Mattina
L'aria mattutina di aprile non ha più gli odori che ricordo. Rammento l'ispido intercalare del mare, o il coinvolgente rimorso della terra appena bagnata. Adesso c'è una monotonia di fondo, un disgusto olfattivo pronunciato e sempre uguale: l'odore della calca, della vita ammucchiata e senza pudore. Ne scaturisce un subdolo desiderio di non respirare, per non offendere i polmoni.
Non dedico più molto tempo al sonno, forse per il terrore del risveglio, o del non risveglio. Viaggio sul bordo di una demarcazione ben delineata, ma non definita. Immagino un cancro, uno schianto del cuore. Pochi giorni ancora, forse poche ore. Chissà cosa ne sopravviverebbe, in fondo, è questo che conta, no? Cosa ne resterà della stropicciata entropia, dei gesti, delle incapacità reiterate. I bilanci sono sempre negativi, tanto vale non farli, ma resta il desiderio di carpire un perché, o di ottenere risposte. Al bar, per strada, ovunque, la gente sorride, gracchia, si inerpica sulla propria vita saltando sulle spalle del prossimo, calpestando, mordendo, ferendo. Forse è solo follia, un lembo di realtà che si scolla e lascia uscire la disperazione che si agita sotto. Non riesco neanche a definire questo spazio, sfogo? esorcismo? fuga? Parole senza senso che si rincorrono, alla ricerca della botta finale, della conclusione a effetto.
Sto cercando un click, uno Scatto Fondamentale. Quel qualcosa che apra orizzonti e sventri consuetudini. Sta sempre un pelo al di là della consapevolezza, una manciata di centimetri, poche dita per afferrarlo.
È da tempo che cerco una motivazione di fondo, ma è un fattore così scontato, un bisogno di quel determinismo caratteriale fottutamente tipico. Forse è tutto un bluff e non siamo che pagliacci inviperiti che rincorrono immaginarie palline colorate per il sornione divertimento di qualche essere supremo, o di un fato che è più burlone di quanto uno si possa aspettare. Dovrei abbandonarmi al sesso. Di quello volgare, brutale, animale. Ma ho il sospetto che Sid avesse ragione: – Il sesso? cinque minuti di sfregamento appiccicoso, niente più –. Potrei dedicarmi alle sale abbronzatura, alle depilazioni, ai massaggi intensivi. Darmi un colorito tostato e un aspetto à la page. Ingannare il tempo circondandomi di falsità sentimentali e carnalità in vendita.
Io non valgo un cazzo, è fuori discussione, ma la gestione letteraria è una nebulosa che ha posto pochi dettami come princìpi e qualche regola come tavole della legge: incipit e colpi a effetto. Non sorprendono i risultati. L'estabilishment letterario perpetra se stesso in un loop infinito di oltraggio creativo. Non sono in molti ad avere le chiavi della gestione letteraria, un circolo riservato che piega e getta e omette e smacchietta. È un ottimo alibi per un incapace, ma presuntuoso, quale io sono. Posso dirlo: mai circondarsi di critici letterari composti da amici e donne innamorate, ne scaturiscono falsità e distorsioni compromettenti. Per una minima lucidità non c'è bisogno di molto, è sufficiente poggiare gli scritti in un cassetto e spolverarli dopo qualche mese, la rilettura è educativa.
È un po' meno mattina e non c'è neanche l'odore del pane in giro. Solo qualche anziana in bicicletta che ha ancora le vestigia di un passato ormai sepolto e le abitudini in disuso di madri ormai andate. Ho l'immagine mattutina ben salda, potrei salvarmi il culo e ipotizzarla come un incipit da gradimento editoriale: – Il cielo del mattino avvolgeva le gambe arrossate della donna. Erano pedalate veloci, di una cadenza di mercati paesani e tavoli sghembi. Ma quella donna aveva la paura negli occhi e la forza della disperazione nei muscoli, pedalava per sé, e per il proprio figlio. Non si curò di me, né adesso, né dopo. Alzai le spalle e me ne andai, senza uno sguardo al mio destino –.
