giovedì, 30 novembre 2006
Prigioni
C'è un vortice morale insopportabile. L'odore di una silenziosa rivoluzione/involuzione. Un neo oscurantismo religioso avanza e depreda le velleità non-credenti: il fuori sincrono miscredente non è più ammissibile. La non dislocazione religiosa appare non più contemplata. Né gradita, né opportuna.
Sono tempi ristretti, di chiuse vedute e bui orizzonti. Un subdolo martirio quotidiano. Uno stillicidio delle volontà da non schieramento che mina la resistenza e inficia il libero pensiero.
La religione incalza, marcia lenta e corrode resistenze e atee convinzioni. Sono soluzioni di comodo fornite a ogni ora, per ogni pietanza, per ogni cameriere. Il menù prevede lo schieramento sistematico. La contrapposizione feroce instilla l'odio del diverso. Le volontà da scontro si fanno largo tra le parole, i titoli gridati, le paure striscianti.
È una rivoluzione neo-teocratica quella che stordisce, un neo-eurocentrismo religioso. L'odio e il sospetto si fanno cultura della non diversità. Le voci si fanno venti di paura e aliti di sospetto.
Lo schierarsi religioso è baluardo di resistenza a oltranza. La fede come ultima trincea di sopravvivenza. Non è un attacco frontale, è un insidiare irremovibile e quotidiano che istiga e accerchia.
Non si prospettano vie diverse. La verità veste abiti talari e indossa i rituali ecumenici. La via è unica, ristretta, già data e non discutibile.
Il cerchio dimentica i non: non schierati, non appartenenti, non credenti.
La parola sembra aver smesso i panni di mediatrice. È divenuta condottiero armato tra braccia avide di masse combattenti, e l'ateismo di fondo rischia il soffocamento forzato.
Ma il non credere ha armi affilate. Ce ne sono, ma restano in disuso, come la volontà di offrire una visione terza, un punto di vista altro.
L'ateo è chiuso tra le volontà interetniche di sopraffazione religiosa. Ha spade spuntate e alabarde rugginose, ma potenzialità inespresse. La parola, che si fa concetto astratto e altro, è il cortocircuito della compressione binaria. Un duopolio religioso che accerchia e sfalda, ma che può essere scardinato con la visione dell'uomo. Con l'Essenza dell'uomo. La verità dogmatica in offerta, smantellata con la realtà dell'evidenza artistica: l'Arte sopra tutto.
L'uomo all'uomo per l'uomo, nel paradosso concettuale dell'arte offerta come baluardo protettivo.
L'uomo è nudo. L'ateo lo è ancora di più.
Ma può decidere di vestirsi di astrattismo concettuale, di salto logico, di forma artistica pura. Un'officina sartoriale del nuovo millennio. La fuga verso l'ignoto del se stesso, ricercato in nuove vie e nuove vedute.
La morte è il ritorcersi autoinfliggente. La fine è l'assoggettamento al dogma imperante, di qualunque colore, foggia, dimensione.
È il compito più arduo: un tracciato concettuale per un liberatorio diporto dalle secche della stagnazione metafisica.
La proiezione del sé per il nuovo millennio: l'arte destrutturata e ristrutturata per la propria rinascita. E per noi stessi, per una visione diversa che ci renda diversi.
E, soprattutto, liberi.
lunedì, 27 novembre 2006
Lunedì
Non ho niente di reale da portare in dote.
Niente di colorato, niente di sostanziale, niente di potenzialmente interessante. Neanche il passato riesce più a sostenere un presente che si fa futuro a fatica. Il tempo è un gioco interessante, un cavillo mnemonico da puntata medio alta, soprattutto quando in palio ci sono dei sorrisi e poco più.
Anche questa mattina è un giocarsi nel non mostrarsi. L'organigramma prevede battute scontate e funambolici neologismi a stretto giro di posta.
Mi diverte frequentare l'edicola del mio paese. Non è l'unica, ma questa mi piace in modo particolare. Ha l'aspetto grigio di una speranza ormai svanita. Quel biancore pallido dei neon sfiniti da un pezzo. L'odore ininfluente delle conoscenze inutili.
Il ragazzo che la gestisce non è più giovanissimo, ma neanche così vecchio. Ogni mattina lotta con il desiderio di essere altrove. I caratteri, le righe, le interlinee non fanno per lui, la sua epidermide lo grida ai quattro venti e ai mille capitoli dei quattro libri che lascia alla polvere delle stagioni.
Ci salutiamo con la distrazione casuale di un dovere. Forse perché mostro la mia continua sorpresa. Forse ho quella capacità innata dell'antipatia suscitata, non so. Non siamo mai andati al di là di uno stretto saluto.
Ho più dimestichezza con i suoi neon sbiaditi. Con la polvere di quei quattro titoli in edizione economica, dalla copertina rigorosamente rialzata dal tempo, dal sole e dalle dita di chissà quante distratte letture.
È una di quelle mattine in cui mi lascio andare a ipotesi strampalate e sogni improbabili. Sogni fatti di carta, stampa e copertine patinate in vendita, e pomeriggi spesi in letture condivise. Sobbarcarsi il peso di una libreria ha la prospettiva di un suicidio economico premeditato. I sogni sanno essere accattivanti. Conoscono i tuoi punti deboli, minano le incertezze e le controindicazioni con lo scintillio dei desideri sopiti e mai eliminati. I sogni sanno far pendere la bilancia sempre da una parte, senza mai riuscire a soppesare le negatività evidenti.
Il ragazzo mi chiama. La rivista ordinata non è arrivata, probabilmente non arriverà più.
Scarto gli ostacoli che l'immaginazione ha seminato. Il quotidiano fatica a farsi largo tra il dolce delle probabilità ipotizzate.
Ringrazio ed esco.
Fuori il solito traffico banale. Parcheggi fuori posto, volti indifferenti, odori nauseabondi.
In fondo posso anche permettermi un sorriso, ed è quel che faccio. Sognare è un omaggio che posso concedermi, quantomeno nei pochi minuti in dotazione di un inizio settimana qualunque.
È mattina di un altro giorno, uno come tanti.
Evviva.
venerdì, 24 novembre 2006
Diversità
La supremazia dei film made in USA è schiacciante. Una pellicola di successo negli States è garanzia di successo anche da noi.
La chiamano cultura. La differenza è nei numeri? 350 milioni di americani possono plagiare i gusti di 56 milioni di italiani? O di altre decine di milioni di francesi, spagnoli e inglesi? Sarà la giusta ritorsione della presunzione occidentale? È una cultura da numeri globali? È la quantità che soggioga la qualità?
Per analogia potremmo postulare un'invasione, a breve, di metodologie di pensiero/confezione cinesi e indiane. Dovremo aspettarci sale straripanti di successi dagli occhi a mandorla? Dov'è lo scalino, dove incespicano le nostre tradizioni? Eppure, gli USA non ne hanno. Si sono ridotti a idolatrare un'icona del rock ingrassata e sudaticcia come Elvis, a inventarsi personaggi storicamente poco credibili col volto di pistoleri del west per potersi rivestire di miticizzazioni e potersi autoconfigurare un'idolatria di massa. Dov'è il nostro errore? Dov'è il cestino dove abbiamo buttato il passato, le tradizioni, il modo di pensare?
Oppure è qualcosa di più sottile? Una svogliatezza comportamentale di fondo, unita a una piattezza e sciattezza sistematiche? Ci uniformiamo, perché la diversità ci impressiona, ci sorprende, ci scardina le sicurezze.
Ho provato a dipingere su di un muro:
– Io sono io in quanto risultato della cultura cui appartengo –
Provate anche voi. Provate a disegnare quella scritta su un foglio, sul vostro tavolo di lavoro, sulle lavagne, sui muri imbrattati delle vostre merdose città.
Fatelo, e cercate di leggere. Non di guardare, di leggere.
Noi siamo l'agglomerato comportamentale di inizio millennio definito cultura, qualsiasi cosa possa significare. Amiamo spacciarci in definizioni e giudizi troppo arbitrari, autodefiniti, inconsistenti. Non possiamo neanche definire cosa possa essere Cultura. Rigettarla come autostrada di finalizzazioni etiche diventa ancora più arduo.
La cultura non è altro che la volontà di chi la propone di relegarci al suo fianco, al fine di plasmarci ai voleri, suoi, o della corporazione cui appartiene. Diventa un filo sottile, legame anestetico per masse inconsce. È così fuori moda ribellarsi alla culturizzazione forzata che, farlo, ha l'odore di un neomarxismo di rivolta. Anche questo fa parte della culturizzazione sopravanzante. Non ce ne accorgiamo, perché supponiamo la bonaria veridicità di tali affermazioni. Ci istigano al supporto comune, alla credenza in buona fede. E accumuliamo convinzioni inculcate, non solo per le vie indicate, ma anche per l'eventuale ribellione, che è già targettizzata, ghettizzata, sodomizzata. Niente è più efficace di un lobotomia culturale travestita da Buona Nonnina Sorridente.
Siamo schegge impaurite, alla ricerca di una Ricetta Comune che possa lasciarci sorridere da Unico Comune Denominatore. Giocano sulle nostre fobie, sulle nostre paure. E sanno farlo bene.
Scriviamolo su tutti i muri: Fottiamo la Cultura.
Non riusciremo a liberarcene facilmente, ma quei segni resteranno là per la nostra stessa memoria.
lunedì, 20 novembre 2006
Barriere
Vivo il mio tempo di donna come un artificio del piacere maschile, vendendo carne e mendicando piacere.
Nelle grigie giornate di pioggia, nel caos del traffico pestilenziale, sono un camminare ammiccante per occhi che non vedo, ma riesco a sentire addosso. Occhi, mani e sesso seguono le linee del mio corpo, della mia taglia, della mia pelle dall'odore di uno spot alla moda.
Non si può far finta di niente. Gli uomini sono così, devono essere assecondati, accuditi, indirizzati.
Non puoi scontrartici. Devi guidarli piano lasciando loro la presunzione del comando, senza ferire l'orgoglio che germoglia sui loro volti, nei loro gesti. Gli stessi gesti che trovano così normali, come le mani che scivolano furtive sul corpo, un fare veloce tra passanti, nella ressa della metropolitana, in un supermercato.
Non ho conosciuto molti uomini. Alcuni posso ricordarli. A volte hanno mostrato una dolcezza inaspettata, quasi commovente. Ho conservato lacrime per alcune loro parole, per certi loro sorrisi. Spesso basta così poco.
Costruiscono una sorta di muro, una protezione per la mascolinità in bilico. La paura per un ruolo che sentono crollare giorno per giorno. Privilegi che un retaggio dal passato ha per loro immaginato, ma non mantenuto. Per i loro occhi sono una macchina golosamente calda, opportunamente addestrata. Carne, pelle e sudore per svago, per un piacere rapace.
C'è stato un tempo in cui ho odiato tutti gli uomini, per la loro stupidità, per la meschinità delle ferite sapientemente distribuite. Li ho odiati in quanto categoria, in quanto esseri mai pensanti.
Oggi non saprei. Sorrido dei loro occhi famelici, dei tentennamenti di alcuni, ancora corrosi dal dubbio. O della ferocia di altri, sicuri della propria supposta superiorità. È una lettura lineare, addobbi comportamentali ben definiti. Fin troppo facile. Mai un guizzo, mai un passo oltre il solco della banalità e prevedibilità che esibiscono orgogliosi. Gioiscono del proprio essere massa uniforme.
Proprio come te.
Tu che non hai un volto, non mi hai dato il tempo di disegnarlo. Tu che mi stai addosso con un fiato pestilenziale. Tu di cui non conosco il nome, e che mai vorrò conoscere. Tu che mi hai preso di forza strappandomi dall'auto in una mattina fredda e umida. Tu che hai usato le mani come clave, che mi hai colpito con forza, incurante del mio trucco, della mia pelle, dei miei capelli, del mio futuro. Tu che stringi il mio collo senza quasi farmi respirare. Tu che hai stracciato i miei pantaloni con un coltello così affilato da graffiarmi il domani. Tu che non mi hai immaginato persona, ma oggetto da furto carnale. Tu che hai preso la parte più intima e segreta di me. Tu che sei entrato senza chiedere. Tu che mi stai rubando l'anima. Tu che approfitti della mia debolezza per soddisfare un po' di piacere assassino. Tu che mi hai penetrata consumando tutto il fiato, finché ne hai avuto voglia, incurante delle mie lacrime, delle mie grida, della mia anima lacerata. Ne hai preso piacere, godendo del mio dolore, delle mie ferite che tu hai segnato con la volontà di una sopraffazione animale.
Non ho nascosto il mio dolore. Non ne ho avuto il coraggio.
Lo stupro è un accessorio della città. Una ruota che esce all'improvviso, estratta sul tuo corpo e scritta col sangue dell'anima violata.
Sapevo sarebbe successo. È un conto da pagare alla difficile convivenza. Non sarai neanche una riga in fondo alla cronaca locale. Non sarai neanche una foto segnaletica. Da parte mia sarò solo un numero in mezzo a tanti. Una cifra da citare quasi vergognandosi di averlo fatto, per dovere di cronaca, quasi scusandosi di aver ricordato l'esistenza di simili, fin troppo frequenti episodi .
Mi hai lasciato così, furtivo e improvviso come quando sei arrivato, come quando mi hai preso. Non so quanto tempo sia passato, non so più niente. Non so se vergognarmi, coprirmi, urlare, continuare a piangere.
Non so più neanche se questa sia la mia città, il mio paese, il mio corpo. So solo che da oggi il mio respiro non sarà più lo stesso. E gli occhi bruceranno per gli angoli e i vicoli bui e le stazioni e tutte le stanze dove abiterò, perché niente sarà più come prima.
Perché sarò paura, livida paura.
Oggi posso dirlo: so che non è cambiato niente. Vi odio ancora uomini, più che mai, per tutto ciò che siete e per tutto ciò che non riuscirete mai a essere.
Ma, soprattutto, per il rispetto che vi ostinate a non riconoscerci.
venerdì, 17 novembre 2006
Incipit
Consumo me stesso in dialoghi perduti, tra frasi sciatte e sopracciglia alzate. Ho perso un nesso. Coerenza ha smesso di germogliare.
Mi sono perso più volte. Perdersi è ritrovarsi, perché solo chi riesce a perdersi può condensare speranze di un ritrovamento.
Ho gestito il peggio delle due metafisicizzazioni: perduto e mai ritrovato. Sono un concetto astratto, un assunto di antinomia bipede. Il riaversi è un concetto perduto, andato nella laicità del nostro essere. I tecnicismi depauperanti hanno minato l'umanesimo necessario. Io ne sono motivazione e risultato. Sono la scommessa persa sul futuro. Un tramite fallito che smanacca e grida immerso nella propria paura, nella propria futilità.
Il mio niente sono spezzoni di frasi. Algoritmi letterari abbandonati un po' a casaccio. Tralascio la produzione per scattare in sibillini lamenti da esordio, dimenticandone il seguito, abbandonando quei brevi figli a un oblio digitale, a una perdizione telematica.
Vorrei strapparmi la pelle delle mani. Scoprirmi le dita, scarnificare i palmi. Scoprimi quel debole e umano che sono, al di là della presuntuosità tutta digitale, della volontà di immortalità che martello quotidianamente con le mie presenze/assenze. Ho perso. Abbiamo perso. Nell'attimo di volontà del sempre, caduto/i nelle sabbie del mai.
E le fobie, le non-conclusioni, l'incoerenza sono luci della sconfitta.
Non riuscirò a ri-trovarmi nelle frasi e nelle idee da ri-vergare.
Perché a vincere è il nulla della perdita mai ritrovata.
lunedì, 13 novembre 2006
Estremismi
Il foglio bianco è l'archetipo della sconfitta dello scrittore. Nelle righe non scritte, nelle parole non dette si fomenta la disperazione dell'oggetto-pensiero. Il biancore di un muro invalicabile: il niente produttivo o niente letterario.
Il consuetudinario pone già la domanda angolare: esiste qualcosa di più tremendo di una sconfitta reale? Può una meta-sconfitta ottenere devastazioni peggiori di una sconfitta corporale? Al di là di un dolore fisico può abitare un dolore meta-fisico?.
Il senso di inutilità congenito nella non-scrittura, il non-detto come amplificazione della brutalità sulla concezione artistica possono dimostrarsi laceranti quanto e più di una fisica menomazione?
Forse sì.
Esiste un duopolio belligerante: essere e non essere scrittura, essere e non essere parola-verbo-oggetto. Non-scrivo, dunque non-sono.
La non-esistenza quale assurdo logico, contrapposto alla fisicità di un dolore inferto. La meta-fisicità affonda la fisicità in quanto concezione dell'essere, in quanto condizione irrinunciabile del sé.
L'esaltazione del vissuto sulla finzione letteraria. Il biancore del foglio vuoto è la preponderanza della realtà e la morte della presunzione dello scrittore. Una sorta di rivalsa della natura, dell'indeterminismo assoluto sul determinismo antropomorfo.
Il bianco muove e vince, scacco matto.
Eppure c'è vittoria nella sconfitta: il pensiero più arguto, la migliore razionalità esplicata è la non scritta. Il niente come rivincita sulla morbosità della presunzione psicologica. Esiste una via di fuga concettuale, una soltanto. Piegare la drammaticità dell'inattività letteraria soggiogandola a una creatività ad ampio raggio, a un fragore di concettualità: il bianco come immacolata astrazione agglomerante.
L'assurdo editoriale: un tomo rilegato di pagine vuote. Né testo, né numero di pagina. Nè introduzione, né prefazione, né postfazione. Né risvolto di terza, né immagine di quarta. Né prezzo, né editore.
Un libro bianco, immacolato, unico.
Semplicemente, il Tutto.
venerdì, 10 novembre 2006
FertilitàHo uno spazio verde. È molto piccolo, ma a me piace così. Ci coltivo un albero. Non è un albero come tutti, anzi, a guardarlo bene non ha proprio niente dell'albero. Diciamo che, per adesso, è un seme. Un seme con un germoglio. Uno solo, piccolissimo.
La prima cosa che faccio a lavoro è controllare il germoglio. Con una riga misuro quanto è cresciuto. Lo faccio tutte le mattine.
Sono sei giorni che il germoglio non cresce.
Sono preoccupato.
Il seme è un regalo di un paio di anni fa. È vero, ho atteso molto, ma, capitemi, non avendo mai avuto piante, non avendo mai avuto neanche un fiore, ero un po' restio a provare a seminarlo.
Avrei potuto farlo subito, ma, mi son detto, e se dovessi uccidere il seme? Se non dovessi riuscire a dargli le giuste chances di vita?
Sentivo che era una decisione importante e ho scelto la mossa più facile: aspettare.
Poi ho deciso.
Nel mio spazio verde ho piantato un seme. Il seme ha un germoglio, ma il germoglio ha smesso di crescere.
Forse non ci credo abbastanza. Forse non ho speso sufficiente volontà e dedizione. Dicono serva il pollice verde. Temo di non averlo mai avuto.
Un giorno mi sono fermato nei bar a chiedere informazioni sui semi e sui germogli. Ne ho ricevuto istruzioni dettagliate, guide, sintassi, posologie e quant'altro.
Una montagna di consigli e sono più confuso di prima. Non so come possa funzionare. Ho sempre letto la natura come una cosa semplice e diretta: un terreno verde, il sole, un seme interrato, un po' d'acqua, e via.
Invece no.
Io adoro il mio spazio verde, è qua, dietro di me. Lavoro al computer, mi volto e lo osservo.
Ma il seme non si vede, il germoglio neanche.
Al seme dedico l'ultimo pensiero della notte. Sotto le lenzuola, tra una mano che scivola e un libro aperto poco distante, ripercorro le azioni compiute nella giornata. Costruisco il piano d'attacco per il giorno dopo, imbastisco la mia tattica floreale.
Ma il giorno successivo è come il giorno precedente. E i giorni seguenti pure.
Ho mostrato il germoglio ad alcuni amici. Molti hanno sorriso, non so perché. Anzi, a dire il vero, lo so, perché al mio seme, al mio germoglio tengo molto. Loro, invece, no. Altri, pochi a dire il vero, hanno osservato attentamente congedandomi con sentenze argute. A volte ho seguito i loro consigli.
Ma il germoglio continua a non crescere.
In libreria ho cercato titoli sui semi. Alcuni li ho comprati. Leggendo ho scoperto che, in fondo, le operazioni da compiere sono semplici, proprio come pensavo. Un paio di questi libri li ho letti più volte. E più ho letto e più il germoglio è rimasto impassibile.
Questa mattina non ho acceso il computer. Questa mattina sono entrato, ho chiuso a chiave la porta e mi sono seduto nello spazio verde. Ho guardato il germoglio. L'ho misurato.
Per il settimo giorno consecutivo non ha mostrato segni di crescita.
Ho aspettato fino a sera.
Ho lasciato scorrere le pagine dei libri sui semi e di tutti gli altri libri e ho ascoltato di nuovo i consigli degli amici e i sorrisi degli altri. Mi sono visto pieno di speranza interrare il seme. Mi sono visto colmo di felicità alla scoperta del primo segno di vita, ma anche triste nello sconforto degli ultimi giorni di immobilità.
Mi son detto che è passato troppo tempo.
Mi son detto che non ho il pollice verde.
Mi son detto che è inutile continuare a illudersi.
Mi son detto che, sì, un tentativo andava fatto, ma, ormai, l'esito è quanto mai negativo.
Nel buio ho affondato la mestola rugginosa. Ho strappato il germoglio al mio spazio verde. Un germoglio stranamente leggero e dall'odore di muschio bagnato. L'ho gettato nel secchio. Ho tolto, legato e poggiato in auto il sacco nero. Mi sono fermato al primo cassonetto disponibile. Nessun odore di muschio, ma un forte sapore di rifiuti in decomposizione.
Ho gettato il sacco e sono tornato a casa.
"La cosa che lo interessava maggiormente era il lato finanziario della professione di scrittore. Si informò su quanto pagava questa rivista e quanto quella, e affermò di essere convinto che, in campo letterario, riusciva solo chi aveva le conoscenze giuste. Solo chi aveva un fratello, un cugino o un amico in una casa editrice poteva sperare di veder pubblicato un proprio racconto. Inutile cercare di dissuaderlo e io non mi ci provai nemmeno, tanto più che questo suo modo di ragionare era tipico di chi non sapeva scrivere."John Fante
"Chiedi alla polvere"
mercoledì, 08 novembre 2006
Valori
Sto provando a dare un senso alle mie giornate. Non è facile.
Sono giorni blandi di pensieri appesi. Giorni identici ai giorni. Niente da dire. A volte resto interdetto anche sul significato di un senso da attribuire. A dirti la verità non so neanche di cosa io stia parlando. Lo faccio perché ne ho la facoltà, ma non registro motivazioni, non scandisco spinte.
Sai, da settimane catalogo occhi e disegno bocche, nella speranza che vi si possa celare quello che per me resta fuori appiglio.
Ciò che stringo sono disillusioni, flebili speranze e troppi no accatastati tra le rètine e i polsi malandati.
Proprio come me.
So che ti stai chiedendo perché. Lo so perché ho scorticato le tue difese, decifrando dinieghi e riconoscendo silenzi. Forse non completamente, ma abbastanza per sapere quali siano i tuoi dubbi. Non saranno pesi da toglierci il fiato notturno, ma semplici domande scandite tra un sottovuoto e una verdura in sconto. Tra una coda di semaforo e una corsa all'asilo.
Quel che abbiamo disegnato, ciò che siamo stati, tu non lo sai, ma non potrà più cerchiarci il futuro. Sarà scardinato dal silenzio che è stato, dalla cupidigia, persino dalla sfrontatezza di parole senza senso e di cattiverie lasciate nelle tasche di ognuno di noi.
Non si può costruire un futuro sulle basi di un passato avvelenato.
Al massimo potremmo aspirare a un presente di convenienza. Uno di quelli consumati velocemente, tra convenevoli e sorrisi spenti. Bruciati in un autogrill o dentro un bar luccicante di falsità a caro prezzo.
Una stretta di mano.
Un paio di occhiate.
Un caffè.
E la volontà di fuggire che si affaccia sulla nostra inadeguatezza di fondo. Quel disagio che è sempre stato tipicamente nostro. Che adesso è stridore di unghie insanguinate.
Lo so che puntinerai incoerenza e obietterai punti di vista. Conosco i tuoi appigli. Ma le nostre giornate avrebbero ancora meno senso dei miei distacchi. Potremmo tentare. Potremmo avere giorni di tregua e ore di sesso senza fiato. Ma giocheremmo con del piacere minato, con una condivisione claudicante.
Vedi? Il tempo, alla fine, non dà tempo. Offre dei ritorni, ma li veste di novità. E quando torna, non è mai lo stesso, si trasforma in una visuale distorta del vecchio orizzonte, illuminato da luci sbiadite.
Non so quale sia il senso delle mie giornate.
È un senso di solitudine.
Su questo potrei scommetterci.
martedì, 07 novembre 2006
Ferita
Il mio è un tempo da gettare, un enorme contenitore di vacuità a perdere. Nell'esistere si sviscerano le certezze mai possedute. Il niente ha il sopravvento.
È un gettare risoluto, perché mai gestito. Non c'è prova, non c'è inganno. L'arco temporale è un costrutto deficitario di prove e sincerità. Al di sopra staziona l'osservatore unico. Colui Il Quale Può Fare e Disfare. Colui Il Quale non ha accessi, non ha comunicazioni. Il paradigma della preghiera, fallace trasmissione involutiva. Peccato originale di superbia emotiva. Canale provvidenziale di presunzione antropomorfica.
Il tempo è stato, il tempo sarà, il tempo è.
Il contenitore dei miei subbugli. Scarto e annaspo e inciampo. Pareti scivolose, Signore. Nessun appiglio in vista. Nostromo, nessuna speranza. Si ammaini il trinchetto.
Ho sangue tra le dita.
Ho sangue tra le mani.
È il mio calore che preme e s'indigna di un corpo preda di perdizione e in metafisica putrefazione. Una volontà interna di libertà, colorata e ancora scaldata dal mio niente di eccentricità entropica. La vista del rosso che cola è il risveglio dell'appagamento insignificante. Trasgressione come vitalità. Ferita come risveglio primordiale e fatale.
È uno shock sensoriale terapeutico, un risveglio anatomico di nervosità sopite.
Chiudo porte con dentro stanze.
Chiudo stanze con dentro scatole.
Chiudo scatole con dentro album.
Chiudo album con dentro niente.
Un addensante naturale: l'oblio. La volontà del sé abbandonata nei vortici del non-stato. I costrutti del falso-essere in balia della non comunicabilità. Un amalgama insapore e incolore del già percorso che non è stato, che sarà futuro, un futuro a perdere.
Come il presente.
Come il passato.
sabato, 04 novembre 2006
Spaccio
Cosa vuoi, tutto questo affannarsi per affrancarsi dalla melma. Ho già avuto la mia sublimazione di desideri. Ho scelto l'esilio, senza preventiva fama, senza la possibilità di un palcoscenico.
Sono un rifiuto del rifiuto. Un assurdo comportamentale. Rifuggo a priori, evitando carta, inchiostro e velleità. La trasposizione del terrore archiviato tra le rughe di una passione sconfitta e mai consona.
La verità che spaccio su ogni muro è una diversità mai conclamata. La realtà è una meschinità stillata e incollata su ogni parola, frase, interlinea.
– La falsità non paga. Non lo fa mai –
Hai chiuso così la discussione, tranciando speranze e spillando divaricazioni. Non so come ho reagito, non lo ricordo. Non lo porto con me per non dovermi torturare con una verità non condivisa, per non ammettere che, sì, sei intelligente, ma hai profondamente torto.
Non posso confessarti il tuo errore di fondo. Farlo minerebbe il costrutto che faticosamente reggiamo da anni. Convincerti della incongruità della tua logica per assicurarti sulla mia sottile indecenza.
– La falsità paga, eccome –
È la mia verità che scandisco in giorni prefestivi senza un odore di bontà, senza un groviglio di buoni sentimenti appallottolati sulla scrivania.
Paga tantissimo.
La rendita è assicurata, un radioso futuro per un incerto presente.
Un futuro che somiglia tanto al mio.