sabato, 28 ottobre 2006
Apologia di B.
Parte uno

Guarda come siamo ridotti. Puntineggiare per non oltraggiare. Sospendere per non inquietare. Latitare per non scorticare. La bestemmia è un non senso. Non ha alcun valore. È significato per un credente. Non per un non credente. Sono parole, che, per un ateo, si equivalgono alle altre in uso, disuso e abuso. Il valore aggiunto è un punto di vista costruito su di una ideologia posticcia e poco raccomandabile. La concezione di B. come forma sopraffina di dichiarazione volontaria di ateismo. Il valore di B. è un'etica non condivisa, quindi, non discutibile. Un valore personale, da costruire nel sé, non riversarlo in attacchi sul prossimo.
Voi, religiosi, che vi accanite su parole squillanti. Guardatevi in faccia. Guardate la vostra misericordia calpestata quotidianamente. Guardatevi in casa, piuttosto che attaccarvi alle parole di un non credente. La vostra suscettibilità è la debolezza che vi contraddistingue. E voi, ecclesiasti di alto rango, guardate quante bocche da sfamare, non solo delle parole di misericordia. Guardate le lacrime versate a ogni angolo del paese. Voi che brillate d'oro e sorridete di seta. Come potete permettere tutto questo? Come potete permettervi un assalto a un non credente?
È l'errore di fondo. Il punto di vista fuorviante. L'ateismo è finito, e questi lamenti ne sono la prova. L'ateismo è sempre stato defraudato del proprio valore etico e morale. Sempre accantonato, sempre un po' sbeffeggiato. Costretto a prostrarsi alle religiosità imperanti. Soprattutto oggi, soprattutto in questi periodi. Essere non credenti è un peccato mortale. È un segno dell'anima che non c'è. Della perdizione assoluta. Non credere è una bestemmia di per sé. Impera lo schierarsi, per la contrapposizione al diverso. Sembra finito il momento della diversità come ricchezza augurante. La condizione vigente, la normalità è un appoggio, uno schieramento in cui riconoscersi. Una ideologia formante appare come autodifesa irrinunciabile.
Io sono contro.
Da buon toscano non rinuncio alla bestemmia, non fosse che per distinguermi dalle falsità del blaterarismo televisivo.
La consapevolezza del non credente è nell'ascolto che sa regalare. Come questo spazio, che permette a tutti di poter esibirsi col proprio pensiero. E tanto basta ad affondare il solco delle differenze.

Apologia di B.
Parte due

Voi, scavatori e scavatrici di anime, macellai di sentimenti. È fin troppo poco chiamarvi ipocriti. Voi che sogghignate dei pianti altrui, che giacete sulle ceneri della bontà e della misericordia. Voi, sorridenti presentatori, che regalate sogghigni di soddisfazioni a vetri rilucenti di telecamere impietose. Che all'auditel impalate paure e debolezze. Che gioite di pianti e sferzate dolori. Voi, spacciatori di nullità catodiche, di aberrazioni comportamentali. Ditemi come fate. Ditemi come cazzo fate a ergervi a sublimatori di Verità. Ditemi, com'è possibile che diveniate portatori di Indice d'accusa per una bestemmia televisiva.
Quanto suonano posticce le vostre lamentele, il vostro ergervi ad accusatori super partes. Voi che vi permettete di denigrare il vostro agnello sacrificale. Lo ucciderete, anzi, lo massacrerete. Perché voi ne godete. Godete del sacrificio al vostro unico dio. Che non abita nelle scritture, che non dispensa carità e misericordia in luoghi di culto. Il vostro dio ha un solo nome: auditel. Il vostro culto è il denaro. I vostri luoghi sacri si chiamano banche e paradisi fiscali.
Auditel come metafora della vostra vita. Voi che schifosamente annegate il bisturi della sporca indagine tra sentimenti umani del privato. Voi che calpestate la dignità, voi che offrite indegni spettacoli di tette e culi e volgarità, ditemi, come potete dispensare colpe e arrogarvi il diritto di un giudizio morale? Dove avete rinchiuso la vostra personalissima etica?
Non l'avete rinchiusa. Perché non la possedete, perché non siete niente. Siete una cifra sul resoconto giornaliero, siete un'offesa alla dignità umana, una vergogna in RGB.
E non ho niente da offrirvi, neanche il mio disprezzo, perché non meritate il tempo di un rifiuto, di una negazione. Perché anche una negazione, anche una volontà di allontanamento avrebbe il valore di una certificazione.
Un rutto è ciò che otterrete.
Solo questo meritate.
Ordito da: Comparsa alle ore 13:29 | Permalink | commenti (7)
categoria:
lunedì, 23 ottobre 2006
Frontiere

