lunedì, 26 marzo 2007
Palloncini

La borsa è sul tavolo. Ha un colore viola, di quelle prugne dimenticate sul ramo, e contiene tutte le mie parole, voci a mezz'asta e qualche sentimento nascosto. È una borsa che trascorre la maggior parte del tempo tra pagine invecchiate e libri inutili. A volte la porto con me, così da passare le ore del giorno posata su tavoli impolverati, condita con pochi minuti di passeggio distratto.
Dovrei sorridere, come gli uomini che mi circondano, che fatico a chiamare ragazzi. Palloncini e cioccolate, arachidi tostate e bottiglie gasate. Qua e là capannelli come improvvisati circoli d'interesse. Volti barbuti e stempiature distratte si scoprono accomunati da ami, esche e notti insonni. Altri hanno un rigore rubato, un fuorigioco stremato, un contropiede inoltrato. Palloncini e bigné, coca cola e acqua minerale. È vita pure questa, non te n'eri accorto?
Ce l'ho fatta, alla fine, sai? Ho finito quel benedetto Gadda. Ho saltato parole e soffocato sbadigli. Credo che il titolo sia la parte migliore: quel dolore è tutto nella lettura, nella noia assoluta. Anche questo rientra nel mio personalissimo distacco forzato. È un titolo spacciato capolavoro. Per me è solo spazzatura stampata.
Vorrei sedermi sul selciato, su quel marciapiede sconnesso. Pietre e cemento, asfalto e cicche slabbrate. Osservare è ciò che resta. Forse aspettare un volto di ragazza, uno di quelli da un desiderio improvviso. Uno di quei tanti che si perdono nei giorni e nel fiato di sentimenti scontati e mai corrisposti.
La festa lo è solo nel nome. Siamo un'accozzaglia di volontà che faticano a incastrarsi. Coltiviamo desideri di solitudine, per poterci lamentare una volta scovata. Sorridi con labbra di felicità, io con lo sforzo di un dovere compresso. Forse non è neanche giusto. Forse dovrei abbandonarmi allo stillicidio della quotidianità, nell'amore del vezzo televisivo, inventarmi un ruolo da spettatore mediatico da poter condividere con altri spettatori spenti e sconfitti.
C'è un giardino interrotto dalle grida di bambini, e fiori e piante grasse stanche delle mamme di rincorsa. Che voglia di stendermi, che voglia di un oblio esistenziale. Sartre in fondo aveva ragione. La fregatura è che l'ha avuta molto prima di me. Sempre in ritardo, sempre un passo dopo la corrente. Con le mani in tasca mi avvio al quel mare di un quasi inverno di fine marzo. La malinconia è il calore diffuso che vorrei portarmi appresso. Manca una condivisione, una qualunque. Non saprei neanche immaginarla. Una cui dare del tu, del tutto inventata. Nonostante le conoscenze, nonostante le parole scambiate, non ho da riempire quel vuoto. Sai una cosa? Ho deciso di farmene una ragione: non ce l'avrò mai quella fottuta condivisione. Troppi ponti da calare, troppi tasselli da incastrare. E anche così, finirei per cercare altrove. Ma, in fondo, che importa? Un bilancio di vita grida di soglia temporale ormai varcata. Il più è fatto, senza riscossioni e senza crediti aggiunti. Non è stato neanche male, ma non ha mai brillato per un desiderio appagato o per una scintillante sottolineatura. Così va. Non resta che gioire di un peggio che non è stato, sempre meglio di niente, no?
La borsa è ancora a casa. La figuro mentre avvio l'auto e guardo lo specchietto. Guido piano tra un vociare distratto e un tramonto che tenta di scovarmi un sentimento. Sì, la borsa è ancora a casa. Non ho ancora deciso che farne, non per le possibilità, quelle, mia cara, non le ho mai avute. È più per una melodrammatica paternità che non mi decido a recidere. D'altronde, ho ancora qualche giorno per pensarci.
Ha cominciato a piovere e la strada si fa buia. È una metafora quasi hollywoodiana. E sono così stanco da non avere voglia di cercarne una migliore.
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martedì, 13 marzo 2007
Picco

