venerdì, 29 dicembre 2006
Essere

È nell'oscurità che allontano la certezza del me. È in quel momento che riesco a indossare i panni di un Altro, un Altro che mi osserva. Non sono più me stesso, ma la mediazione del me, la deformazione di una visuale a me familiare e l'ingresso di un elemento d'imprevedibilità: l'altro.
È così che l'ingresso dell'imponderabilità ha la meglio su di un determinismo e una volontarietà distrutta. È la vulnerabilità di un essere in bilico. Mai completamente appartenente a se stesso, ma oggetto di visuali distorte che ne arricchiscono la complessità e allontanano la speranza di comprensione.
Per questo esiste un solo piano del vissuto: la follia. Il silenzio, la non visione è il rifiuto dell'esterno. Il rifiuto dell'esterno è sopravvivenza, l'esterno è il pianto e l'agonia di una privazione di difese. Solo la follia permette il sopravanzare del tempo, la volontarietà di una continuazione. È nell'oscurità che smetto i panni della difesa. La percezione del mondo svanisce, ne restano brandelli da scarnificare a parole e da trascrivere sublimati del nostro non essere.
Io non sono, tu non sei. Non è una certezza, perché non può esservi certezza. Ma se non sono, cosa non resta del mio non scrivere?
Niente e non niente.
Una doppia negazione che diventa archetipo d'autodistruzione. E l'Altro sarà destinato alla stessa fine perché legato alla visuale del me. Perché legato al me che sono io ed è egli.
E lo scrivere si fa bisogno, al di là di una speranza di pagina stampata, al di là di una speranza di lettura dove convogliare l'ego in eccesso. Si fa bisogno per dare sfogo alla pazzia congenita. La luce del giorno distribuisce strati di rapporti fallimentari che minano l'esistenza. Si trasformano in vissuto al crepuscolo per vestirsi di memoria scritta nella notte. Una sorta di esorcismo esistenziale.
Perché scrivi?
Per sfuggire all'autodistruzione. Per potermi osservare letto e modellato da occhi altri. Per espiare le mie colpe di mortale che è conscio della propria precarietà.
Scrivo per essere, ma anche per non essere.
E per la mia/vostra follia.
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giovedì, 28 dicembre 2006
Visioni di Gruppo

L'inizio del 2007 porterà parole a più voci su Argomenti in Comune, in ballo c'è una comunicazione condivisa. Con Alessandro62 affideremo i lunedì dell'anno a venire a punti di vista da spiegazzare. Saranno presenze coincidenti di lettere e suoni, forse persino video. I pochi giorni che separano da quella scadenza saranno giocati in sequenze html per podcast e amenità varie, in fondo, la tecnologia c'è, perché non approfittarne?
Sarà un esperimento a cadenza autoimposta, non si sa con quale risultato, ma anche i vostri interventi saranno i benvenuti.
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mercoledì, 27 dicembre 2006
Motivazione

Sto cercando la giustificazione dell'essere. Il serpeggiare dei riti tribali accascia le potenzialità, decresce la logica e ammansisce la riottosità concettuale. Eppure quegli stessi riti hanno una propria ragion d'essere. Sono reiterazione del sé in quanto gruppo omogeneizzante. La plausibilità di Gruppo in quanto tale. Sono specchio di noi stessi in quanto altri. Per questo non possiamo farne a meno. L'emancipazione dalla ritualità gestuale del meccanicismo consumistico è impensabile, a meno di una rivoluzione fisica e metafisica. È più semplice scovare una giustificazione del siamo. Ne portiamo i segni inequivocabili, tra gestualità e composizione del sé. Il siamo mio e di tutti voi, è lo stesso siamo, coinvolti in circoli viziosi autoalimentanti. Trionfano reiterazione e omologazione. È persino troppo facile scontrarsi nella certezza della perdita di valore. L'omologazione, benché auspicata, persino per via politica, è l'aberrazione della personalità. Stupisce più la rinuncia generalizzata alla differenziazione marcata. L'omogeneità è così smaccata da ottundere ogni potenziale via di fuga. La diversità è il pericolo incombente, il nemico da sconfiggere. Le palizzate sono codici, parole chiave, password inculcate e riconfigurate in falsi nuovi aspetti, sempre uguali, sempre fini a se stessi. La diversità è una malattia da sconfiggere, colpita sul piano del pensiero, abbattuta sul latifondo della moda, distrutta sul fronte concettuale dell'essere. E le ritualità sequenziali non sono che appuntamenti scanditi per ribadire la vittoria dell'omogeneizzazione spinta. Farcite con canditi di sorrisi e glassa di pacche amichevoli.
La giustificazione dell'essere non esiste. Non può esserci motivazione nell'apnea logica, nel rifiuto della diversità. Non esiste parametro valido, è un'autogiustificazione a valore zero. Il sé è indegno in quanto gruppo di non valore, in quanto esistenza a tasso d'apporto metafisico zero. È nell'eccesso dell'autocelebrazione dell'omologazione che spicca l'ingiustificata reiterazione del niente.
No, non abbiamo giustificazioni, a meno di rinunciare al siamo del sé che ci appartiene, e scegliere un sé del divenire.

Motivazione da Ascolto


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sabato, 23 dicembre 2006
Media-Atteso

È il nuovo spazio da occupare. Un singulto elettronico per la presenza in multicondivisione. La nuova frontiera della bilateralità, dell'estensione della conoscenza. Il digitale ha già il sopravvento, un media che scalza e abbatte le chiusure, i controlli, le inopportune censure.
È una fragile libertà quella che va espandendosi lentamente. Fragile, ma pervicace. Insinuata in ogni ambiente domestico, in ogni ufficio wired, in ogni computer connesso alla rete.
I detentori del potere si fanno piccola cosa. All'improvviso le voci "importanti" diventano archeologia dell'informazione. Diventano minoranza, scalzati dalla realtà, da un'informazione condivisa, libera e facile.
La televisione recita se stessa, accusa se stessa, alimenta se stessa. Ma la televisione è morta, defunta e sepolta sotto i colpi dei suoi stessi proprietari intenti alla coltivazione del proprio orticello mentre fuori una giungla cresce rigogliosa. E indipendente.
Questa è la celebrazione di una novità che non è più novità: la liberazione di una voce, la liberazione di tutte le voci. E non è un caso che si avvicini la Natività. Finché ci sarà internet, ci sarà speranza, per nuovi canali informativi, per nuove voci al di fuori del coro.
In fondo, la televisione è morta, viva la televisione.
Qui possiamo dirlo, ed esserne felici.

Versione Sottolineata Da Ascolto


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lunedì, 18 dicembre 2006
CS

– Quando te lo sei fatto?

Casimiro resta in piedi. Ha lo sguardo annebbiato come fosse a un doposbornia incallito, e non è detto che non lo sia. Si appoggia alla parete con la mano sinistra, allarga le gambe e con la destra si gratta il culo.

– Dico, il tatuaggio, quando lo hai fatto?

Rutta sonoramente in mia direzione. Il tanfo quasi mi uccide, fortuna che sono seduto. Si alza e cammina verso la porta

– Ho bisogno di una confezione di preservativi
– Hai intenzioni serie?
– Vorrei provarli. Non l'ho mai fatto
– Mai usato uno?
– Dicono ne esistano di profumati. Ne prenderò uno alla papaya
– Per la tua donna?
– No

Il capo arriva di gran corsa, come sempre. Ha la cravatta fuori posto e il soprabito in braccio. È incazzato nero. Non guarda Casimiro, trafigge me con una delle sue occhiate da furore puro. Mi rannicchio sulla sedia e smetto di respirare. Fa segno di entrare nella sua stanza. Mi alzo lentamente. Casimiro guarda fuori dalla finestra, fa un cenno verso il giardino, ai giochi per bambini. Si volta verso di me.

– Vieni a fare un giro in giostra?
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giovedì, 14 dicembre 2006
Dipartita

Io sono il paradigma della Stupidità, scivolato nella spasmodica ricerca di un volto, una fisionomia per un nome scomparso. Eccomi qua, prigioniero di un oscuro necrologio, alla ricerca di una figura che si faccia nome che è solo un'apparizione fugace tra un passaggio televisivo e l'altro. È stato un desiderio improvviso e instabile. Ho giocato con un nervosismo crescente, uno zapping furioso, preso dal vortice consumistico. Solo dopo, quando ho avuto dei tratti in rgb ho potuto tirare un sospiro di sollievo, e dopo ancora, per mia fortuna, il germe della quasi consapevolezza ha iniziato a scardinare quell'assurda volontà di falsa conoscenza mediatica che si installa quotidianamente come un virus e che, alla stregua di una malattia annidata, consuma silenziosamente.
Sono schiavo della comunicazione. Il mio è stato un dispiacere instillato, un furtivo sentimento di condoglianze pubbliche. Un legame catodico forzato e indotto. Respiro nei respiri, occhio tra gli occhi,
inermi e mai pensanti, bloccati nel nostro vivere da un messaggio forzato, da una consuetudine obbligata e costretta. Una celebrazione di massa con un prelato senza veli: la televisione.
La liturgia mediatica si compie e si consuma velocemente, instillando curiosità morbose e richiedendo fugaci attenzioni di passaggio. Consumismo di massa, necrofilia feticistica.
Il rituale è scandito da pause pubblicitarie. Un volto contrito e degli occhi palesemente quanto falsamente dispiaciuti sono i panni che la liturgia impone ai propri tempi, ai propri adepti dal febbrile telecomando.
Ma il cerimoniale ha un aspetto più sottile e grottesco. I commedianti non sono che occasionali comparse, intessute nella dottrina comunicativa e altamente intercambiabili. Sono volti dalla consumazione veloce, dal rapido ricambio di un'obsolescenza teleprogrammata. Volti-&-Getta catodizzati, consumati nel breve spazio del dovuto e rimpiazzati da una moltitudine di altri aspiranti Volti-&-Getta, nuovi e mai nuovi. Il cerimoniale ha un prelato più subdolo e silenzioso: la tv stessa. Agisce come un sotterfugio, silenziosa e intrigante, altezzosa e attraente. Entra con garbo e con larghi sorrisi con la facilità di un escavatore in corsa e demolisce strutture e protezioni storico-culturali impreparate all'attacco mediatico. Si spaccia mezzo per nascondersi fine. È lei che gestisce il protocollo, tutto è consumato alla sua esaltazione, alla sua re-incoronazione, in un vortice consumistico che aliena da quell'umanesimo pre-televisivo cui anche Pasolini accennò più volte.
Un umanesimo distrutto e divelto da una consumazione acritica che macina e travolge il pensiero, l'essere e il non-essere, fino alla propria, mortale fine.
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mercoledì, 13 dicembre 2006
CS

Casimiro non ha detto chissà che. L'ho guardato, mi sono pure un po' incazzato. Il banco dei salumi è mio, nessuno mi ha detto niente. Chi cazzo è questo qua?

– È il nuovo?
– E che ne so
– Bruttino
– Chissenefrega. Cazzo ci fa qua?
– Per me ti ruba il posto
– Anche per me
– Figurati. Il capo ti metterà a scaricare furgoni
– O a pulirli
– O a smistare carrelli
– O pulire il parcheggio
– Non è che ti farà lavare i vetri dei clienti?
– Ti ci vedrei bene. Bei guadagni, esentasse
– Vero, peccato per i giorni di pioggia
– Mi metto a lavorare, va'

Casimiro sta al banco da dieci minuti. Tra cinque il supermercato aprirà. Lui non sa un cazzo di cosa deve fare, ma non se ne preoccupa più di tanto. Si rimbocca le maniche e si mette a giocherellare con i coltelli dei prosciutti. Fisso il tatuaggio che ha sull'avambraccio.
Apro la robiola e sistemo i cotechini. Casimiro tira un sospiro, sputa sul bancone una roba enorme e giallastra e si gratta i coglioni.

– Ho bisogno di pisciare, vieni con me?

La mozzarella di bufala mi finisce sui salumi. Impreco a qualche santo a caso e non so che cazzo fare. Casimiro se lo tira fuori e va verso le casse. Non penso a niente. L'espositore della Barilla è ancora vuoto. Nel supermercato rimbomba il primo urlo di Giovanna, la cassiera trentaduenne più figa di tutte.
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martedì, 12 dicembre 2006
CS

Casimiro Schiappettini si sveglia che ha 18 anni. Non ha molti amici. Ha deciso di andare a vivere da solo. La mamma gli manca, ma non lo ammetterà mai perché l'orgoglio è una fottuta bestia bastarda e riesce a mangiarti dentro peggio della rabbia. Ma non puoi dargliela vinta, quindi Casimiro non ammette che la mamma gli manca, macché. Dice che sta bene da solo. Sta bene mangiando sofficini di merda e hot dog del cazzo. Tra montagne di slip merdosi e magliette puzzolenti.
Casimiro non ha mai scopato.
Non ha neanche mai provato a portare in casa una ragazza. A 18 anni suonati non ha ancora conosciuto la fica, ma ha cominciato a spararsi qualche sega notturna, lui dice per addormentarsi. Ci scommetto, passa le notti davanti la televisione. Sogna tette finte e ricama pelo di fica a buon mercato.
L'ho conosciuto un venerdì mattina. Stava in piedi sull'autobus. Aveva quella faccia da sfigato cronico che sprizza simpatia e due borse sotto gli occhi annebbiati da segaiolo sistematico. Gli ho detto di sedersi.
Ha alzato le spalle, guardato il conducente, le tette della tipa vicino e si è seduto.
Non ha detto niente. È rimasto lì per tutto il viaggio. Alla fermata mi ha guardato e ha detto:

– Mi chiamo Casimiro. Oggi è il mio primo giorno di lavoro –

Siamo scesi insieme e ci siamo ritrovati dietro il banco dei salumi e latticini.
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lunedì, 11 dicembre 2006
CS

Casimiro ha deciso: romperà il vetro con una testata. È come una visione rallentata: il collo si piega, la testa si muove, il vetro si avvicina. Non sai quando, ma sei fottutamente sicuro che accadrà: Casimiro Schiappettini disintegrerà il vetro e diverrà un volto di sangue. Con un po' di sfiga si romperà pure il naso, il dopo, non ci è dato sapere.
Immaginatevi la scena. Immaginatevi dopo un litigio, un rifiuto, una sciagura. Ecco, pensate alla vostra faccia, al colmo della disperazione, decidere di distruggere la finestra della vostra camera.
Cosa fareste dopo? Nessuno lo sa, cazzo. Non è possibile sapere cosa possa passare nella testa di un disgraziato.
Ehi, Casimiro lo conosco da una vita, ma neanche io saprei dire cosa potrebbe decidere di fare. Forse gettarsi dal quinto piano? Farsi una sega e annaffiare chi sta sotto?
Io non lo so. E scommetto un paio di birre che neanche Casimiro lo sa.
Perché Casimiro è disperato, e quando sei disperato, non ci son cazzi, non stai là a programmare, inventi sul momento e tanti saluti a chi resta.
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martedì, 05 dicembre 2006
Re

Ho sognato la fine del mondo. Una fine cruenta, tremenda, rumorosa. Ogni fine che si rispetti è dolorosa, violenta, sistematica, annichilente. Una fine parziale, lenta e dolce, non è ammissibile. Senza dolore la fine non è fine, ma uno spegnersi insignificante, quasi dispettoso, irriverente e controproducente.
La mia fine ha conosciuto terremoti, e maremoti, e piaghe a non finire. E dolori lancinanti e grida acute. Crolli di mura, di palazzi, di supporti della presunzione antropocentrica. E, dopo, una voragine sotto i piedi mi ha inghiottito. Una (s)comparsa privata, consumata in solitudine. La comunità è esclusa dal dolore, la sfera è a consumazione singola, autoriferita, chiusa nel sé che si contorce e annaspa.
Il vortice che inghiotte è sempre scuro, comunque buio. Non c'è luce nella fine, ma freddo e oscurità. La fine cruenta è una singolarità tipicamente antropomorfa, una fine del mondo autocostruita, modellata su millenni di credenze e paure e tabù di ogni sorta. L'eroe è solo, gli elementi della natura hanno il sopravvento, ma l'uomo sa resistere e mostra orgoglioso il proprio essere che diventa monito ed esempio per futura memoria. Il calderone è pieno, stracolmo. Non solo eroi, ma resistenza, archetipi di coraggio e altruismo. Il buio come coltre silenziosa al Pensiero.
Ho sognato la fine del mondo. La fine del Coraggio. La fine del Pensiero. Il tempo non ha concesso molto, forse un po' di autostima e troppo spirito di autoconservazione. I miei tabù sono palizzate costruite troppe centinaia di anni fa. La volontà della Fine premeditata è maglio per la distruzione dei fossati e dei bunker difensivi del Vecchio Pensiero. Il nuovo passa per la distruzione del sé, per la rinuncia all'essere in quanto tale. Per la scoperta di un nuovo pensare, un nuovo giudicare che sappia riconoscere la validità del non-essere. Siamo in quanto non-siamo, quando il non-essere può avere argomenti migliori dell'essere.
Ho sognato la fine del mondo. Una fine piacevole, priva di colori, di grida, di distruzione. Una fine che è inizio.
Un inizio che non ha sorrisi, né pianti.
Solo curiosità.
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