Il primo livello è l'illusione del tutto. Vi abitano i profumi di calendula dolce, di vespasiano forte e di ascelle intarsiate.
Il primo piano sfavilla, ma non per questo odora di meno. Lo si riconosce dagli effluvi, è ovvio, ma anche dall'aria un po' retrò che si concede sui pertugi vincolanti. È il regno di chi non ha regno, la perdizione di chi cerca una via e il condimento degli affamati.

Il secondo livello è l'illusione degli sguardi. È sponsorizzato da una multinazionale francese di trucchi e creme di bellezza. Il secondo livello avvolge e strofina e unguenta e sbaracca. Lo si intende senza parole, ma con sguardi intensi. Va da sé che, a chi non è capace di sostenere uno sguardo deciso, a chi tocca sempre di abbassare gli occhi per primo, il secondo livello non piace proprio e tende a saltare direttamente al terzo.

Il terzo livello è l'illusione delle misure. Vi si trovano presuntuosi & saccenti, politici & scienziati, catechisti e pensatori. È un livello a scale, scientemente precise, attentamente misurate. Vi sono scale di ogni tipo e misura, con marmi pregiati e granito di ogni specie e colore. Il rapporto tra basi e altezze è rigorosamente controllato. Anche il rapporto tra i colori è confrontato quotidianamente su una scala di significati. Nel terzo livello vige un rumore di fondo standardizzato: sono le voci dei politici in perenne disaccordo se sostituire o meno il marmo al granito, il granito al marmo, o entrambi con la pietra serena.

Nel quarto livello vige l'illusione delle parole. Le si possono trovare scritte a ogni angolo di strada. Sarà per questo che il quarto livello è chiamato anche "Il - livello - degli - angoli - che - raccontano". Cosa vi si racconti, nessuno è mai riuscito a spiegarlo. Vi si possono trovare tutte le lettere degli alfabeti conosciuti, di tutte le lingue parlate.
Le lingue del mondo di oggi, quelle del mondo di ieri, e tutte quelle che verranno, comprese quelle che saranno sicuramente parlate e quelle che non avranno alcuna possibilità di essere enunciate. Nel quarto livello c'è anche uno spazio dedicato all'illusione di strani segni cui nessuno è riuscito a dare mai un significato. Si sospetta che siano le parole lasciateci da altri pianeti che attendono di essere comprese.

Il quinto livello è segnato dall'lllusione della comprensione. Nell'aria bisbigliano i sentimenti più strani e tra le pagine gorgheggiano le motivazioni più strambe. Sulle cortecce degli alberi si registrano simbologie arcaiche dai significati esoterici. Simboli precisi e reiterati quali: frecce, cuori abbozzati, lettere dell'alfabeto e strani acronimi con consonanti presenti all'inverosimile, fino alla copiatura di corna di toro e simboli fallici ripetuti con sistematicità sorprendente. Nel quinto livello dormono gli increduli e riposano gli scettici.

Il sesto livello è l'illusione della verità. Al suo ingresso si scoprono odori di incenso e regali di pane azimo. Sulle colline regnano tavole di pietra incise di raccomandazioni intimidatorie. È il livello dei giudici. Ognuno ha diritto a uno scranno e alla propria toga pulita. Il tempo è scandito dalle verità dogmatiche che si rincorrono come quattrocentisti olimpionici alla ricerca del Record da Antologia. Loschi figuri si adombrano nei giardini e galli impettiti attendono l'alba per il loro triplice canto. Nel sesto livello nessuno ha mai visto nessuno sorridere. I giudici, in seduta plenaria e solenne, sospettano un traditore, come artefice e causa della perdita della felicità, ma non sono ancora giunti a una sentenza definitiva.

