Palloncini
La borsa è sul tavolo. Ha un colore viola, di quelle prugne dimenticate sul ramo, e contiene tutte le mie parole, voci a mezz'asta e qualche sentimento nascosto. È una borsa che trascorre la maggior parte del tempo tra pagine invecchiate e libri inutili. A volte la porto con me, così da passare le ore del giorno posata su tavoli impolverati, condita con pochi minuti di passeggio distratto.
Dovrei sorridere, come gli uomini che mi circondano, che fatico a chiamare ragazzi. Palloncini e cioccolate, arachidi tostate e bottiglie gasate. Qua e là capannelli come improvvisati circoli d'interesse. Volti barbuti e stempiature distratte si scoprono accomunati da ami, esche e notti insonni. Altri hanno un rigore rubato, un fuorigioco stremato, un contropiede inoltrato. Palloncini e bigné, coca cola e acqua minerale. È vita pure questa, non te n'eri accorto?
Ce l'ho fatta, alla fine, sai? Ho finito quel benedetto Gadda. Ho saltato parole e soffocato sbadigli. Credo che il titolo sia la parte migliore: quel dolore è tutto nella lettura, nella noia assoluta. Anche questo rientra nel mio personalissimo distacco forzato. È un titolo spacciato capolavoro. Per me è solo spazzatura stampata.
Vorrei sedermi sul selciato, su quel marciapiede sconnesso. Pietre e cemento, asfalto e cicche slabbrate. Osservare è ciò che resta. Forse aspettare un volto di ragazza, uno di quelli da un desiderio improvviso. Uno di quei tanti che si perdono nei giorni e nel fiato di sentimenti scontati e mai corrisposti.
La festa lo è solo nel nome. Siamo un'accozzaglia di volontà che faticano a incastrarsi. Coltiviamo desideri di solitudine, per poterci lamentare una volta scovata. Sorridi con labbra di felicità, io con lo sforzo di un dovere compresso. Forse non è neanche giusto. Forse dovrei abbandonarmi allo stillicidio della quotidianità, nell'amore del vezzo televisivo, inventarmi un ruolo da spettatore mediatico da poter condividere con altri spettatori spenti e sconfitti.
C'è un giardino interrotto dalle grida di bambini, e fiori e piante grasse stanche delle mamme di rincorsa. Che voglia di stendermi, che voglia di un oblio esistenziale. Sartre in fondo aveva ragione. La fregatura è che l'ha avuta molto prima di me. Sempre in ritardo, sempre un passo dopo la corrente. Con le mani in tasca mi avvio al quel mare di un quasi inverno di fine marzo. La malinconia è il calore diffuso che vorrei portarmi appresso. Manca una condivisione, una qualunque. Non saprei neanche immaginarla. Una cui dare del tu, del tutto inventata. Nonostante le conoscenze, nonostante le parole scambiate, non ho da riempire quel vuoto. Sai una cosa? Ho deciso di farmene una ragione: non ce l'avrò mai quella fottuta condivisione. Troppi ponti da calare, troppi tasselli da incastrare. E anche così, finirei per cercare altrove. Ma, in fondo, che importa? Un bilancio di vita grida di soglia temporale ormai varcata. Il più è fatto, senza riscossioni e senza crediti aggiunti. Non è stato neanche male, ma non ha mai brillato per un desiderio appagato o per una scintillante sottolineatura. Così va. Non resta che gioire di un peggio che non è stato, sempre meglio di niente, no?
La borsa è ancora a casa. La figuro mentre avvio l'auto e guardo lo specchietto. Guido piano tra un vociare distratto e un tramonto che tenta di scovarmi un sentimento. Sì, la borsa è ancora a casa. Non ho ancora deciso che farne, non per le possibilità, quelle, mia cara, non le ho mai avute. È più per una melodrammatica paternità che non mi decido a recidere. D'altronde, ho ancora qualche giorno per pensarci.
Ha cominciato a piovere e la strada si fa buia. È una metafora quasi hollywoodiana. E sono così stanco da non avere voglia di cercarne una migliore.
La borsa è sul tavolo. Ha un colore viola, di quelle prugne dimenticate sul ramo, e contiene tutte le mie parole, voci a mezz'asta e qualche sentimento nascosto. È una borsa che trascorre la maggior parte del tempo tra pagine invecchiate e libri inutili. A volte la porto con me, così da passare le ore del giorno posata su tavoli impolverati, condita con pochi minuti di passeggio distratto.
Dovrei sorridere, come gli uomini che mi circondano, che fatico a chiamare ragazzi. Palloncini e cioccolate, arachidi tostate e bottiglie gasate. Qua e là capannelli come improvvisati circoli d'interesse. Volti barbuti e stempiature distratte si scoprono accomunati da ami, esche e notti insonni. Altri hanno un rigore rubato, un fuorigioco stremato, un contropiede inoltrato. Palloncini e bigné, coca cola e acqua minerale. È vita pure questa, non te n'eri accorto?
Ce l'ho fatta, alla fine, sai? Ho finito quel benedetto Gadda. Ho saltato parole e soffocato sbadigli. Credo che il titolo sia la parte migliore: quel dolore è tutto nella lettura, nella noia assoluta. Anche questo rientra nel mio personalissimo distacco forzato. È un titolo spacciato capolavoro. Per me è solo spazzatura stampata.
Vorrei sedermi sul selciato, su quel marciapiede sconnesso. Pietre e cemento, asfalto e cicche slabbrate. Osservare è ciò che resta. Forse aspettare un volto di ragazza, uno di quelli da un desiderio improvviso. Uno di quei tanti che si perdono nei giorni e nel fiato di sentimenti scontati e mai corrisposti.
La festa lo è solo nel nome. Siamo un'accozzaglia di volontà che faticano a incastrarsi. Coltiviamo desideri di solitudine, per poterci lamentare una volta scovata. Sorridi con labbra di felicità, io con lo sforzo di un dovere compresso. Forse non è neanche giusto. Forse dovrei abbandonarmi allo stillicidio della quotidianità, nell'amore del vezzo televisivo, inventarmi un ruolo da spettatore mediatico da poter condividere con altri spettatori spenti e sconfitti.
C'è un giardino interrotto dalle grida di bambini, e fiori e piante grasse stanche delle mamme di rincorsa. Che voglia di stendermi, che voglia di un oblio esistenziale. Sartre in fondo aveva ragione. La fregatura è che l'ha avuta molto prima di me. Sempre in ritardo, sempre un passo dopo la corrente. Con le mani in tasca mi avvio al quel mare di un quasi inverno di fine marzo. La malinconia è il calore diffuso che vorrei portarmi appresso. Manca una condivisione, una qualunque. Non saprei neanche immaginarla. Una cui dare del tu, del tutto inventata. Nonostante le conoscenze, nonostante le parole scambiate, non ho da riempire quel vuoto. Sai una cosa? Ho deciso di farmene una ragione: non ce l'avrò mai quella fottuta condivisione. Troppi ponti da calare, troppi tasselli da incastrare. E anche così, finirei per cercare altrove. Ma, in fondo, che importa? Un bilancio di vita grida di soglia temporale ormai varcata. Il più è fatto, senza riscossioni e senza crediti aggiunti. Non è stato neanche male, ma non ha mai brillato per un desiderio appagato o per una scintillante sottolineatura. Così va. Non resta che gioire di un peggio che non è stato, sempre meglio di niente, no?
La borsa è ancora a casa. La figuro mentre avvio l'auto e guardo lo specchietto. Guido piano tra un vociare distratto e un tramonto che tenta di scovarmi un sentimento. Sì, la borsa è ancora a casa. Non ho ancora deciso che farne, non per le possibilità, quelle, mia cara, non le ho mai avute. È più per una melodrammatica paternità che non mi decido a recidere. D'altronde, ho ancora qualche giorno per pensarci.
Ha cominciato a piovere e la strada si fa buia. È una metafora quasi hollywoodiana. E sono così stanco da non avere voglia di cercarne una migliore.
