lunedì, 29 gennaio 2007
M & A

Maria grida un po' di rancore e stringe i dubbi accovacciata nell'angolo, il fuori è un ispido contorno che arringa e percuote. Ha il brivido che corre e la speranza spezzata. Maria ha voglia di amare, ma nessuno in ascolto.

Antonio fugge con la corsa dell'affanno. Ha una riva spelacchiata e lo spazio dimesso. Antonio non sa di non poter amare, ma ci prova. Le notti sono tetti che gocciolano e finestre che ululano. La mattina è un'insonnia non curata e fantasie dell'oblio. Antonio ha un incontro davanti e le sconfitte dietro, e sa come soffrire.

Maria ha il telefono percosso e l'auto in attesa. Divincola l'armadio e si avvolge di casualità. Non saprà scegliere, ma ci proverà. Cammina lesta sul pavimento che sa di acerbo sulla sua pelle. Antonio è attesa. Antonio è desiderio. Antonio è chiamata. Maria ha risposto monosillabi per desideri e cenni per speranze:

– Vuoi? –
– Vorrei –
– Sicura? –
– Non lo so –
– No? –
– No –
– Perché? –
– Ho paura del noi –
– Io e te? –
– Noi –
– Verrai? –
– Forse. Ho bisogno di amare –.

Maria esce avvolta in una scia di voglie che germoglieranno in primavera.

Antonio ha uno specchio. Quella faccia è la sua faccia. Ha un tavolo dentro sé: un tavolo, un cameriere, un caffè. Antonio è Maria per orizzonte, e tanto basta. Solletica le spalle e arriccia il tempo, scodinzola l'attesa ed esce di casa.

L'aria si fa tremore, il vento si attende tra due giovani in bilico. Forse sarà amore, forse no. Da qualche parte qualcuno getta i dadi, e il futuro si apre a un sentimento bucherellato che corre e leviga attese, saltella e corrode aspettative.
Il dado si fa numero.
La sorte prima indugia, poi sorride e procede oltre.
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mercoledì, 24 gennaio 2007
Calciomercato

I giocatori hanno raggiunto lo status di figurina del mio passato. Gestiscono maglie di squadra come carte da gioco da imbustare tra mazzi nascosti. Fanno prua del proprio volto, salpando tra stati europei, nazioni e continenti. Io riesco a spostare il mio essere tra parole e righe inconcludenti.
Giorni che celebrano sostanziali risposte alle mie più acute domande. Non sono veramente io. Il corpo è un oggetto malsano che si flette e cade di sghimbescio su orpelli e ostacoli. Il mio me, quello reale, è un bambino di pochi anni, che geme e urla senza tregua, travolto dallo spasimo di un'aria che gonfia i polmoni e brucia le intenzioni. Quel me l'ho scoperto, alla fine, sai? È quello che scrive. Tra le righe disegno un inventario che si fa ogni giorno più nitido e complicato: il mio cartellino personale. Quello che mostrerò alla società, orgoglioso dei miei allenamenti e della mia muscolatura anabolizzata, fatta di iperboli e ricercatezze lessicali, quasi sempre inconcludenti.
Recito il me che vorrei, costruendolo su idee strampalate che solo qui possono avere il diritto all'esistenza. Eppure sono io. Tra mattoni inventati e raccapriccianti diversivi. E il me che respira, quello di carne, che si erge tra le teste in fila al supermercato, che spende la notte tra le pagine di libri contorti. Be', quello non so più chi sia. La follia morde lo stomaco e mangia pensieri. E la mia follia è una puntata sullo zero, quando quel fottuto zero è l'unico a zampillare sulla ruota di una provincia sconclusionata, silenziosa e deprimente quanto un'insignificante crudeltà.
Ho allenamenti e dichiarazioni affettate, sparate sotto riflettori e telecamere impietose. Eppure è piacevole, come un dribbling da metà campo e un gol da centravanti solitario, soddisfacente come la vista di portiere battuto da uno scarto repentino e replicato alla moviola.
Eccomi, sono io questa frase inconcludente. Non cercarmi altrove.
Perché io non sono più, ma sono altro. Perché tra quelle righe ho trovato il mio altrove.
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giovedì, 18 gennaio 2007
Giovedì

Claudio ha la voce alta e la mente sfuggente. Accalorandosi, stringe un bagaglio di vita consumata e mai costruita. Parla e cigola avverbi. Rammenta e strapazza congiuntivi. Gioca sulla secolarizzazione tutto il sé che può esibire. Ha il male come spauracchio, l'attualità mai etica come bersaglio. Cita fonti in bilico e voci spente.

Il mio capo singhiozza cenni di assenso. Pronuncio "pericolo" arrotondando vocali e ruminando dolcezza spacciata. La mia secolarizzazione brucia un contrasto di sorpresa: emanciparsi dalla soverchiante liturgia non può essere una sodomizzazione occulta del sé.

Claudio biascica respiri e sputa foruncoli di astio. Sulla scrivania nascono rimbrotti alcalini e bollicine di rabbia rappresa.

L'ideologia politica e religiosa, o di chissà che altro, non può avere la funzione di stampellizzazione antropocentrica. Non provo a scolpire ciò che penso. Il mio pensiero non può sguainare le parole di una vendetta argomentata.

Claudio si alza e scoreggia pestilenza. Le pareti lo redarguiscono rimandando suoni senza trattenerne gli odori.

Il foglio è bianco. Una scelta obbligata e tappa del non essere. È un giudicato che alza il mento, suppone spregiudicatezza e serenità fanciullesca, che la mia anima ingoiò senza evacuarne i resti. La bic rotea guardinga scandendo ritmi e spacciando presunzioni: "è una mentalità retrograda quella che ci vede figli bisognosi di guida spirituale, di qualunque forma essa sia". Vorrei appallottolare la carne, scandire risate. Vorrei affrancarmi dal postulato "secolarizzazione = perdita d'identità".

Claudio graffia il vetro della finestra scolpendo sentenze. Ha le mani crucciate e il passato corroso.

La mia guida sono me stesso. Il mio respiro è nel percorso di liberazione dagli ingessamenti psicologici. L'emancipazione ideologica è uno sgorbio letterale che nasconde una verità inconfessabile. Tu non lo sai, ma vorrei amarti. Un riverbero di sentimento che si fa spessore tra le dita dell'anima e ricolma la carne, appagandola e acquietando steppe di vento, scivolando dalla carnalità, facendosi porta per la Conoscenza dell'Altro.

Claudio urla fame ed esige vendetta.

Lo chiamerò Giovedì. L'elaborazione di un incontro fortuito sbocciato in parole mai combinate.
E un naufrago del sentimento, da occhieggiare nei ripari di tempesta.
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lunedì, 15 gennaio 2007
Non Parole

Il punto di vista di Comparsa

Sono giorni che continuo a chiedermi se il peso di un Non-Dire può essere equiparato a quello del Dire. La logica e il pensiero comune non lasciano speranze: relegano il postulato a una sonora risata di concettuale superiorità e la supposizione a un'ilarità generalizzata. Credo che, scardinando il sedimento di quotidiana presunzione, si possa trovare una risposta migliore e sorprendente rispetto a una facile derisione.
C'è da chiedersi se sia possibile dare una forma alle Non-Parole. Il dilemma è se sia concepibile un microcosmo privato, denudato del più elementare scheletro comunicativo, strutturato di non-parole, tabulato di costrutti metafisici autoprodotti, privi di infiltrazioni altrui, di inquinamenti verbali indotti, di tracce dell'Altro, dove le concatenazioni logiche hanno l'esclusività del puro soggettivismo e dove l'Altro non è, se non come immagine di se stesso. Potremmo postulare il Non-Dire, quindi, come forma assolutamente autarchica del pensiero dell'Altro. Archetipo di libertà concettuale, struttura primigenia di emancipazione opinionistica.
È immaginabile un mondo simile? Un mondo fatto d'oblio comunicativo, di fine delle interazioni, di esilio della comunicazione e la nostra volontaria sua rinuncia.
Forse sì. Forse è immaginabile un mondo Altro, dove comunicazione verbale e segni comunicativi standardizzati non siano, dove il Non-Verbo, la Non-Parola è regola, mai sospetto o mai postulato di soppiatto, ma, piuttosto, comune accettazione. Oggi possiamo parlare di assuefazione mediatica. Il solo supporre interazioni altre, oltre la parola, ci provoca fastidio, irritazione, sorpresa e, quasi unanimemente, scherno. Eppure la parola sa essere medium vigliacco e poco rappresentativo. La storia insegna che le volontà di ricerca hanno avuto successo nel momento del bisogno. Dovremmo instillarci un Bisogno di Nuova Comunicazione, per affrettarci alla scoperta di un nuovo medium espressivo: la Non-Parola.
Le parole non sono altro che il simulacro di noi stessi, del nostro essere profondo. Rinunciarvi è l'annichilimento della trasmissibilità dell'anima, ma anche delle nostre debolezze, del nostro intimo.
Per certi versi, la rinuncia al verbo, la rinuncia alla comunicazione può essere letta come una forma nobilmente assoluta di sistematica autodifesa. Una rinuncia al mondo, dunque, e al sé. Perché nella rinuncia all'essere in gioco e alla valutazione altrui c'è, soprattutto, una rinuncia a se stessi, una rinuncia a un giudizio sommario e superficiale, forzatamente errato.
Tutto sommato, il peso del Non-Dire può non solo essere assimilato al Dire, ma addirittura esserne superiore. Il Non-Dire è la più alta forma di rispetto dell'altro. La Parola è sempre e comunque forma di presunzione applicata, di volontà di plagio. È il mezzo per soggiogare il prossimo. Per assurdo il Non-Dire è la forma (non) comunicativa più democratica che abbiamo a disposizione. Il silenzio come rispetto della diversità. Senza la parola, non restano che le Azioni. Quante volte le immagini suscitano emozioni? Quante volte le parole di commento mitigano le emozioni provate? Le parole sono indottrinamenti forzati, sapienti mani plasmanti che trasformano e plagiano senza tregua. La loro eliminazione non può che essere salutata con un sorriso e una ventata di innovativo piacere.
La parola ha esaurito la propria funzione principe. Peggio, ha tradito la forma e la sostanza, la funzione e la moralità della sua stessa essenza. L'espiazione della stessa travalica le forme della tradizione occidentale per impregnarsi di misticismo orientale, il suo annichilimento sarà un'espiazione nel seppuku: il suicidio della parola, nella sua più alta forma di nobiltà non esistenziale, come prova assoluta della passata grandezza del sé e la più grande testimonianza di sostanziale tradimento.
Senza verbo non resteranno che Non-Parole e Non-Dire: la più alta forma di progresso e di rispetto per il nostro futuro vivere.


Il punto di vista di Alessandro62

La parola silenziosa

Contraggo le parole come volessi risparmiare spazio un dire ristretto che faccio transitare dall'esodo all'esilio. Vorrei educarmi alle parole mancate, vorrei finisse l'ansia di riempire il silenzio, di ricoprire con un velo i postumi di un sorriso.

Se "il poeta è un fingitore" l'unico espediente è il silenzio, o chi vive di parole ha nella sua essenza il rumore?
E' su questo rumore che le cose avvengono o meglio accadono, in quella successione di eventi che la parola lega. . Come difendersi allora dalla menzogna di ogni racconto se non ponendosi in ascolto della parola muta, unica sintesi possibile dell' intimo accesso.
Testimone inconsapevole dell'anima, il non detto, l'inespresso diventa l'armonia interiore con la quale ci accordiamo, con la quale siamo disposti persino ad accettare compromessi.
La parola del cuore e quella della sfumatura, una si assolve e l'altra si dissolve con la stessa differenza che c'è tra il vero e il verosimile, il riscatto e l'imitazione di realtà.

Non elogio del silenzio quindi, ma ascolto dell'interiorità, come unico terreno del creativo. Questo io moltiplicato, che graffia la pagina, che urla di frammentarsi e di dare ascolto a ogni voce, non va ridotto al silenzio o richiamato alla ragione, ma sconfessato delle sue menzogne, va ricondotto alle origini dove il conflitto è sorto.
E dove sorge ogni conflitto, ogni battaglia , ogni guerra se non nell'animo che osserva il mondo e tentando di piegarlo al suo volere, miseramente fallisce.
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mercoledì, 10 gennaio 2007
Sincronismi

"Ho un bioritmo del piacere dall'assimilazione proprietaria: non sono mai riuscito ad avere una decente sincronia con i gusti correnti. È una convivenza complicata. I miei film preferiti, i brani musicali, sono o troppo avanti, o troppo retrò. È un disassamento di preferenze che non ha limiti o sfere di appartenenza. Riguarda tutto il mio essere. E non sono molte le occasioni che mettono a nudo l'amaro dello sfasamento temporale dei miei gusti e voglie".

Ieri, per molti aspetti, è stata una bellissima giornata. Peccato per quella telefonata. Una semplice, stronza, fottuta telefonata. Un gesto normale, figlio del quotidiano. Un gesto che a volte ti sorprende con la sua carica di velenosa schiettezza e si concede il guerrigliero lusso di scarabocchiare graffi sanguinari sulla tua anima.
Sono passate poche ore, eppure fatico a ricordare le parole esatte, lo sciogliersi di quel canovaccio improvvisato. Ricordo il senso di sconfitta, però. Il nostro è stato un gioco divertente. L'ho affrontato come una partitura dove soffiare col fiato del sorriso. Giocando, appunto, come spesso mi ritrovo a fare. Per questo non posso salire su quel dannato piedistallo, non me lo merito. Non lo meriti neanche tu. È una postazione destinata all'oblio del nostro specialissimo ring personale, riempita dal vuoto delle parole che abbiamo speso. Che hai speso.
Sei stata una certezza assoluta. Fiero del fatto di poterci contare. Scoprire la verità è stata una mazzata niente male. C'è una vita da vivere. Chi meglio di me dovrebbe assimilarlo? Eppure, è stato bello presumere che uno scoglio avrebbe sempre ricevuto una mia parola, un mio gesto. Persino un mio incontro.
Sono stato stupido? Certo, perché non ammetterlo? Persino all'inizio. Persino qualche mese fa. Persino adesso. Non dovrei suggellare una Fine con qualche parola condivisa. Dovrei accettare la sconfitta come un silenzio meritato e dedicarmi a un percorso meno clamoroso, un tracciato di claudicante dolore solitario.
Ma la scrittura è un cicatrizzante fenomenale. Un esorcismo esemplare per tutte le mie/tue paure.
Mi chiedo che possa restare delle promesse, delle parole, dei gesti. Quale possa essere il significato del tempo speso a cercare il nostro tempo. Sono le ferite del non siamo, che sono segni rossi divenuti quasi amici. E le ferite del non saremo che resteranno come tracce del futuro che abbiamo gettato in un cassonetto e che dovrò accudire in solitario, senza testimoni diretti e senza possibilità di racconto, tranne due righe perse tra qualche centinaio di migliaia di blog. Non è giusto, in fondo. Il mio essere decisamente fuori sincrono non ha permesso di cogliere le sfaccettature e le implicazioni della tua verità di allora. Non ha permesso di rubare il tempo che avremmo potuto giocarci. Quella bufera è alle spalle. Non è stata neanche veloce, tutto sommato. Un passaggio a rilento, fatto di tentativi, di sorrisi, anche di prese in giro. Sai, sono ancora convinto che non avrebbe funzionato. Un fine settimana e via, non serve altro. Lo dicesti tu, ricordi? È questo che conserverò di te. Questo e una serie di piccoli fotogrammi che userò per abbellire pareti personali e archivi privati di privato dolore. Giusto per non lasciare che quella tempesta non finisca dimenticata come una pioggerella di un qualsiasi aprile a cazzo. Avremmo potuto essere. Ho scelto la via più difficile: l'esilio forzato. Quando ho scoperto che il mio ascetismo monolaterale ha rappresentato un errore, è stato troppo tardi. Va bene così. Come è bene che io non possa più rappresentare un dolore saltuario da frapporre tra il tuo essere attuale e il ciò che non sei stata e che, forse, davvero neanche avresti mai voluto essere.
È un addio. Un cancellare frenetico da ogni singolo database. Da ogni possibile traccia di futura ricerca e memoria. È un atto di auto-accusa. Un doloroso processo di smantellamento sentimentale. Ha troppi svantaggi, ma la fortuna di rappresentare uno spartiacque decisionale. Nessun ripensamento. Nessun ritorno. Solo futuro per noi.
Senza il nostro passato.
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martedì, 09 gennaio 2007
Acqua

Una mela. La mano stringe un coltello rugginoso, ha rughe profonde e un evidente tremore. Le vene in risalto disegnano l'astratto del tempo di spalle. Dal mare risacca il torpore. Sono colori che respirano: il blu scuro del destino incombente, il blu chiaro della volontà travolta. La lenza è un esile fato che unisce due mondi senza paure condivise. Non c'è aria nell'attesa. Poche volte il silenzio si fa spessore di gratitudine, troppo spesso è onde di rabbia e nuvole di miseria. Nell'orizzonte si intinge il chiarore di un indugiare mattutino e del freddo che stringe.
È un vivere destinato alla deriva.
La sua barca è testimonianza solitaria di irresponsabile presunzione.
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lunedì, 08 gennaio 2007
Storia

Ho una Storia da raccontare, una Storia molto bella. Nella Storia c'è un uomo che ama una donna, e la donna ama l'uomo. In questa Storia ci sono baci, carezze e sentimento. Un amore consumato come un desiderio mai appagato.
Ogni mattina l'uomo si sveglia prima della donna e la bacia lentamente: prima gli occhi, poi il naso, le labbra, il collo. Poi di nuovo gli occhi, il naso, le labbra, il collo. E ancora gli occhi, fino a che non sono aperti.
La donna gli chiede: – Perché mi baci gli occhi? –
L'uomo le risponde: – Perché è come baciarti la vita. Come posare le labbra sui tuoi risvegli dalla non vita. Perché ti bacio gli occhi e sei felice –.
La donna sorride, sorride anche l'uomo.
Nella Storia passano i giorni, le settimane, i mesi, gli anni. Tutte le mattine l'uomo bacia gli occhi della donna, in attesa del suo risveglio. 
La donna piange vedendo l'uomo uscire per andare a lavoro, perché i suoi occhi non saranno più baciati per tutto il resto della giornata. L'uomo, uscendo, sorride, pensando ai baci, ai sorrisi, all'amore della sua donna. Sorride quando entra in ufficio, per le ore successive, per il tempo in cui resta solo.
La sera sono nuovi sorrisi e nuovi baci, ma non sugli occhi, perché sono stanchi della giornata passata. L'uomo dice di voler baciare solo gli occhi riposati, gli occhi del risveglio. La donna sorride. Dice che è giusto così. E piange da sola.

Nella Storia, l'uomo e la donna una mattina si baciano, come sempre. L'uomo esce per lavorare, e ancora sorride. Pranza con i compagni di lavoro. Le sue parole sono dolci e lente come gioia spesa a malincuore. Ma con loro pranza una ragazza. La ragazza sorride all'uomo.
Anche l'uomo le sorride.
La mattina seguente l'uomo non sveglia la sua donna. La mattina seguente l'uomo si alza per una colazione veloce. Esce di casa molto prima del solito, con la leggerezza del desiderio in attesa e la fragranza di un regalo da scartare.
La donna si sveglia sola. Chiama l'uomo nel letto. Lo chiama nel bagno, in cucina, in garage. Ma non c'è nessuno a darle i baci del risveglio, i baci sugli occhi, i baci per il suo amore. La donna piange lacrime per tutte le lacrime dell’amore. Una volta finite le lacrime, si siede. Pensa all'odore dell'uomo, alle mattine con il suo risveglio, ai suoi baci, ai suoi occhi. E piange di nuovo.
L'uomo sta ridendo, con la gioia della foga animale, con il piacere di una carne più giovane e il fervore dei pochi anni che non gli appartengono. E continua a ridere. A pranzo con i compagni di lavoro è ancora sorriso, per sé, per le pacche degli amici, per i complimenti ricevuti, per le occhiate complici come solo i maschi che la sanno lunga sanno dare.
La sera torna a casa, ma non è cena e non sembra più casa.
Lei chiede: – perché –
Lui risponde: – perché cosa? –
Lei chiede: – perché –
Lui risponde: – non capisco –
Lei chiede: – perché –
Lui rimane zitto.
Lei chiede: – perché non mi ami più? –
Lui risponde: – ti amo ancora –
Lei urla: – non è vero –
Lui urla: – è verissimo –
Lei urla ancora più forte: – sei un bugiardo –
Lui urla ancora più forte: – non è vero –
Lei abbassa la voce e dice solo: – addio –.
Lui apre gli occhi ancora di più e non riesce a dire niente.
Lei prende le valigie ed esce di casa.
Lui resta immobile.
Lei entra in auto. Lui la sente mettere in moto, uscire dal garage, scivolare via in un buio non suo. L'uomo si lava, non mangia e scende nel loro letto. Quando l'uomo si sveglia è una mattina solitaria, senza più occhi da baciare, labbra da scoprire, respiri da scambiare. E l'uomo piange, per tutto ciò che ha perduto. Non ci saranno più baci da gustare e occhi da svegliare. Non potrà più rispondere: – Perché è come baciarti la vita, come posare le labbra sui tuoi risvegli dalla non vita. Perché ti bacio gli occhi e sei felice –.
Non ci sarà più felicità.

Ecco, ho questa Storia, credo molto bella. Ma ho un rammarico da destreggiare, e un telefono da addomesticare, e un appuntamento da sgualcire. E la Storia dovrà aspettare. Dovrà aspettare finché più non sarà, perché le Storie migliori sono quelle desiderate, ma mai confessate.
Continuerò a immaginarla, a disegnarla.
E un giorno, forse, riuscirò anche a raccontarla.


PS: a qualcuno questo post potrà apparire come una riesumazione. Probabile sia così. Preferisco dipingerlo come auto-monito contro la Presunzione. Un pubblico invito a me stesso a continuare a pensare che ogni traguardo, pur minimo, pur di bassoprofilo, è oltraggiosamente irraggiungibile.
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venerdì, 05 gennaio 2007
Prospettiva

Tu lo sai, non sono mai riuscito a redimermi da quell'ineluttabile senso di sconfitta. Fa parte di me, di ogni mio gesto, di ogni mia parola.
Ricordo il tuo stupore tra le risa di piacere, attorniata da maschi salutanti e lampade fluorescenti.
Perché ti legasti a me resta un mistero. Uno dei tanti segreti insondabili del nostro essere, del nostro vivere animale. Un bisogno felino, il tuo. Una passione che raccontasti con l'inequivocabile voglia di una notte che hai saputo regalarmi e che non hai più replicato. Una notte fredda come solo una cacciatrice esperta sa architettare. Ne restano geometrie del vedere e acuti di odori, nello spessore del fato che è stato. Siamo niente, mi dicesti dopo averlo fatto, subito dopo esserti alzata, come se fossi stato una macchia sul tuo sicuro incedere. Io celebro insicurezza e coltivo rimorsi, tu spalanchi vittorie e mordi il domani. Un valico troppo ampio da varcare, persino per i miei sogni più astrusi.
È così che ho deciso: tu non potrai mai essere, perché sei fin troppo. E se io non potrò mai essere con te, allora, non sarò mai più.
Vedi? Decidere non è difficile. Lo è molto di più accettarti per quella che sei: una fuga verso la pazzia, verso il niente cui non potrò mai aspirare.
Per questo è giusto che sia così.
Tu hai il mondo attorno, hai ciò che si può desiderare. E il non averti è il non avere assoluto. Sarò solitudine, per non dover soccombere su altri occhi che avrebbero la tua sfida alla vita, su altri odori che avrebbero i mille contrasti della tua forza.
Meglio la follia. Meglio la negazione del sé, piuttosto che la verità della rinuncia. Così ti saluto.
Calzai la mia paura di perderti già prima di averti e questo ha impedito di liberarmi dallo spettro della tua essenza.
Lo faccio adesso, per potermi ritrovare. Perché il silenzio che mi circonderà avrà i rumori della vita e i respiri della rinascita.
Perché in quel silenzio cercherò la mia pace.
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martedì, 02 gennaio 2007
La Parola

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Tratto

Il punto di vista di Comparsa

È il concetto stesso di trasmissione, il medium comunicativo concepito e modellato per l'astrazione del sé e la metafisicizzazione dell'Io. Parola come esternazione dell'essere, motivata e motivante. Oggetto autocelebrante e quanto mai vivo per l'espressione orale della formazione tribale.
La parola è data, la parola è stata. Sciamani, totemisti, vecchi saggi hanno cavalcato il senso della comunicazione per divenire misticismo e guida dottrinale, condizionante per le masse. Nell'oracolo è vissuta la speranza, la vita e la morte fino a divenire pietra angolare nella concezione biblica della fenomenologia comunicativa: "All'inizio fu il verbo e il verbo era Dio". La voce dell'autorità, esibita in parole scritte, tramandata in messaggi autarchici di volontà divina. Il messaggio sublimato che si fa potere assoluto.
Ma oggi è in atto la rivoluzione, iniziata da tempo e incancrenita sull'enfasi della pressione produttiva, scalzando vetusti codici comunicativi. Il verbo non è più essere, è scomparso e demolito da un mezzo che si è fatto fine. La parola non è più esistenza, Dio stesso non è più, in quanto verbo assoggettato alla cruda finalizzazione.
Il mezzo ha subìto l'osmosi postmoderna dell'assoggettazione assoluta, facendosi motivazione, bersaglio, traguardo; trasformandosi nel nulla apocalittico che precede la catastrofe comunicativa. Il verbo è un modello di potere assoggettato, la parola non è altro che un fine, specchio del niente che, maldestramente, tenta di celare. La nuova comunicazione, i nuovi mercati, il nuovo verbo finalizzato alla sistematica consumazione hanno distrutto il suo misticismo. La comunicazione non è più totemica, lo sciamano non ha più il potere della saggezza, ma il camice bianco dei sondaggi di opinione e trasforma il verbo nel plagio del desiderio indotto.
Non c'è più conoscenza e sapere, ma perentorietà consumistica, una voragine del non essere, la perdita assoluta di mistici riferimenti per una desertificazione esistenziale in atto da troppo tempo e attecchita persino nei sogni. La parola ha smesso i panni della primitiva motivazione per rinchiudersi in un circolo autoalimentante di privazione del significato.
La liberazione dal nuovo verbo, che ha assunto le vesta pagane dei controllori del mercato, non ha i panni di una obsoleta quanto improbabile restaurazione di ciò che non è più, ma l'opposizione stratificata all'essere: il Silenzio. Nessuna voce, nessun verbo, nessuna parola, ma pervicace rifiuto vocale.
Il Silenzio, quindi, come salvezza unica dall'oblio esistenziale. Il risultato? La non comunicazione, come nuova comunicazione, per una nuova essenza comunicativa.

Audio



Il punto di vista di Alessandro62

Un segno a cui si accoda un significato o il tentativo di attribuire un identità, il rifugio nel nominale, come se solo nel conosciuto fosse consentito trovare riparo.
La parola questa sconosciuta , questa traccia di fuoriuscito umano che si schiude all’interpretazione e disvela il suo mistero. La parola senza futuro, soffocata dalla contemporaneità, dalla cultura dell’istante che fagocita e inghiotte ogni cosa non sia immagine, e la parola che immagine non è, ma solo il suo riflesso si avvia all’esilio, lo stesso esilio delle storie raccontate che vivranno nella memoria dell’”homo videns” come sequenze che non si potranno più narrare, ma solo riprodurre.

L’etica della narrazione è minacciata dall’esasperazione del visivo, ci si confessa davanti a un monitor, non davanti a una pagina, in questo procedimento la parola non può più sorgere da fonte emotiva, ma solo apparire, non farsi, ma darsi, concedersi senza reticenze allo straripante, unica voce dello show che reclama l’eccesso.

Il potere evocativo della parola determina le circostanze, la forza dell’immagine dilata le conseguenze, ma la bugia del racconto è quella delle fiabe dei cattivi puniti e delle malefatte smascherate, dove il reale, che purtroppo, è altra cosa non ha spazio e allora ecco il grande inganno della perdita di senso, lo smarrimento narrativo che incapace di delegare al lieto fine si svuota smettendo di sperare e in troppi casi votandosi al cinismo.

Da una vibrazione insignificante, capace di generare finzioni come effetti stupefacenti, la parola si apre e diventa comunicazione estetica, capacità di veicolare messaggio. Testimonianza o verbo, a questo punto poco importa, quello che veramente necessita è la forza del dire, del dare forma al pensiero che nella parola si fa creatura.
Parola che si fa ragione di sé e tenta di diventare responsabile, perché solo nella responsabilità può trovare riscatto, responsabilità come supremo atto di amore verso l’altro che richiede prima di ogni cosa impegno di verità.
Differenza allora, tra parola detta e parola scritta, tra persuasione e distacco, sì la stessa diversità che esiste nel pronunciare ciò che si è e nel riconoscersi per essersi visti.
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