Il settimo livello è l'illusione dei livelli. Vi regnano Caos & Disordine. Il settimo livello è appannaggio dei presunti artisti. Tra di loro spiccano gli scrittori. Tra gli scrittori brillano Coloro - I - Quali - Non - Hanno - Mai - Pubblicato - Ma - Invidiano - Tanto - Chi - Ha - Avuto - Questa - Possibilità - E - Odiano - Il - Mondo - Perché - A - Loro - Non -Succederà - Mai. Vi si possono incontrare maniscalchi e rigattieri in preda al panico, e muratori e pastori disperati. Gli insegnanti in perenne sciopero e i sindacati confederali in preda al più nero sconforto. Nel settimo livello vige l'illusione della bontà che si raccoglie sui rami in fiore. Dietro ai fiori si cela la cattiveria, la malignità e l'invidia, che gli artisti coccolano al chiuso dei propri sogni impossibili. Nel settimo livello tutto è sublimato, causa la troppa artisticità. Si sospetta che la troppa sublimazione tenda a iconizzare il livello stesso fino all'estremo, fino a concentrarlo su una sola parola, un solo epiteto.
Ordito da: Comparsa alle ore 12:34 | Permalink | commenti (14)
categoria:
sabato, 21 ottobre 2006
Possessione

Ho il diavolo in corpo, e tu lo sai bene. È il corpo che hai desiderato, che hai cercato, che hai ottenuto. Te l'ho regalato in un giorno di festa. L'ho fatto perché visto, perché chiuso da un dovere maschile.
Chi avrebbe mai detto che sarebbe finita così? Io a raccogliere conchiglie sdentate e tu a conteggiare foglietti sbiaditi. Alle finestre di casa ho lasciato respiri e graffiato giorni inquieti.
Abbiamo sorriso, ma sono stati sorrisi provocati, mai chiusi in confezioni regalo.
Sì, ho il diavolo in corpo e gestirlo ha l'effervescenza della falsa giovinezza. Guardami, ho gli anni che devo, senza il peso della conoscenza. Ma conoscenza di cosa, poi? In fondo, il sapere è una patina opaca sulla propria esistenza. È la mediazione del già visto sull'essere. Nelle insonnie da oscurità solitaria mi scopro a inventarmi strappi di vesti e cancellazione di veli. Tornare al me che sono stato, che avrei potuto essere. E queste parole, che non conoscerai mai, sono mie e non sono mie. Sono la mediazione di parole e conoscenze altrui, mitigate e ingarbugliate in periodi e doppia interlinea per la mia felicità e quella di pochi altri.
Ma io dove sono? Fatico a scoprirmi, sai? Posso confessartelo, ormai. Tu che hai avuto occhi sbarrati e sguardi complici. Alle mie parole hai risposto con i fatti. E i tuoi fatti sono stati baci e mani e corpo e tutto il resto.
Merce di scambio. La conoscenza come potere. Ammaliare, convincere senza convinzioni, spingere senza premere. Se io fossi stato io, quanto avrei potuto avere te? Forse niente. Forse non avresti speso un battito di ciglia e io sarei stato oblio e un racconto tra amiche in un bagno puzzolente e pieno di scritte oscene.
Sì, ho il diavolo in corpo e brucia e grida e rovista e digrigna.
E non riesco a togliermelo di torno.
Ordito da: Comparsa alle ore 12:12 | Permalink | commenti (4)
categoria:
mercoledì, 18 ottobre 2006
Fumo

