però, anche un po' di fica
– Una banana
– È che non so se dovrei postare o meno
– Del formaggio ne hai?
– Ma so molte cose
– Per esempio?
– Tante cose. Tantissime
– Dimmene alcune
– Ma poche che non so
– Dimmi qualche cosa che sai
– Non so se dovrei postare
– Dovresti o non dovresti?
– Magari un post vecchio
– Ma tu sei giovane
– Tu sei giovane?
– E tu sei giovane?
– Ho un sacco di post
– Ho un sacco di fame
– Dovrei mangiare?
– Dovrei mangiare
– E cosa mangiare?
– Non so che mangiare
– Non so che postare
– Già
– Già
– E allora?
– Forse dovrei postare
– E la fica?
– E la fame?
– Io ho fame
– Mi metto a pensare
– Vorrei tanto mangiare
– Cerco un post
– Cerco qualcosa da mangiare
– Sì, forse dovrei postare
– Mi fanno male i piedi
– Sì, posterò
– Dovrei lavarmi le ascelle
– Dovrei postare
– Posta
– E cosa?
– Cosa hai?
– Sì, dovrei postare
– Vado
– Anche io
– Dove vai?
– A postare
– Io a mangiare
– Ok
– Ok
– Addio
– Addio
– Addio
– Vai a postare?
– Non lo so. Dovrei postare?
– Io vado
– Anche io
– Andiamo
– Andiamo
– Addio
– Addio
– Addio
– L'hai già detto
– Pure tu
– Andiamo
– Dove?
– A postare
– Ho fame
– Postiamo
– Mangiamo
– Ok
– Ok
– Non vai a mangiare?
– Non vai a postare?
– Vero, dovrei postare
– Ho un callo maledetto.
– Vai prima tu
– No, prima tu
– Partiamo assieme
– Andiamo
– Dovrei postare
– Partiamo assieme
– Chi parte?
– E la fica?
– Eppure, so che dovrei postare
– Senza la fica
– Senza la fica
– Ma tu posti?
– Ho un sacco di post
– Mai avuta un sacco di fica
– È meglio che vada
– Cercherò da mangiare
– Vai tu
– No, vai tu
– Che stai aspettando?
– Che tu vada via
– Dovrei postare
– Io vado
– Io pure
– Ma, resti?
– Vai prima tu
– Aspetterò in silenzio
– Anche io
– …
– …
martedì, 22 maggio 2007
Chi
Carla ha le mani come pugni e le voglie in un cassetto. Cammina veloce per lasciarsi il tempo alle spalle e tradire il respiro. Ricorda ancora le notti insonni e le sere senza una voce, quando sentiva attorno l'ombra del vissuto. Carla ha sempre corso, sempre, fino alla fine del fiato.
Ha un passato di figli disegnati e matrimoni raccontati, da scrivere su fogli spiegazzati, ma da non ricalcare mai. Carla ha paura degli sbeffeggi, o di un'ironia sardonica. Ha tasche vuote e un lavoro che non è proprio un lavoro. Non guarda gli uomini perché ha smesso di crederci. Un tempo ha avuto paura del proprio sguardo. Certe sere ha provato a rallentare così tanto il respiro da lasciarlo scivolare via.
Carla ha uno scontrino in mano e l'ultima spesa nel carrello. La cassiera ha osservato il suo occhio tumefatto e non le ha più rivolto lo sguardo. Carla è un nome come tante. Lo scoprì un giorno di pioggia. L'aria nel container si era fatta irrespirabile. Nessuna di loro era maggiorenne. Quando il camion si fermò l'uomo le disse che, da adesso, il suo nome sarebbe stato Carla. Lei asciugò il trucco sulle guance, annuì piano e chiese qualcosa da mangiare. L'uomo la prese per un braccio e la portò in una stanza dove altri tre uomini la stavano aspettando.
Oggi è il 22 maggio. Carla ha contato gli ultimi 5 euro di spesa. Legge le insegne come speranze e i vicoli come timori. Ha un viaggio di nome fuga e un fiato corto che si guarda le spalle. Carla ha scelto la paura alle catene, l'incertezza al dolore. Si guarda attorno, e suona il campanello.
