sabato, 30 settembre 2006
The Pillow Book
Alla ricerca di un linguaggio, una Forza Narrativa che scompigli lo scompigliabile e smantelli lo smantellabile. Odio la letteratura. La odio, ma la amo. La Letteratura è Sesso, ma non di coppia. È l'occasionalità che si fa Re e Regina. Mascolinità e femminilità nello stesso spazio. Ormonalità esplosiva, ma di sfuggita. Possedere la Letteratura e sull'amplesso scoprirla già in fuga per altre righe, parole, pagine.
So che esiste: una Possibilità di racconto, una Nuova Struttura, un Nuovo Dialogare. Ma è sempre là: un passo oltre la mia gamba/tastiera. Non è certezza, non c'è mai stata.
Ma la letteratura contemporanea ha ucciso la lettura, con i suoi stilemi, i suoi dettami consumistici, i suoi tempi d'uscita programmata. La premeditazione letteraria, la ridondanza produttiva come cloroformio comunicativo. Troppa comunicazione. Nessuna comunicazione.
C'è l'esigenza di una Nuova Scrittura. Uno shock mediatico. Un nuovo genere di trasfusione della parola Proprietario-Fruitore.
Ti amo e ti odio, letteratura/racconto/scrittura. Un giorno riuscirò a possederti e introdurti a nuove vie.
Sarà un coito di libido primordiale e assoluto, ne sono certo.
giovedì, 28 settembre 2006
Vita
Hai lo sguardo stanco, ma non puoi permettertelo. In tasca un cellulare scintillante che ti ha spedito il conto corrente in rosso, ma non te ne fotte un cazzo. Sai piacere e sai come far contenti i maschi, questo basta e avanza. Il direttore di banca è un nome, un cazzo, un pompino ogni tanto. Lui è felice, tu sei felice, altro da chiedere?
I tuoi sono i pochi anni dell'incuria, del dopo adolescenza. Festeggi i giorni che lasci trascorrere sperperando possibilità e sradicando amor proprio. Hai un bel corpo e sai come usarlo. I maschi non ti fanno paura, almeno, così sostieni.
Te li scopi al volo. Nel chiuso di una macchina sul ciglio di un niente o in qualche letto dall'odore di periferia scordata. Te li scopi perché sai come farlo, sai come farli contenti. I maschi sono così stupidi. Stupidi e facili da accontentare.
A te non interessa che siano felici. I maschi non meritano la felicità. Tu lo sai bene: essere felici è una condizione sovrumana, da supereroi. Degli esseri così stupidi non meritano tanto. Il tuo tempo vale i loro soldi, niente più.
Mamma non sa dove prendi quel denaro. Tanto denaro. Ha provato molte volte a chiedertelo. Tu sai quando sta per farlo. Lo sai, la conosci bene.
Lei, invece, non ha capito un cazzo di te. Non ha capito un cazzo di niente, soprattutto della vita. Non ti conosce, non sa nulla. Ed è meglio così, tanto non capirebbe.
E poi, a che servirebbe capire? Non c'è niente da capire. Lei, di sicuro, non riuscirà a farlo. Non riuscirà neanche a farsene una ragione. Si chiederà perché cazzo stavi su quella strada deserta alle due di notte, da sola, dentro un'auto non tua, con uno sconosciuto. Se lo chiederà a lungo, e si dannerà l'anima per non averlo intuito, per non aver compreso. Passerà ore davanti alla tua foto a versare lacrime, a rifiutare il mondo fuori. Lo stesso mondo che le ha tolto l'unica figlia, quella che era, sì, un po' strana. Quella con cui non riusciva mai a scambiare una parola. Quella da cui riceveva solo parolacce di risposta e odiosità compresse. Ma era sua figlia. Una bellissima ragazza con una vita intera da giocare, con un futuro da ipotizzare.
Una splendida ragazza che adesso è un ricordo, una voce che non è più. Una foto su del marmo grigio, un mazzo di fiori appassiti al sole.