L'aria mattutina di aprile non ha più gli odori che ricordo. Rammento l'ispido intercalare del mare, o il coinvolgente rimorso della terra appena bagnata. Adesso c'è una monotonia di fondo, un disgusto olfattivo pronunciato e sempre uguale: l'odore della calca, della vita ammucchiata e senza pudore. Ne scaturisce un subdolo desiderio di non respirare, per non offendere i polmoni.
Non dedico più molto tempo al sonno, forse per il terrore del risveglio, o del non risveglio. Viaggio sul bordo di una demarcazione ben delineata, ma non definita. Immagino un cancro, uno schianto del cuore. Pochi giorni ancora, forse poche ore. Chissà cosa ne sopravviverebbe, in fondo, è questo che conta, no? Cosa ne resterà della stropicciata entropia, dei gesti, delle incapacità reiterate. I bilanci sono sempre negativi, tanto vale non farli, ma resta il desiderio di carpire un perché, o di ottenere risposte. Al bar, per strada, ovunque, la gente sorride, gracchia, si inerpica sulla propria vita saltando sulle spalle del prossimo, calpestando, mordendo, ferendo. Forse è solo follia, un lembo di realtà che si scolla e lascia uscire la disperazione che si agita sotto. Non riesco neanche a definire questo spazio, sfogo? esorcismo? fuga? Parole senza senso che si rincorrono, alla ricerca della botta finale, della conclusione a effetto.
Sto cercando un click, uno Scatto Fondamentale. Quel qualcosa che apra orizzonti e sventri consuetudini. Sta sempre un pelo al di là della consapevolezza, una manciata di centimetri, poche dita per afferrarlo.
È da tempo che cerco una motivazione di fondo, ma è un fattore così scontato, un bisogno di quel determinismo caratteriale fottutamente tipico. Forse è tutto un bluff e non siamo che pagliacci inviperiti che rincorrono immaginarie palline colorate per il sornione divertimento di qualche essere supremo, o di un fato che è più burlone di quanto uno si possa aspettare. Dovrei abbandonarmi al sesso. Di quello volgare, brutale, animale. Ma ho il sospetto che Sid avesse ragione: – Il sesso? cinque minuti di sfregamento appiccicoso, niente più –. Potrei dedicarmi alle sale abbronzatura, alle depilazioni, ai massaggi intensivi. Darmi un colorito tostato e un aspetto à la page. Ingannare il tempo circondandomi di falsità sentimentali e carnalità in vendita.
Io non valgo un cazzo, è fuori discussione, ma la gestione letteraria è una nebulosa che ha posto pochi dettami come princìpi e qualche regola come tavole della legge: incipit e colpi a effetto. Non sorprendono i risultati. L'estabilishment letterario perpetra se stesso in un loop infinito di oltraggio creativo. Non sono in molti ad avere le chiavi della gestione letteraria, un circolo riservato che piega e getta e omette e smacchietta. È un ottimo alibi per un incapace, ma presuntuoso, quale io sono. Posso dirlo: mai circondarsi di critici letterari composti da amici e donne innamorate, ne scaturiscono falsità e distorsioni compromettenti. Per una minima lucidità non c'è bisogno di molto, è sufficiente poggiare gli scritti in un cassetto e spolverarli dopo qualche mese, la rilettura è educativa.
È un po' meno mattina e non c'è neanche l'odore del pane in giro. Solo qualche anziana in bicicletta che ha ancora le vestigia di un passato ormai sepolto e le abitudini in disuso di madri ormai andate. Ho l'immagine mattutina ben salda, potrei salvarmi il culo e ipotizzarla come un incipit da gradimento editoriale: – Il cielo del mattino avvolgeva le gambe arrossate della donna. Erano pedalate veloci, di una cadenza di mercati paesani e tavoli sghembi. Ma quella donna aveva la paura negli occhi e la forza della disperazione nei muscoli, pedalava per sé, e per il proprio figlio. Non si curò di me, né adesso, né dopo. Alzai le spalle e me ne andai, senza uno sguardo al mio destino –.