Sono già morto troppe volte. Morire non è difficile, te lo scrissi sulle labbra, per poterlo pronunciare negli anni a venire. Il tuo fu un silenzio di sorpresa. Giocasti imbarazzo mescolandolo all'inquietudine del pomeriggio. Ricordo i tuoi occhi. Vagarono a lungo, scivolando sulle pareti fumose, arrancando su nuche sconosciute. Non mi chiedesti niente, ma seppi che quel momento avrebbe dato profondità al solco delle nostre voglie silenziose.
Morire non è difficile, vivere lo è molto di più. Sono morto così tante volte, talmente tante, che fatico a ricordarle tutte.
Spesso sono morto rinunciando a essere me stesso, diventando oggetto di volontà inculcate. È il mio vivere che somiglia alla morte. Uno scorrere di piani di vissuto acrobatico, alla ricerca di qualcuno cui confessare le debolezze, le mancanze.
E adesso? Vorrei morire di nuovo, seduto nello stesso posto, sullo stesso sgabello scricchiolante di timori che non ti ho mai confessato. Sono altre nuche, così uguali, così perfette nell'essere totalmente sconosciute. E le tue pareti, fumose della malinconia che gli lasciasti appiccicata, incollata dal nostro amore.
Amore, sì. Vedi? Riesco a pronunciarlo. Riusciresti a sorriderne, con gli angoli sorpresi e i tentennare felici. Adesso posso dirtelo, perché so riconoscerlo, annodato alle finestre, calpestato sulle piastrelle di questo fumoso bar.
Ma è tardi, non c'è più nessuno. Gli occhi stanchi di chi aspetta per dovere insistono sulla mia speranza. Non ci sei, non ci sarai più.
È proprio tardi, per tutto.
Ma non per morire di nuovo.
Ordito da: Comparsa alle ore 20:01 | Permalink | commenti (12)
categoria:
martedì, 17 ottobre 2006
0

Una partenza, un arrivo e una freccia temporale. Sopra a questa la distribuzione del proprio Io, e, su quella distribuzione, il vettovagliamento dei propri desideri, l'acume della propria ricerca, le bassezze dei propri giochi.
Partenza e arrivo.
Quanta metafora in un decidere, in un raggiungere. Alla fine, partire è arrivare e arrivare è partire. Sono piani di lettura. È sufficiente scendere dai passi invitati e leggere noi stessi: movimento. Illusione.
Dove, ma, soprattutto, come ci muoviamo? Giostriamo tensioni psichiche del movimento, ma siamo moto? O siamo la percezione di ciò che non è? Del non moto che si fa movimento?
Le verità si distribuiscono sui piani del vissuto. I vissuti si intrecciano. Gli intrecci provocano vibrazioni. La mia, la tua, le nostre non vibrazioni.
Partenza e arrivo. La mia partenza è dotata di non coscienza. Il mio arrivo lo è altrettanto. Dove inizia e dove finisce il percorso? Abbiamo il tempo. Troppo soggettivo. Lo spazio-tempo? È un concetto astratto. Le quattro dimensioni sono prospetti geologici di antropomorfa finzione, astratto concetto come astratta autocoscienza.
L'autoconsapevolezza dell'esistenza è una sottigliezza autoreferente. È un osservarsi a occhi chiusi e convincersi del buio come entità esterna e oggettiva.
Non c'è consapevolezza, non esiste riferimento. Ogni possibilità ha sufficiente capacità ambigua da ribaltare i potenziali pronostici.
Siamo un'astrazione cosmica distribuita su di un arco esistenziale senza inizio né fine. Il niente prima, il niente dopo.
Prima e dopo danno un solo risultato, niente.
Questo siamo: il niente.
Ordito da: Comparsa alle ore 11:57 | Permalink | commenti (9)
categoria:
sabato, 14 ottobre 2006
Festività

Lo so. Stai raccogliendo forze. Lo riconosco dai tremori delle rughe scalpellate e dai lenti sguardi acquosi. Sono immobile e non so cosa fare. Ogni passo sarebbe rottura. Troppe direzioni, come dire: una sola direzione. O nessuna direzione. Sceglierne una, per noi, è impossibile. Decidemmo troppo tempo fa di non spedirci da nessuna parte. Eterni pacchi dimenticati in un angolo ammuffito di un ufficio postale in un paesino del cazzo.