L'appuntato apre la porta e la squadra senza una parola. Lei annuisce e si presenta: – Buongiorno, mi chiamo Milena –.
venerdì, 18 maggio 2007
Cunei
Gianni è un corpo sul pavimento. Nessun rumore, né gemito. Un raggomitolare di carne e vene e sangue, e tutto è così freddo. E il vetro si fa baluardo. E lo stipite trincea. E il respiro diventa spasimo. Tutto è metafora di tutto. L'esistenzialismo è un virus debellabile con dogmi fuori luogo. Io penso, dunque soffro. Il mal di vivere è il cuneo che lo penetra e lo possiede. Gianni è uomo, è donna, è qualsiasi cosa. Sa di non essere niente. Ha graffiato le ante dell'armadio premendo unghie e gridando aiuto.
Al telefono un venditore affabile. Poche parole, qualche tentativo. Gianni ha monosillabi e qualche mugugno. Il venditore insiste, lui riattacca. Cerca una camicia, un paio di pantaloni. Il sole fuori è già duro, con la consistenza di una fitta sudata. La gente attorno lo saluta, i pochi che lo conoscono. Ha occhiali spessi e mani in tasca. Risponde cenni e qualche frase senza senso. È circondato da incubi notturni e insidiato da paure diurne. L'angolo della strada è già traguardo. Gianni trascina i piedi e sforza i muscoli. Una figura conosciuta lo incrocia, si ferma, lo saluta.
– Ehi, buongiorno
– Sì
– Come va?
– Non lo so
– Sempre a scherzare, eh? Ti è arrivato l'invito?
– Non so, non ricordo
– Dai, l'invito della nostra classe
– Forse l'ho abbandonato, da qualche parte
– Ti vedo bene, stai da dio con questa camicia
– Già
– Dovresti venire, ti farebbe bene
– Ne dubito
– Muoviti un poco, esci, vivi la tua vita
– Qualsiasi cosa possa significare
– Dovresti venire. Ci saremo tutti, soprattutto Anna
– Non è una buona idea
– Ma stai bene?
– Non sono sicuro di niente
– Prova a mangiare un po' di più, prendere un po' d'aria
– Ho paura di ciò che mi aspetta
– Qualcuno ti aspetta? Ma questa è una grande notizia. Ma sai che sono proprio felice?
– Veramente…
– Dai, finalmente una donna anche per te. Mica starai pensando di metter su famiglia, eh?
– Io…
– Ma è grandioso, vieni, andiamo a bere. Dobbiamo festeggiare. Dovrò raccontarlo a tutti. Gianni che ha una donna. Cazzo, una vita sociale. Sono proprio contento per te
– Meglio che ti spieghi…
– E com'è, racconta. È gnocca? Scopa bene? Dai, a un amico puoi dirlo. E i pompini? Scommetto che ti consuma, ti si legge negli occhi. Pensa, potrai smettere di ammazzarti dalle seghe…
Gianni è sudore sulla pelle e fiato che annaspa. Questo non può essere. L'adesso non può essere reale. È un incubo che lo avvolge di Altro. Semafori, auto, gas di scarico, sole, insegna, bar. L'amico ordina, due sedie e un tavolo. Domande su domande. Gianni balbetta risposte inconcludenti. L'amico insiste, lui porta le braccia al ventre e piega il tronco. È un dolore che nasce dentro e cerca un'uscita dai pori sudati della sua pelle. L'amico continua a parlare. Accenna a scopate, uscite a quattro, pizzerie, cinema e altro ancora. C'è un mondo che vacilla, colori confusi e facce che scompaiono. Gianni si alza, la sedia rimbalza in terra. Si getta nel traffico, oltre il locale, oltre un vetro colorato, oltre un marciapiede ingombro di corpi indaffarati. Clacson che gridano, gomme che stridono. Un paio di fari arrivano in corsa.
Non è esistere, non è non esistere. È Non-Non Esistere: l'essenza di un'angoscia stretta nella consapevolezza.