Una vita tranciata in una notte qualunque, su un'auto qualunque, in una strada qualunque.
Non sei più. Tu, affamata di vita veloce, di facili opportunità. Tu, che adesso sei rimasta qualche lacrima e due parole tra amici, nella calca fumosa di un ricordo di sfuggita.
mercoledì, 27 settembre 2006
Non
Chiudere e sparire è un processo ormai automatico. Ricordo i tuoi cenni di dissenso. La testa un po' piegata, i brevi movimenti del capo come a un no perpetrato e insistente.
Ma la fuga ha il dolore selezionato e il coraggio inculcato. Immolarsi, resistere, perdurare, sono oggetti sconclusionati di un percorso già iniziato. Troppo facile.
Decidere di sparire, abbandonare il campo, mollare il vissuto per un'incognita a venire ha la tenebrosità della non conoscenza e il coraggio dell'orgoglio da scoprire.
Voglio la fuga.
Abbandonarmi al piacere di una strada sconnessa e mai percorsa. Osservarmi piedi e mani alle prese con non-mondi e non-paesi e non-persone. Per scoprirmi non-io.
– La tua fase non – dicesti. Non lo sai, ma ho colto il disprezzo impregnato del tavolo dove poggiavano le nostre braccia, delle sedie che occupavano il nostro peso, delle pareti che sudavano le nostre liti.
La mia fase non.
Non-fase. Non-essere. Non-io.
Non-siamo, nonostante il sesso, nonostante la voglia. Non-ostante il tuo corpo ancora lucido e smussato, che aizza e attizza. Siamo movenze mattutine che casualmente cozzano e scambiano, ma la tua bocca, la tua schiena, i tuoi capezzoli, scintillano nella verve di una voglia di risveglio, e averti è attimo non controllabile. Prenderti è voglia incontrollabile.
E siamo ancora, perché possederti è destinare all'oblio il mio-tuo Non. E, dentro di te, quando muovo il mio corpo ascoltandoti, assaporandoti, mangiandoti, sei fuga, sono fuga.
Siamo altro di un coito prolungato.
L'adesso è una voglia consumata di sfuggita. Il poi è una domanda a cui non posso trovare risposta.
Non posso e non voglio. Perché volontà è fuga, è non-io, ma anche non-te.
martedì, 26 settembre 2006
Fine
Quanta umana paura rifugiata e incapsulata tra le righe di una letteratura così scontata. Il rifugio dal terrore della morte, condensata nelle lettere e nello scritto lasciato sbiadire nel niente di una presunzione da consumismo distillato, in scaffalature di polvere ammuffita. Esorcismi a buon prezzo. le nostre paure. Condivisione di timori e tremori nella speranza di una loro attenuazione nella spartizione di verità assolute.
Perché scegliere di condividere? Perché desiderare l'unione di timori, la vicinanza di presunzione?
Cosa resta, oggi, della letteratura? E cos'è la letteratura?
È il niente, il nostro niente.
Un niente fatto di parole, che è ancora niente, al di là del niente. Confezionato e rilegato e patinato. Immolato a una percentuale di profitto, a un budget mensile, a una previsione di ricarico annuale.
Cosa sei, Letteratura? Desiderio di conoscenza? Volontà di approfondimento? Tentativo di rivalsa?
Sei la speranza per una mortale realtà. L'obiettivo di una immortalità a portata di mano. Quanta presunzione, quanta facilità, quanta ipocrisia.
Sancisco la fine della Parola Scritta come portatrice del Messaggio.
Finita, morta, sepolta.
Il messaggero di immortalità, ucciso dall'overdose della reiterazione di se stesso.
La letteratura è morta e i blog ne hanno sancito la sepoltura. Noi ne siamo responsabili. Invasori di spazi scritti, di testi abbandonati. Con noi la parola ha definitivamente smesso i panni della comunicazione e della trasportabilità del pensiero per divenire oggetto fine a se stesso. Mercificazione del verbo. Eutanasia della conoscenza. Feticismo vocabolaristico.
Felici di aver ucciso una pseudo-immortalità. Di avere scovato il tallone di Miss Letteratura. Morente Achille al femminile, sorpresa e colpita nelle sue stesse debolezze.
Letteratura: non sei più. E noi, che sorridiamo di noi stessi, siamo morti, e siamo felici di esserlo.
lunedì, 25 settembre 2006
Fiori
– È uno spazio gigantesco
– Molto. Forse troppo
– Vorrei dargli oggetti, moventi, significati
– Forse un tappeto? magari un divano
– Niente di così prosaico. Un giardino, dell'acqua
– In un capannone?
– La liberazione della forza lavoro. La produzione immolata alla percezione sensoriale. Scarnificata alla metafisicizzazione dell'etereo
– Ma che stai dicendo?
– Il giardino è la fuga dall'imbroglio esistenziale. Il diniego delle catene dell'esistenza terrena. L'archetipo dell'al di là, il luogo di non-ritorno, di sola andata. È il paradiso finale, obiettivo dell'esistenza.
– Mah...
– E al centro di esso una pozza d'acqua
– Ci mancava pure l'acqua
– Con dei fiori di loto all'interno. La bellezza nella brutalità. La fisicità del lavoro, la crudezza del fisicismo finalizzato alla terrena economia, che circonda un giardino-paradiso dai frutti-loto nascosti al suo interno
– No, i fiori di loto no
– No?
– Sono sporchi, la loro acqua è sudicia, maleodorante, fetida
– È la metafora esistenziale. Livelli di realtà che si sovrappongono. Il loto è la chimera di una fine che è un inizio di gioia/ bellezza
– Neanche per sogno. Scordatelo
Il nostro è un osservarsi stranito, quasi guardingo. Siamo acqua che scivola sulle ritorsioni, sulle nervosità che abbiamo scolpito nei giorni scambiati.
Sei un vetro. Sei il vetro.
Trasparente, ma non di acqua. Sapessi com'è facile leggere le tue verità. Sembrano volontà accudite da un servo sciocco, mantenute in vita per un cruccio imperiale. Sono un cruccio, forse un obbligo. Certo un accessorio. Esserlo è la fuga dalle volontà compresse, giornaliere. Eterno dimenticato, eterno orpello non-funzionale.
È sera.Il tramonto ha l'aspetto di una cartolina sfacciatamente esibita. Sali in auto sbuffando, senza salutare. Ho dei sassi attorno ai piedi, un sacco di sassi.
La tua targa.
Il primo sasso.
Hai il finestrino destro aperto.
Il secondo sasso, un po' più piccolo.
L'ammaccatura sul paraurti posteriore si nota meno con questa luce.
Il terzo sasso, un po' più scuro.
La marmitta fa un po' di fumo azzurrino e spande un odore nauseabondo.
Al quinto sasso, quello a forma di uovo, realizzo che sei scomparsa dalla vista, tu e la tua auto. Hai lasciato odore di gas di scarico, dei nervi scoperti, qualche certezza e una voglia di un giardino, con una piccola piscina e tanti fiori di loto dentro.
venerdì, 22 settembre 2006
Blog
Addobbo. Template. Scrittura. Banner. Immagine. Scatto. Fotoritocco. Idea. Scatto. Fotoritocco. Template. Template. Template. Cancella. Ripristina. Salva. Cancella. Salva. Apri. Scrivi. Osserva. Commenta. Controcommenta. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Leggi. Sbuffa. Annoia. Leggi. Commenta. Commenta. Pensa. Controcommenta. Osserva. Conteggia. Sorridi. Conteggia. Non sorridere. Commento. Leggi. Nervoso. Rispondi. Leggi. Confronta. Guarda. Osserva. Spia. Controlla. Blogga. Blogga. Blogga. Messaggia. Rallenta. Respira. Sospetta. Indugia. Arranca.
Fermo.
Fermo.
Fermo.
Pausa.
giovedì, 21 settembre 2006
Noi
Si muore solo una volta, e si vive ancora meno.
Non so perché incisi le tue parole sulla mia pelle. Sul momento non riuscii a capire, ma sentii che si trattava di parole importanti.
Guarda i volti, le facce di questa gente. Anche loro hanno delle parole da portare e sopportare. Alcuni consapevoli, altri ignari degli anelli di lettere che comprimono il loro quotidiano.
Anche io ho il mio anello, l'ho sempre avuto, fin da giorno in cui mi confessasti quelle parole. Non ricordo dove eravamo, forse un bar, forse una strada affollata. Forse dopo averti scopata con foga, come piaceva a te.
Sono parole che si confanno a un tempo post-coito. Per questo le incisi, perché tu, nella tua stanchezza femminile, la stanchezza del dopo-sesso, preferisci dormire, riposare sulla mia spalla. Quella notte, invece, preferisti parlarmi, guardarmi negli occhi. E io seppi che sarebbero state parole fondamentali. Per questo decisi una ferita autoinferta, per questo me le incisi per un domani fatto di tentata comprensione.
Sì, le tue furono parole, e il mio fu dolore per una novità fatta di tuoi sguardi e miei incomprensioni.
– Si muore solo una volta... –
Mi osservano. Hanno occhi increduli, persino di paura.
–...e si vive ancora meno! –
C'è vuoto intorno a me. È una piazza affollata, ma il mio grido ha aperto una breccia, un varco quasi mistico fatto di ribrezzo, sorpresa e terrore del non sapere, del non conosciuto.
Avrei voglia di scopare, riprodurmi, fotocopiarmi.
È il terrore del niente in attesa, come se lo Scopo Cosmico fosse la Soluzione.
Dopo quella notte siamo cambiati. Difficile pensare a un "noi", molto più facile credere alla freddezza di un "tu" e di un "me".
È così stupido affidarsi alla miopia di un insieme fatto di due esseri. Un sogno attraente, ma terribilmente falso.
Condannato all'inevitabile estinzione, come te, come me.
Come l'estinzione di un noi.
mercoledì, 20 settembre 2006
Sabbia
La distanza è stata, la distanza è tuttora. È silenzio e mattina, provo a disegnare linee e tratti che portino il significato di ciò che non siamo più.
Siamo fatti di parole, questo mi hai detto. Ma non ho più lettere e discorsi e istanti di scambio. Non so più cosa sono. Fermo nel forse di una costruzione di un adesso che possa giustificare la mia fuga. Non ci riesco a scappare, non ci sono mai riuscito.
Stai dormendo. L'odore, il sapore, il silenzio del tuo respiro sono i rumori delle notti che posso ricordare, le stesse che hanno costruito il mio oggi. Le stesse che ho assaporato, gustato, amato.
Forse è il tempo, semplicemente il tempo. Scardina e smantella con fare così delicato. Ostruisce, corrode, mortifica. E nei ricordi non lascia che del rammarico e qualche imponente recriminazione.
Mattina presto, ancora più del solito.
Vorrei correre sulla spiaggia, spogliarmi di tutto, anche dei tuoi occhi, anche dei tuoi sguardi. So che non lo farò. Nel freddo di una mattina di settembre potermi abbandonare al vento gelido e al mare ghiacciato, lasciarmi prendere e portare via, ovunque possa essere la destinazione scelta dal caso, fato, destino.
Anche questa è meschinità: la paura di una scelta, il non coraggio di una non fuga. L'oblio di inconsapevoli elementi naturali. Una natura come alibi intoccabile.
Tipico.
Lavato e sbarbato, pronto alla giornata in corso.
In palio una serenità economica e i tuoi sguardi un tempo affettuosi. È vero, un tempo lo sono stati. Oggi, invece, non saprei dirti come sono.
Forse disillusi.
Come me.