giovedì, 26 aprile 2007
Mattina

L'aria mattutina di aprile non ha più gli odori che ricordo. Rammento l'ispido intercalare del mare, o il coinvolgente rimorso della terra appena bagnata. Adesso c'è una monotonia di fondo, un disgusto olfattivo pronunciato e sempre uguale: l'odore della calca, della vita ammucchiata e senza pudore. Ne scaturisce un subdolo desiderio di non respirare, per non offendere i polmoni.
Non dedico più molto tempo al sonno, forse per il terrore del risveglio, o del non risveglio. Viaggio sul bordo di una demarcazione ben delineata, ma non definita. Immagino un cancro, uno schianto del cuore. Pochi giorni ancora, forse poche ore. Chissà cosa ne sopravviverebbe, in fondo, è questo che conta, no? Cosa ne resterà della stropicciata entropia, dei gesti, delle incapacità reiterate. I bilanci sono sempre negativi, tanto vale non farli, ma resta il desiderio di carpire un perché, o di ottenere risposte. Al bar, per strada, ovunque, la gente sorride, gracchia, si inerpica sulla propria vita saltando sulle spalle del prossimo, calpestando, mordendo, ferendo. Forse è solo follia, un lembo di realtà che si scolla e lascia uscire la disperazione che si agita sotto. Non riesco neanche a definire questo spazio, sfogo? esorcismo? fuga? Parole senza senso che si rincorrono, alla ricerca della botta finale, della conclusione a effetto.
Sto cercando un click, uno Scatto Fondamentale. Quel qualcosa che apra orizzonti e sventri consuetudini. Sta sempre un pelo al di là della consapevolezza, una manciata di centimetri, poche dita per afferrarlo.
È da tempo che cerco una motivazione di fondo, ma è un fattore così scontato, un bisogno di quel determinismo caratteriale fottutamente tipico. Forse è tutto un bluff e non siamo che pagliacci inviperiti che rincorrono immaginarie palline colorate per il sornione divertimento di qualche essere supremo, o di un fato che è più burlone di quanto uno si possa aspettare. Dovrei abbandonarmi al sesso. Di quello volgare, brutale, animale. Ma ho il sospetto che Sid avesse ragione: – Il sesso? cinque minuti di sfregamento appiccicoso, niente più –. Potrei dedicarmi alle sale abbronzatura, alle depilazioni, ai massaggi intensivi. Darmi un colorito tostato e un aspetto à la page. Ingannare il tempo circondandomi di falsità sentimentali e carnalità in vendita.
Io non valgo un cazzo, è fuori discussione, ma la gestione letteraria è una nebulosa che ha posto pochi dettami come princìpi e qualche regola come tavole della legge: incipit e colpi a effetto. Non sorprendono i risultati. L'estabilishment letterario perpetra se stesso in un loop infinito di oltraggio creativo. Non sono in molti ad avere le chiavi della gestione letteraria, un circolo riservato che piega e getta e omette e smacchietta. È un ottimo alibi per un incapace, ma presuntuoso, quale io sono. Posso dirlo: mai circondarsi di critici letterari composti da amici e donne innamorate, ne scaturiscono falsità e distorsioni compromettenti. Per una minima lucidità non c'è bisogno di molto, è sufficiente poggiare gli scritti in un cassetto e spolverarli dopo qualche mese, la rilettura è educativa.
È un po' meno mattina e non c'è neanche l'odore del pane in giro. Solo qualche anziana in bicicletta che ha ancora le vestigia di un passato ormai sepolto e le abitudini in disuso di madri ormai andate. Ho l'immagine mattutina ben salda, potrei salvarmi il culo e ipotizzarla come un incipit da gradimento editoriale: – Il cielo del mattino avvolgeva le gambe arrossate della donna. Erano pedalate veloci, di una cadenza di mercati paesani e tavoli sghembi. Ma quella donna aveva la paura negli occhi e la forza della disperazione nei muscoli, pedalava per sé, e per il proprio figlio. Non si curò di me, né adesso, né dopo. Alzai le spalle e me ne andai, senza uno sguardo al mio destino –.
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venerdì, 20 aprile 2007
Solitudine

Non ho più le forze, né l'età per imbastire una nuova fuga, perciò, andatevene voi, ripensateci, scansate queste righe. È meglio per tutti. Per voi, e per me. Non troverete che incubi e paure spicciole, fregature e pressappochismo scontato. Niente che valga la pena su cui scommettere. Non sprecate il vostro prezioso tempo. Esistono così tanti posti. Ho bisogno di un'eco strepitoso, il suono di rimando del mio lamento, solo questo posso fare, solo in questo posso riuscire. La solitudine è la condizione della creatività, del poeticismo da riscatto. Ho deciso di adottarla, non che sia in grado di alimentare speranze, ma il dolciastro di un sogno bohemienne è in agguato e la melodrammaticità avvolge e affascina. A dire il vero, adesso come adesso, avrei voglia di un pompino, di un pieno di gasolio e di un'inattaccabile solitudine. Son desideri da quattro soldi, da esaudire non necessariamente nell'ordine.
Guarda quelle facce, quei volti benpensanti. Ore e ore di trasmissioni, immagini e colori. Parole senza senso. Non siamo più persone, né pensieri. Siamo parole senza motivo, lettere accatastate e attorcigliate. Non c'è più un senso, né un luogo, forse non sono mai stati. Esiste la parola, sparata, coltivata, sguainata. Quella pelle, quelle bocche in eterno movimento, sorrisi serrati e cenni del capo. E per la strada, parole che si rincorrono, parole per tamponare parole che reggono altre parole. Il mondo non ha più il silenzio dell'accettazione, è l'acidume di un'asincrona cacofonia linguistica.
C'è un limite dell'autocoscienza che ormai è varcato. Un contenitore della follia che molla la presa e sversa nell'oblio, nella disperazione gratuita. Un oltre dell'autocoscienza che rende inutili gli sforzi e concentra gli spasimi esistenziali. La consapevolezza della non consapevolezza. Ho immaginato le parole inutili, adesso sono oltre. Le parole non sono che la spazzatura delle potenziali interconnessioni.
Ci sono giorni che tutto ha una spiegazione. Le immagini che scorrono hanno un vero significato, tutto ha una precisa collocazione e le motivazioni hanno lo spessore di un ispido spago intrecciato. Gli altri giorni sono il regno del caos. I giorni della destabilizzazione, allucinazioni appese alle finestre. Qui dentro, invece, tutto ha l'asettico aspetto del controllo, della percezione della singolarità personale. Non c'è traccia di un fuzzy arbitrio. Nessun dado da gettare.
I miei sono un paio di occhi qualunque, una bocca qualunque, un naso qualunque, certo troppo pronunciato. I capelli sono insignificanti, il fisico non dice niente. I vestiti non hanno particolarità e le rughe non raccontano un cazzo. Sono carta da parati, quella un po' strappata, dagli angoli unti e in procinto di essere sostituita. Un po' cartaccia adesiva, dai colori sbiaditi. Quella fottuta sensazione di un tassello mancante, un puzzle da quattro soldi con gli incastri sbagliati. Il mio posto è controcorrente. Cosa possa significare non so, ma suona bene. Non c'è posto per voi, qua. Troverete solo dello sconforto e un terrore atavico. Andate via, leggete altrove. Leggere e scrivere, puah, che presunzione. Andate via, slinkate, togliete, cancellate, seppellite.
Ne vivremo tutti meglio.
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martedì, 17 aprile 2007
Metronomo

Ti circondi di tante parole, ma non tieni alcun fatto concreto in mano. Hai cominciato a contare gli anni per non saper che fare e ti sei accorto di aver ormai varcato la soglia, quella cazzo di linea che traccia la fine dei sogni per regalarti una mazzata di consapevolezza di vita reale. Adesso lo sai, quando esci dalla tua merdosa casetta di provincia, col suo merdoso portoncino lucidato di fresco, calpestando un merdoso giardinetto curato, ti manca solo un merdoso cane che ti possa aspettare felice delle tue cazzate o della tua pallina gommosa, sbavata e smangiucchiata. Hai provato quella fottuta sensazione una mattina come tante. Sei ancora talmente confuso da non averci capito un cazzo, ma il germe del fallimento è là che ti accompagna per ogni passo, tu e la tua macchinina lucidina fighettina.
Hai gettato merda e sepolto col fango ogni malcapitato che ha incrociato il tuo sguardo, perchè dentro sei un fallito, uno dei tanti insignificanti esseri che circondano questa unità spaziotemporale, una delle molteplici nullità che rimbalzano nel niente in attesa di una fine che, ci puoi scommettere, arriverà travestita da giorno del giudizio. Adesso sai cosa significa, adesso hai la consapevolezza del fallimento che ti consuma, quella sensazione di perdita definitiva che svilisce ogni tuo gesto e respiro. E non hai parole per rimedio o gesti per rivalsa: sei già finito, nonostante gli anni, che non sono poi molti, perché dentro sei morto da tempo, anche se non lo confesserai mai, perché non hai sufficienti coglioni per raccontartelo. Continui a campare perché lo hai sempre fatto, solo, hai quella sfoglia di tristezza che inumidisce ogni gesto, ogni minuto della tua schifosa giornata.
Hai supposto di farla finita, ma non ne hai avuto il coraggio, sempre pronto a parole, mai con i fatti. Sei cresciuto con stalattiti di presunzione che hai coltivato nel tuo prezioso orticello. Alla fine hai scoperto che quell'orto è un gigantesco bluff e tu non vali un cazzo.
Hai messo in moto, finalmente. E, come ti accade da qualche mattina a questa parte, ti stai chiedendo perché non darci dentro d'acceleratore e schiantarti contro un muro o un camion sonnachioso. Non ce la farai mai, perché cedi alla sopravvivenza, e perché hai paura del niente che tornerai a non essere.
Per questo guidi, e pure con attenzione, inserendo le tue fottute frecce direzionali e mantenendo quella stronza di distanza di sicurezza, perché non si sa mai. Goditi il tuo orticello, sorridici sopra. Non otterrai altro dalla vita, avresti potuto provarci vent'anni fa, qualche chances avresti potuto averla, ma adesso, è proprio finita. Ormai è tardi per tutto, lo sai bene, lo è persino per le recriminazioni, lo è persino per l'autocommiserazione.
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martedì, 03 aprile 2007
Conformità

Sorrideva e non capiva, e mentre annuiva e stringeva mani, si teneva vicino alle sue finestre, coperte da un impalpabile tessuto. Tra il parlare sommesso roteavano bicchieri e gesticolavano mani. Non cercai una facile conoscenza, né una discussione scontata, ma uno spazio angusto, un riparo dalle attenzioni e dalle loro parole.
Non fu difficile, indossai le cuffiette e alzai il volume.

Essere amici, voler conversare, non è poi così arduo. Estraniarsi, porsi al di fuori, invece, ha bisogno di molto coraggio, così tanto che non so se ne ho mai avuto abbastanza. Mi sono immaginato carta da parati, un po' strappata, un po' consumata, un po' inutile. Decidere del proprio essere è liberatorio, se vuoi. È un click che scatta improvviso e sceglie al proprio posto. Per esempio ti convince che niente è poi così importante, neanche il prato da tagliare, o quelle pareti da verniciare, o l'abbonamento da rinnovare, o quel film di Tarkowskij da dover vedere.

Continuava a sorridere spargendo allegria a buon mercato. Le ragazze lo accompagnavano volentieri, sorridendo, scambiando occhiate compiacenti e colpevoli incroci di dita. Un signore anziano, ma ben vestito, raccontava la propria vita a una scintillante ventenne. La stanza brillava di orologi costosi e pietre preziose, nuovi bicchieri e champagne à la page. L'uomo con la cravatta di sartoria lasciò scivolare la mano sul sedere, la ragazza rispose con una risata secca e invogliante. L'uomo si avvolse di un sogghigno e scese sotto la gonna, tra le gambe senza veli, né vergogna.

Il nichilismo è il rifugio della disperazione. Un anfratto accogliente che invita e svilisce. Guardo quelle facce barbute e non riesco a decidermi chi tra di noi sia migliore, ma so chi vincerà. Dentro cresce un germe, un fallimento scontato, senza vie di fuga. Una sentenza definitiva e inappellabile. È una via tracciata nel sangue e calpestata sul cuore.

Il signore anziano, così elegante, rise di gusto. Una risata sguaiata, quasi stridula, che rimbombò a lungo tra il chiacchiericcio alterato dall'alcool e gli sguardi un po' perplessi, ma mai indugianti. La ragazza neanche provò a divincolarsi, anzi, apprezzò e lasciò l'uomo cercare tra la sua biancheria intima, dimenticata in albergo. L'uomo tolse la mano dal corpo di lei e la portò al naso, inspirando a lungo. Esclamò una sconcezza e le poggiò il dito sul volto. Lei lo leccò a lungo, con molto gusto si sarebbe detto, e senza preoccuparsi degli sguardi imbarazzati e delle parole rimaste a mezz'aria.

La prima canzone lasciò il posto alla selezione successiva. Tutto cambia, ma niente cambia davvero.

Continuava a stringere mani e a poggiarsi su frasi fatte. Gli invitati erano su di giri, ma ci era abituata, come era abituata alle mani di troppi uomini. Lasciava fare per una consuetudine che si era regalata tempo addietro. Camminava felice tra voci conosciute e gridolini di piacere. A nessuno l'aveva mai detto, ma amava la propria vita, e adorava circondarsi di conoscenti e invitati.

Non è un mare, ma potrebbe somigliargli, non è un liquido amniotico, ma lo sciacquio potrebbe lasciarlo sospettare, non è nemmeno un lago, ma continuo a sprofondare. La sconfitta è la realtà in attesa, posso leggerla, ma mai davvero comprenderla. E non c'è niente che possa salvarmi.
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