mercoledì, 16 maggio 2007
Variabili
Gianni passa il tempo a coltivare amarezze e a scontrarsi con il prossimo. Asociale è l'etichetta che meglio gli si adatta. Come oggi: pochi invitati, una festicciola quasi privata. Un paio di classici capannelli. Uomini e donne. Gianni è un uomo ancorato a frasi da ragazzo invecchiato. Sta rigorosamente in disparte. Ha provato a parlare e a legare, qualche volta. Non si è ammazzato di simpatia, ma ha tentato. Non ha funzionato. Qualche saluto, qualche frase, e basta. Adesso ha la consapevolezza della solitudine inerpicata. È il tempo dei perché, e Gianni ne è avvolto in spire così strette da segnare il fiato e intaccare lo sguardo. Sotto i pini, tra steli d'erba ammuffiti e teloni verdi di plastica malandata, cerca un motivo, una storia, un precedente significativo. Gianni impreca piano e osserva la sua donna. Lei sì, lanciata in orari d'asilo e pannolini di scorta, offerte strabilianti e dolori post parto. Gianni ha il mento alzato e gli occhi chissà dove. Si avvicina agli uomini. Hanno camicie fresche e sorrisi d'abitudine. Calcio, tennis, auto. Curiosità dagli incastri sempre uguali. Gianni potrebbe ritagliare frasi e incollarle a discussioni di anni prima, immagazzinate per dei motivi a cazzo, vai a sapere quale. Parole identiche per significati uguali. Gianni quasi sorride e fa qualche passo. Neanche sa cosa vorrebbe. Avrebbe bisogno di una discussione, di un po' di compagnia, ma vorrebbe qualcosa che qui non c'è. E sentirsi sbagliati è come aprire la porta di casa, una soluzione inevitabile e scontata. Gianni si è chiesto più volte cosa non abbia funzionato. Gianni è una compagna come tante, senza parole e senza guizzi. È una vita di periferia condita da sogni impossibili e realtà niente male. È una banalità come tante che sopravvive in attesa della fine, con una tremenda paura della fine. Gianni impreca e si siede sulla staccionata. È piena di formiche, ma poco importa. Per la centesima volta si chiede che cazzo stia facendo là. Non avrebbe voluto esserci. Avrebbe voluto uccidersi di noia lasciandosi ingoiare da qualche stanza, o da quattro ruote lanciate per chissà dove, ovunque, ma lontano dalla gente. In fondo ha sempre avuto paura delle persone, per questo non riesce a legare. Non funziona, proprio non ce la fa. Gianni si alza di nuovo e cammina verso il niente. Un prato, qualche albero e delle sedie sudicie per questo posto di merda che è un paese senza spina dorsale e senza un colore che valga la pena di pennellare. Guarda ancora lei, che vorrebbe prendere, possedere e sentir godere a voce alta. Una cosa che non accade più da tempo. Lei ancora parla e parla e parla. Cose di donne, di supermercati, di sopportazione. Qualche ricetta, forse maldicenze di paese. A Gianni non è mai fregato un cazzo della vita degli altri. Adesso è a un centinaio di metri dal recinto della festa. Nessuno gli presta attenzione. Gianni sogna a occhi aperti, una nuova vita, un paio di palle grandi come noci di cocco, una decisione improvvisa. Un grido. Gianni si sveglia, cerca la direzione. Lei lo chiama con insistenza, è quasi adirata. Lui si incammina piano. Lei chiede di piatti e bicchieri. Lui spalanca gli occhi. Lei alza la voce. Lui sospira. Lei ripete per favore, per tre o quattro volte. Lui annuisce e le chiede dove. Lei glielo spiega, lui si volta e si incammina. Il pomeriggio è quasi andato, un treno passa lontano. Sulla strada il traffico domenicale dei bagnanti, felici e abbrustoliti dal sole, che ritornano a casa, contenti del pigia pigia sulla spiaggia e delle code chilometriche in autostrada. Qualche incidente lascerà il segno in una famiglia o due. Anche lui ha una quasi famiglia. Anche lui ha subìto un incidente, senza l'attenuante del fato o di un'auto impazzita. Scuote le spalle e si aggrappa a uno stupido dovere.
Gianni guarda quei poveracci. Sono morti da tempo e neanche lo sanno. Lui ha deciso per una fine diversa, forse anticipata, ma più motivata. Volta la schiena e mastica un vaffanculo. Sente una voce, forse è lei che lo sta chiamando. Sale in auto e mette in moto. Non sa dove cazzo andare, ma c'è una vita da ricostruire. Parte sgommando, lascia una striscia di nero incazzato sull'asfalto. Nessuno se ne accorge, ma sul suo volto, finalmente, c'è un sorriso.
lunedì, 14 maggio 2007
Ssshhh
Io non ho capito un cazzo. Ma ho compreso che non ti frega niente di me, delle fobie coltivate, delle circonferenze quadrettate e degli acutismi indaffarati. Tutto questo tempo e non ho capito niente, e non hai capito niente. Non ho mai chiesto nulla, perché farlo? le parole servono al ristorante, a incazzarsi col vicino, a mandare a cagare lo stronzo sull'autostrada, non a spiegare le paure, le idiosincrasie nascoste. Ho sempre amato i silenzi e non ne ho mai fatto mistero. Li amo perché puliti, netti, definiti. Le parole sono sporche, seghettano, imbrattano. Tu hai adottato quel silenzio strano, riempito di niente, a volte travolto da fiumi di non senso avariato, gettato in faccia al malcapitato di turno, cioè io. Credo che questo mi abbia fottuto un giudizio decente, una pur minima capacità valutativa. Hai dopato la tua presenza di sottintesi inesistenti. Adesso lo so, un po' tardi, ma ci sono arrivato. I tuoi silenzi sono un niente travestito da niente. Strati di indifferenza che cela uno stuolo di zero ammucchiati a impolverarsi nell'indifferenza generale. Ho un bivio da giocarmi e neanche te ne sei accorta. Io scemo che barcollo, tu adirata che inveisci. Io tonto che indecisizzo, tu inviperita che scandisci. Io stupido che blabaisco, tu fulgida che puntinisci.
No, non ho capito un cazzo. Sorridevo dei tuoi silenzi che ritenevo densi di approcci, di fluido significante, pregni di sottigliezze e acuminati di ragguagli. Oggi so che i tuoi silenzi, quei pochi che regali, sono un velo di nulla.
Dovessi scegliere una tessera per la mia vita non avrei dubbi, punterei sull'indecisione. Sigmund, lo so che stai sorridendo, bastardo. Molla quel fottuto lettino e corri ad aiutarmi. Oggi avrei voluto spacciarmi carrello variopinto. Avrei corso da dio tra quei reparti luccicanti, tra quelle signore attente, tra quei bollini a sconto. Vorrei stendermi all'ingresso di un supermercato, non uno qualsiasi, uno veramente super, da migliaia di carrelli in movimento. Guardami, sono il carrello gonfio. E io quello veloce. Ehi, qui c'è il carrello sbieco, qua il carrello unto, la signora del primo piano ha spiaccicato il Bertolli sulle prime dieci casse. Sarei un Carrello Coi Fiocchi. Adocchierei signore imbellettate e strizzerei cosce, palperei glutei e leccherei fianchi. Solo per il gusto di scorrazzare tra gli scaffali, di sentirmi riempire di scatole e cartoni, di imprecazioni e offerte mancate, di prodotti esauriti e confezioni ammaccate. Sigmund, lo so: essere carrello è la volontà di maternità mascolina. La folla è la paura del tanto e tanti e troppo, e le superofferte sono il prodotto della sovrapproduzione industriale, e, cazzo, qualcuno dovrà pure comprare dei dentifrici allo jojoba che in Jojobìa stanno tutti disoccupati. In fondo, sono figlio illegittimo del mio tempo, col cazzo che ci rinuncio, gliel'avevo detto di non venirci dentro, Tempo, porcaputtana, la prossima volta usa il preservativo.
No, non ho capito un cazzo, e non hai capito una minchia neanche tu: io indeciso, tu niente. Io colorato, tu grigia. Io scemo, tu incazzata. Io forse no, tu forse sì. Ma adesso basta, ed era pure tempo: ora io mi sa che di no.
Attorno girano le note blu di "Cosa sai di me?", Paolo Conte.
giovedì, 10 maggio 2007
Ottocento
Ho sgominato più di un alibi e sono sguarnito di scuse. Lei è troppo intelligente per me, ha chiesto di accendere, ho guardato oltre e imprecato piano. Ha anche chiesto cosa stesse accadendo, l'ho solo guardata, ho sputato in terra, e mi sono grattato le palle. Lei ha visto tutto.
Le pagine in lettura si fanno copiose e umidicce e buie. Decisi tempo fa di imprecare al mattino per smantellare un mucchio letterario che andava incrementando col tempo. Leggere è salvarsi, ma di una salvezza così mistica che finisce per somigliare a una perdizione eterna. Ottocento e passa pagine. Fa impressione anche adesso, al solo scriverlo. Ottocento, devo leggerlo piano anche solo per sillabarlo. Alla fine che resta? libri buoni e libri cattivi. I buoni possono sperare in un qualche ricordo a cazzo, in una liturgia anti oblio, gli altri sono un fottuto niente. Decidere è facile, niente perifrasi, nessun periodo complicato o significativo, niente citazioni da diario segreto. La perdizione è lontana quando tra le righe s'incunea un bastardo desiderio di scrittura, quasi una forma di esorcismo da incapacità autodefinita. Quelle sì, cazzo, ottocento pagine, trentadue righe per ottocento quanto farà mai? Be' ogni cazzo di riga ha condannato la mia tastiera allo sbeffeggio e alle percosse ritmate di una voglia da sfigato scribacchino.
Ha gettato un'occhiata dietro, tirato su col naso e, alla fine, mi ha poggiato la mano sul cazzo. Io ho sussultato, lei sorriso, io sono arrossito, lei ha mostrato la lingua. C'è un paese attorno, occhi alle finestre e vecchi di curiosità. Un motorino strombazza in una nuvola di miasmi. C'è un confine che ha tracciato con gli occhi. È una voglia che porta appresso, con la quale ha avvolto il mio respiro. La gente dà di gomito, ammicca, sorride. Squilla un cellulare, forse è il mio. Lei si fa vicino e stringe forte. Mi allontano un poco, non tanto, quel che basta per non respirare il suo odore. Le ho preso la mano dal mio cazzo e l'ho stretta a lungo. L'ho ringraziata, muovendola con forza, e, alla fine, salutata. Quando mi sono incamminato per tornare al parcheggio avevo una voglia matta di girarmi e guardare la sua faccia.
Il libro è un'arma che si conficca nel cervello aggrappandosi alla massa informe, grigia e molliccia, protetta da quella scatola cranica che ognuno di noi esibisce fiero. Riempe un vuoto, si installa dentro germogliando piano. I migliori sperano in una radice di lunga durata, gli altri, in pochi pensieri tra un caffè al volo e un appuntamento da non mancare. C'è da cercare un significato, è una forzatura. L'esistenza procede sui perché, risposte fondamentali e ricette polivalenti. I perché sono deleteri, non hanno un senso, sono una spocchiosa volontà deterministica in un caotico boato generalizzato.
Sono salito in auto e partito di corsa. Non ho guardato indietro. Sarà ancora seduta, la mano a mezz'aria e lo sguardo incredulo. Oppure sarà al bar, imprecando a un bicchiere e raccontando la fottuta storia al barista. Intanto guido e scrollo le spalle. È una giornata di merda come tante altre, siamo a metà mese e ho pochi di soldi in tasca.
Il cazzo è ancora duro come quando lei ci ha messo la mano su.
martedì, 08 maggio 2007
P & A
Oggi stavo soffrendo del poi, il senno oscurato del dopo, la via umida di pioggia a venire. Come un post coito da eiaculazione mai avvenuta. Il poi mi ha sempre colpito per le previsioni a essiccare e le speranze ingrate. Il poi è una bambola bruciacchiata che sogna di paradisi colorati preda di pupazzi inanimati, ma vispi e felici. Il poi è quel sogno di bambola, un graffio di pelle lasciato a stupirsi dell'aria che circonda e abbandonato al sole che cuoce. Il poi è il regno del senno mancato, il giudizio che non è mai anteposto, ma che rincorre senza meta precisa e senza un bersaglio raggiunto.
Soffro tantissimo del poi. Ne soffro così tanto che le unghie si screpolano e le labbra si inguattano. Ne soffro al punto di amare un mentre, di inebriarmi di un prima, di arrossire per un durante. Il poi è un vecchio amico che schiaffeggia e brontola e ti ruba la colazione senza guardarti negli occhi. Il poi è un'intercessione che soppesa e inframezza, senza deglutire, ma che spalanca e sospira, è un singulto temporale che manca il passo. È quell'anfratto che nasconde, sorvegliando senza garantire, ma annuendo senza parsimonia.
L'adesso, invece, non è che una grinza dello spaziotempo, dai contorni troppo sfumati e i colori un po' sbiaditi.
Da parte mia ho scelto di adottare un mai, per la sua capacità di eludere senza fischiare e di evitare senza piagnucolare. Ma, sia chiaro, il poi mi manca, mi è sempre mancato, e sempre mi mancherà.