– Sei fuggito
– Fuggire è una condizione dell'anima
– Tu non ce l'hai un'anima
– Avere e non avere. Ci sono giorni che mi dileggio nel cercare il mio essere
– Perché sei andato senza avvertirmi?
– Non sono andato. Non avrei potuto avvertirti
– Non prendermi in giro
– Non è possibile. I miei obiettivi sono spazi a te conosciuti
– Sarebbe bastata una parola, una direzione. Non chiedo tanto. Solo una
– Una parola o molte, che differenza fa? Sono anelli incancrenenti. Uno solo è più che sufficiente. Il numero è una soddisfazione su di uno strano piano personale autoriferito
– Non ce la faccio più
– Non sei diversa da tutti
– Non ci riesco. Ho provato, ma non riesco a gestirti
– Forse è nell'azzardo del gesto. Tu ti dileggi nell'accerchiamento di volontà altrui. Lo sai, provoca ritorsioni, pruriti, dolori
– Vado a fare la spesa
– E le nostre diverse esigenze che mutano in raccapriccianti gemiti
– Mancano il latte e i biscotti
– E un po' di reciproca comprensione
– Vado
– Vai

Siamo vittime di un temporale: il nostro. Un fortunale che abbiamo alimentato con giorni di sorrisi che non erano sorrisi, con il pane avvelenato delle false convinzioni. Il futuro è l'adesso che contiene tutto ciò che siamo, quello che potremmo essere e quello che forse non saremo. Le decisioni sono sul piano opposto, sempre in bilico tra il fato e un coraggio sfuggente. Non decideremo perché abituati a una guerriglia infangata dai nostri silenzi. E, mimetizzati, giocheremo con le migliori parole cattive che riusciremo a trovare, finché non ne avremo abbastanza e potremo decidere che, sì, in fondo, la guerra serve anche alla pace, e senza di essa, quella stessa pace non avrebbe il gusto di amore bruciato con foga.
Un gusto che conosciamo troppo bene.
Ordito da: Comparsa alle ore 18:32 | Permalink | commenti (9)
categoria:
venerdì, 13 ottobre 2006
Tratto

Il lento calare dell'inchiostro, l'imprescindibilità del tratto non-uniforme contro l'artificiosa non-fuzzy presenza della scrittura al digitale. Al di là della fruibilità, della maneggevolezza, dell'attrattiva evanescente che regala, il tratto digitale ha (la falsità) l'artificiosità dell'aristotelica suddivisione tra bianco e nero, tra l'acceso o spento, tra il vero e il falso. È la scrittura digitale ad avere il dicotomico rapporto vero-falso. Ma siamo davvero in grado di riconoscere cosa sia vero e cosa sia falso? Puntiamo le illusioni su un cursore, su una serie di punti accesi. Niente di più sbagliato. È ciò che scaturisce a essere falso. Lo schermo (trasmette) rimanda il negativo del pensiero che sfugge alla controllabilità programmata per farsi corrente continua, per farsi eccitabilità di schermo, di tecnicismi spinti.
Il tratto digitale è la scrittura trasposta in matrici bitmap di uno schermo catodico o di un tessuto di LCD. Interpoliamo correnti ed eccitiamo pixel, ma perdiamo il contatto con la fisicità della scrittura, con l'essere amanuense.
Un gesto: il (rifiuto) ripudio della digitalizzazione del pensiero.
Ritorno alla volontà amanuense, al tratto vergato, all'odore di inchiostro, al contatto pensiero-forma, al fuzzy-segno, alla (continuità) linearità del pensiero trascritto.
Disegno, dunque scrivo. Tratteggio, dunque penso. E la mia esistenza è la forma che scaturisce dal mio movimento, dal mio controllo. La ri-appropriazione dell'Io-forma-pensiero.
E questa ne è testimonianza.
Ordito da: Comparsa alle ore 11:24 | Permalink | commenti (6)
categoria:
giovedì, 12 ottobre 2006
Tratto
Ordito da: Comparsa alle ore 10:30 | Permalink | commenti (9)
categoria:
mercoledì, 11 ottobre 2006
Traguardo