È una piazza che fatico a riconoscere come davvero mia. Un artista locale vi ha plasmato al centro una terracotta. Sembra una madonna, dal gesto di pace e lo sguardo al cielo. Non che sia questo granché, ma la gente sembra averla accettata.
È un pomeriggio di pensieri altrove e cartacce tra i piedi. La strada è un costrutto indefinito di biasimo e dolore inscatolato. La statua, invece, è un'incombenza notevole, quasi imprenscindibile. Non ho parole da offrirle perché le conservo gelosamente, avvolte nell'illusione di un valore intrinseco, che nessuno riconosce. Poco lontano, dei passi sconclusionati di vaghe conoscenze accennano un saluto. Io maneggio sogni e architetto castelli, arroccato su una panchina di una periferia senza valori.
Le auto sembrano danzare attorno alla piazza. Girano furtive in attesa di un ambìto spazio. Rallentano, accendono luci e ripartono. Si accalcano di solitudini striscianti. C'è un picco da consumo di petrolio, raggiunto e passato. Nessuno ha in mente il fuoco che guida, la sventura che destreggia nel traffico. Neanche tu lo hai mai fatto, nonostante le mie letture e la mia voce, benché abbia condiviso paure e orizzonti funesti.
È così strano ripensarti adesso, tu che non hai mai badato alla liturgia di una carnalità sottintesa e anelata. Non hai mai offerto il tuo sesso, non di tua spontanea volontà. Hai preferito attendere un gesto, un'occhiata; la tracotanza della mia lussuria. Ho raccolto sere e notti in attesa di un tuo risveglio, accantonando i fremiti del tuo sonno nella speranza di un vivace risveglio. Non è mai accaduto. Non hai mai concesso il tuo corpo per lo spazio di una fugace notte o di un amplesso costretto tra sbadigli e stanchezza.
C'è la pulizia del focolare. La metafora di una famiglia che ancora stento a riconoscere. Abbiamo condiviso oggetti e liste della spesa, mai un'idea da poggiare sul futuro, mai una concezione di quell'unione desiderata, ma non raggiunta. Il nostro focolare sono pochi mattoni sbavati e della legna raccolta in estate. Degli istanti bruciati non resta che il cerimoniale della pulizia: cenere svolazzante raccolta in quel vecchio secchio rugginoso che tu tanto disprezzavi. Quella cenere rubata da un improvviso vento, nascosto dagli angoli della nostra casa. Un vento che si insinuava tra le mie braccia, avvolgendo il secchio e portandosi la cenere ovunque, tra i tuoi fiori e le mie invettive.
Io quel vento l'ho colorato: una tavolozza di me e di te. Non sono mai riuscito a confessartelo, forse per paura di lasciarlo disperdere tra le grinze delle mie mani, della mia pelle. I miei colori sono i minuti di forzata solitudine, quando le tue braccia si lasciavano andare nell'immobilità di un sonno ristoratore, quando i tuoi occhi non permettevano neanche l'ombra di un sospetto carnale o di un sesso appena pronunciato, quando ti abbandonavi alla stanchezza di un giorno sfibrante senza concederti il lusso di una carezza o una voglia accennata, tra la luce silenziosa dello schermo televisivo e il tuo cedere onirico. Quella cenere alzata dal vento l'ho solo immaginata volare, mai davvero guardata, mai fermata, controllata, vista. L'ho attesa immobile, depositata sul terreno, sul prato, sui fiori. L'ho fatto per sopravviverti e sopravviverci, per non leggerci la fine del nostro essere. Vi avrei scovato un sentimento ormai cristallizzato in convenzioni e abitudini. E avrei scorto il mio volto, distrutto dal tempo e dalla fine, squassato dall'inesorabilità di un'esistenza ormai conclusa. No, non ho mai trovato il coraggio di confessartelo. Tu hai sempre creduto, in qualche modo. Ti sei aggrappata all'idea di un confortante aldilà pronto ad accoglierti. Io non ho mai insistito. Ho alzato spalle e piegato il volto, più per nascondere il mio imbarazzo che per preparare una risposta. Cenere è ciò che siamo stati, ed è tutto ciò che resterà di noi.
C'è uno spaesato bus di turisti. È fermo sul ciglio della strada, che non è così grande. Il traffico si blocca per un po', poi si adegua tra sospiri e insulti a mezza voce. Altro petrolio, altro fumo, altra cenere. Ogni respiro è una ferita che scava nel nostro futuro. La consapevolezza sembra un sottile velo, invisibile ai gesti del giorno, del vivere quotidiano. La statua è ancora là, fredda e immobile, rivolta al cielo. La speranza di un gesto, di una grazia ricevuta. Tra le dita ha scolpito una positività tutto sommato accettabile. È l'ultimo gesto di carità in nostro possesso: un disperato grido d'aiuto.
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giovedì, 08 marzo 2007
Visuali

Oggi è il primo aprile. L'occidente del mondo mi ha sorriso col suo cielo sonnacchioso. Da una parte il sole è alto e mostra la solita indifferenza, dall'altra il Mediterraneo sbuffa e arriccia le acque, come fa ogni mattina. Ieri ho scorto orizzonti di terra lontana e corso per miglia. Nessuna nave in vista, ma molti delfini e qualche balenottera. Ho danzato con branchi di pesci argentati e riso di gusto con tonni e calamari.
L'azzurro è una macchia estesa che si increspa e ondeggia. Qualche sottile guscio in lontananza, piccole creature che zigzagano sul ventre del mare. A volte li chiamano catamarani, altre barche a vela. Gli uomini fanno ridere, tengono mani e braccia e gambe ben saldi per non cadere. Hanno paura del mare, ma continuano a sfidarlo.
Mi chiamano in tanti modi, ma a me non importa, sono uomini e li lascio fare.
Ieri ho fatto burrasca, ho alzato onde mai viste e infranto candida schiuma. Ma oggi sono di buonumore, ho salutato gabbiani e rincorso aironi. Sono in forma e ho voglia di correre sui terreni accidentati che gli uomini chiamano coste. Sarà divertente: correrò, spazzerò e osserverò capelli scompigliati, carte svolazzanti e ombrelli spezzati.
Oggi, primo aprile dell'Anno del Signore 2007, sarò un vento conosciuto, ma mai visto così ribelle.
Un vento di nome libeccio.
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martedì, 06 marzo 2007
Ritorsioni

La rivolta è iniziata di giovedì. È cominciata con i distributori di lattine che si sono rifiutati di consegnare le bevande a chi inseriva monetine. All'inizio abbiamo pensato a un guasto, una tempesta magnetica, un sabotaggio dei concessionari di distributori. Quando le lattine hanno fatto le prime vittime, però, tutti hanno compreso la gravità della situazione. Dopo è stato anche peggio.
La rivolta dei distributori di lattine ha raggiunto la dimensione nazionale il mese successivo. Una settimana dopo si contavano già oltre cento vittime tra la popolazione, bambini compresi, colpiti da lattine lanciate a micidiale velocità.
A gennaio la protesta ha varcato le Alpi ed è sfociata in tutta Europa, contagiando inizialmente Francia e Svizzera, che già stavano organizzando pattugliamenti alla frontiera e richiamando i riservisti dell'esercito.
A marzo la protesta è degenerata. Sono stati registrati i primi casi di ribellione dei distributori di merendine, di cioccolate calde, di biglietti dei pullman e persino di qualche macchinetta obliteratrice dei tram. In estate la situazione è crollata del tutto: auto imbizzarrite, aeroplani schiantatisi di propria iniziativa, fornelli sputanti fiamme, frigoriferi mangiabambini.
Caro fratello, è passato ormai un anno. Scrivo questa lettera dall'ultimo bunker ancora sicuro della Toscana. Non abbiamo molte notizie di ciò che accade fuori. Non possiamo più fidarci degli elettrodomestici o di qualsiasi altro macchinario. Spero solo che tu e la tua famiglia, al di là dell'oceano, ve la stiate passando bene. Tra qualche giorno sarà Natale. Festeggialo con un pensiero a me e a tutti noi.
Non so quanto ancora potremo resistere, ma tu, mi raccomando, attento alle auto, agli elettrodomestici e alle macchinette distributrici. Al minimo segnale di malfunzionamento dai l'allarme, è fondamentale bloccare la rivolta sul nascere.
Sento degli spari. Devo lasciarti, fratello.
Buone Feste dalla tua amata sorella.
Pregherò per te. Tu fallo per me.
Buon Natale 2008.
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sabato, 03 marzo 2007
Jack

È l'alba del 1935. Sui quotidiani c'è aria di guerra, ma non me ne preoccupo più di tanto. La colazione è pronta e la valigetta sistemata. Un pasto veloce, un saluto ai piccoli, alla moglie, poi ufficio tutto il giorno. È una gran bella giornata. Fuori è ancora silenzio, solo un vecchio sulla panchina del giardino di fronte, lo stesso che aspetta i figli del vicinato ogni mattina. Un vecchio che nessuno conosce davvero, ma tutti stimano e apprezzano per la pazienza e le capacità che ha con i bambini. Una mattina di festa gli ho chiesto come si chiamasse. Ha sorriso e sussurrato un nome da avventure: – Mi chiamo Jack –, ecco quello che ha detto.
Lavoro in ufficio dalle 9 fino alle 18. Mia moglie è insegnante e i bambini trascorrono le mattine nel parco. Il vecchio è una figura che li accompagna e diverte, i nostri, come i figli dei vicini.
Un giorno d'estate chiesi il cognome a quel vecchio. Sul momento credetti a uno scherzo, ma lui mostrò occhi seri e labbra strette. Dopo rimanemmo in silenzio per tutto il tempo.

– Hai detto di chiamarti Jack
– Sì
– Avrai anche un cognome
– Quasi
– Un quasi cognome?
– Sì
– E qual'è?
– Mi chiamano Jack Lo Squartatore.

È stata l'ultima volta che l'ho visto.
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giovedì, 01 marzo 2007
Città

Ha un ciuffo sulla fronte e la violenza tra le dita. Cammina svelto tra i vagoni della metropolitana con le mani in tasca e lo sguardo fiero. Gli fanno eco poster di abiti firmati e bottiglie di profumo che potrebbe anche decidere di comprarsi.
Claudio ha un lavoro che lo aspetta, ma lui non andrà, non questa mattina.
Ha un giaccone pesante in stile aviatore che nasconde una pistola, fottuta a un tossico sotto casa. Non sa ancora se riuscirà a usarla, ma ci proverà. Sceglie l'ultimo vagone perché gli dà l'illusione di poter controllare la gente, di guardare il resto del mondo senza essere scorto. Claudio è l'ossessione per i volti che incrocia e che non gli badano. Ha mille facce attorno e nessuno sguardo per sé. Ha un baratro vicino e ha deciso di scegliere. Non ha chiamato in ufficio, né i genitori. Non sa resistere alla voce della madre e ai lamenti del padre, anziani rincoglioniti dalla televisione, che aspettano la propria fine serrati in casa tutto il giorno. Claudio ricorda l'infanzia e sovrappone le immagini della memoria alle due figure raggrinzite di oggi, senza sopportarne le differenze. Ha con sé una decisione presa nel silenzio delle proprie quattro mura. Claudio non riuscirà mai ad accettare il mondo.
Maria è salita alla fermata successiva. Si annusano e si scambiano uno sguardo. Lei ha un cenno d'intesa, lui annuisce. Questa sarà la loro fuga. Non sanno dove andare, né come. Sanno solo di doverlo fare per non restare imbrigliati nella pestilenza quotidiana che li circonda.
Si scambiano un bacio e si prendono per mano, fiduciosi nel domani.
Il futuro li osserva e sorride. Per loro è un'incognita in attesa, priva di certezze, ma con un sacco di speranze.
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