Dove sono io, in questa sera che è la notte dei tempi perduti. Dei tempi mai voluti. Ho assaggiato il veleno dello scandire bestemmie. Ho ingurgitato fiele per il gusto della sofferenza. Ho bisogno di soffrire. Una croce, dove espiare i miei peccati, dove sublimare il me che è stato, ed è stato così poco, così gretto, così volubile. Il sangue come espiazione. Il martirio come via di fuga. Chi è artista? Chi impersona la presunzione? Lanciatemi pietre, datemi dolore.
Solo nel dolore saprò riconoscermi, coniugare infelicità e disperazione. Ho raccolto pietre per voi. Ho raccolto legna da ardere, per vedermi nell'agonia di un fuoco liberatorio.
La volontà di ricerca è una febbre che incide le vene e storpia le ossa. La febbre della non vita. L'accettazione del nulla. La volontà come baluardo esistenziale. Cosa sono le parole di fronte al cataclisma della verità, all'agonia della disperazione più cupa.
Né uomo, né donna. Intreccio di volontà antitetiche. Guardami, ho il coraggio del mio sangue versato e il dolore sovrasta il dolore. La fisicità spaventa la metafisicità. Sono pensiero e non corpo. Ma un pensiero è la negazione dell'essere. Il pensiero è l'artificio preferibile per la non vita. Non ho più fisicità, non sono più, dunque? Il delirio che sopravanza sul determinismo più gretto. Il terrore della nullità che issa stendardi sui bastioni della follia. Guardami. Chi sono?
Sono pelle, e sono ossa, E sono sangue. E sono carne.
E cosa resta?
La negazione del sé, niente altro. Io non sono io, perché esserlo è contraddizione. Non posso valutare me stesso, in quanto smetto di essere me stesso perché parte di altri. Perché l'adesso non è mai, ma sono già stato e in quanto stato non sarò mai più.
Dimmi, dunque: dove sono io? Un mortale divenire, sempre pronto al già accaduto, e mai preparato al presente con un futuro intoccabile e insondabile.
Vedi com'è facile? Ho parole e parole e parole nel mio futuro che è un foglio, che è una tastiera, che è un raccontare. Ma è un futuro che non posso conoscere in quanto precluso. E le frasi sono le parole del già stato, del già detto. E non sarò mai un dirà, o scriverà, o supporrà.
Un fallimento.
È questo ciò che mi attende.
Ordito da: Comparsa alle ore 10:17 | Permalink | commenti (3)
categoria:
martedì, 10 ottobre 2006
Supposizioni

Obbligarsi alla rilettura è una sorta di smantellamento delle autodifese psicologiche. La rivisitazione forzata del proprio io letterario configura in modo scintillante le inettitudini e le incapacità congenite. È un buon esercizio, contro l'edonismo quotidiano, contro la superbia scatenante, contro la presunzione orpellistica.
Rientro in tutti questi casi, e anche in altri non citati. La mia è una presunzione subdola, strisciante. Una caparbietà da prima donna che obnubila e avvolge lentamente, con le fattezze di una falsa modestia.
Scolpisco parole e rilascio disegni con una supponenza che ha del sorprendente. È la convinzione che anima, la sicurezza di certezze che penzolano senza indugio, che occupano senza chiedere.
Ma la rilettura è un'arma, l'unica, forse. Ritrovarmi, riscoprirmi, o, forse, solo scoprirmi: inadatto, incapace, inespressivo, insistente, indecente.
Colleziono prefissi decadenti da custodire nel mio personalissimo armadio delle speranze nascoste. Tratti scritti con la convinzione della capacità, con bellezze appese alla finestra e bontà sottolineate sulla facciata.
Il dopo, qualche settimana, qualche mese, tagliuzza le manifestazioni e scalpella le sicurezze. Ne fa spazzatura da non-riciclo. Restano parentesi chiuse in fretta e sconforto virile, ma solo per qualche giorno.
Le presunzioni sanno tornare in fretta.
Ordito da: Comparsa alle ore 08:27 | Permalink | commenti (4)
categoria: