giovedì, 22 ottobre 2009
Polmone



C'è qualcosa di sconclusionato in tutto, anche nel respirare. Ho provato a smettere, ma alveoli, bronchi e bronchettini hanno gridato sfiduciati e non ho saputo resistergli. Gira e rigira le chiacchiere e le idee son sempre quelle. Certo, idea è una parola grossa, così tanto da chiamare in causa il buon vecchio Isaac e una certa forza di gravità che la dice lunga sullo stato delle cose. Lui con il suo determinismo sfrontato e il suo piglio così poco filantropico. Ma Newton sarebbe fiero di me, almeno di qualche piccola parte. Le stesse parti che ho scelto di staccare con un uncino arrugginito, solo per scoprire l'effetto del sangue sulla ruggine abbarbicata tra incrostazioni diligenti.

Dovrei affidarmi a un minimo bilancio della mia vita. Mi frega la Partita Doppia Esistenziale: due colonne, una soltanto zeppa di ricami, grafismi e incidenti di varia natura. Il resto è materiale da discarica abusiva.


Dai, proviamo a smettere di respirare, che sarà mai? Ho così poco di tutto che fatico a cercarlo. Ho cercato di smettere di cercare, ma son riuscito solo a cercare di capire cosa avrei dovuto cercare e tutto questo si è sublimato in una disperata voglia di scopare, che è un po' l'unica certezza a fior di pelle. Il resto è storia d'altri tempi, calzini puzzolenti e fogli di scarto imbrattati di mille colori.


Alla fine ho capito: smettere di respirare è un po' come smettere di fumare, ma senza dita ingiallite e con meno camicie puzzolenti in armadio. Il vero guaio è che ho già smesso da tempo di fumare il che complica i sincronismi. Si capisce, la tempistica non è il mio forte.


Non mi resta che una citazione al volo, scrivere Ultimo Giorno di Respiro sul calendario e affidarmi al Fato chiudendo i quaderni di bilancio.


Per un pugno di pudore, più che altro.

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giovedì, 16 luglio 2009
Punteggiature

Ho deciso di tratteggiare, che è un po' come disegnare, ma più intimo, grottesco e sexy. Il tratteggio è un pizzico di cinnamomo là dove dovrebbe starci, ma nessuno se lo aspetta. Osservi, non capisci, tentenni, vai a tentativi. Poi ti butti nell'assaggio e lui esplode nella sua fragorosa, intima e succulenta sessualità.
Il tratteggio è una botta di sesso voluto. Un amplesso gridato con l'eco di sottofondo. Il resto è una striminzita autosessualità interrotta sul più bello.
Ecco, tratteggio: ho deciso di delineare le mie peculiarità. Le mie essenzialità. Non che siano questo granché. Non ho idee precise, né le ho mai avute. Però scribacchio, vergo, intarsio. Anche l'intarsio ha dalla sua un rigoglio ormonale niente male. Con un intarsio potrei discuterci ammiccando per una notte intera, fino al mattino, dopo un'eiaculazione tremens, di quelle da cerchiarci il calendario di rosso e lasciarlo cadere nel fondo dell'armadio. Da riscoprire dopo svariati anni ed esclamarci su: "Ah, che tempi…".
Ma i tempi remano contro, si sa. Non ho mai saputo giocarci, per questo non frequento tavoli verdi, tappeti rossi e tendaggi cashemere. Troppi rischi. Il mio è un vellutino sfigato, un po' liso da una parte, ripassato in fretta con un finto folletto. E il folletto, io, non l'ho mai sopportato. Troppo serio, troppo reclamizzato. Troppo incravattato in climi d'afa insopportabile e pure troppo scuro di abito per un sole a mezzogiorno di un luglio a caso.
Alla fine ho tratteggiato a sufficienza. Non molto, ma un tocco, neanche troppo sapiente, ché la sapienza è persa e lo sciamano in fuga. E neanche un totem in giro cui rivolgere l'essenza della domanda e il succo della vita. Totem ce ne sono, ma hanno perso la dignità di un tempo e quell'aura di autorevolezza indispensabile a una Risposta Degna Di Un Primitivo Misticismo.
Alla fine, tutto sto tratteggiare non è il motivo per cui sono partito, ma, in fondo, è sempre un po' così: uno pianifica, progetta, parte. E al ritorno tutto è un po' un casino e non risulta essere mai quello per cui si è iniziato il viaggio.
Ecco, partirò la prossima volta. Sia mai che riesca una buona volta ad azzeccare la Direzione.
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martedì, 14 luglio 2009
Onde

C'è un tizio, uno qualunque. Non ha importanza chi sia o cosa stia facendo, o, peggio, cosa abbia fatto. È un tizio del tutto anonimo. Con qualche cosa in più, qualche altra in meno. Uno di quei tipi che si perde facilmente tra la gente, senza particolari che lo lascino ricordare.
È un tizio che galleggia. Il Tempo lo trascina come un'onda. Lo trascina e lo scalfisce. Lo muove e lo ghermisce. Ha un sacco di segni e cicatrici e ferite. Non se ne cura, d'altronde, come potrebbe? Respira, questo è certo. Altri segni di vita non se ne vedono. Aspetta il tempo quando il tempo ha tutta la pazienza del mondo.
Ecco, questo tizio sbatte anche gli occhi ogni tanto. Non per osservare qualcosa, lo fa così, per inerzia, per uno stupido filo di continuità col passato. Lo ha sempre fatto e continuerà a farlo, senza chiedersi il perché.
Il tizio apre la bocca. Muove le labbra come per dire qualcosa. Forse vorrebbe gridare aiuto, forse un nome, forse parole senza senso. Chissà.
Ma questo tizio continua a galleggiare. Nessuno lo può raggiungere, neanche il braccio più lungo o la mano più attraente. Il tempo lo avvinghia travestito da abbraccio.
Mi chiamano. Mi distraggo cercando chi ha gridato il mio nome. Quando torno a guardare il tizio è scomparso. Nessuna traccia, nessuna voce. Neanche un ricordo. Il tizio non c'è più.
Chissà che fine ha fatto.
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mercoledì, 24 giugno 2009
Dolce

Saliamo lentamente.
La donna ha un paniere dai forti odori, di natura buona. Urta gli scalini, il rumore resta appeso ai nostri respiri che si fanno più pesanti a ogni passo. Per ogni urto riserva uno sguardo a ciò che trasporta, a sincerarsi della sua resistenza, come a riprova della bontà del proprio lavoro. C’è molto buio, di quel buio dove i piedi faticano a trovare un appoggio certo. Il loro è l'incedere deciso dell’abitudine, il mio ha il fragore inopportuno dell’essere troppo maldestro.
– Ecco, questa è la mia casa
– Sembra una buona casa
– È un tetto, e delle mura
– E tanta pace
– La pace è solo un traguardo da augurarsi
– Lei sembra averlo raggiunto
– È il genere di meta cui mai si giunge
– Non pare improbabile arrivarci
– Un tempo ho persino creduto di poterlo fare. Sono passati troppi anni, da allora
– Sono ancora in cerca, per quanto mi riguarda. Forse attendo ai limiti di un sospetto, che inizia a farsi largo
– Si, ha i respiri troncati dell'attesa ansiosa, e le mani mai ferme della speranza disattesa
– Ho quasi timore dei suoi occhi, delle sue paure
– Perché? Non c'è volontà di offesa
– È la paura di non poterle nascondere ciò che non vorrei far leggere
– Nessuno può farlo, nessuno può nascondersi, ma abbiamo rinunciato alla lettura reciproca
– Sapessimo leggerci, forse, sapremmo raggiungere la pace
– Cercare la pace è inutile, farlo dà l’illusione della chimera a basso costo
– Eppure ha il sorriso dei buoni propositi
– I propositi hanno la sventura del tempo a perdere
– Il tempo è un avversario scomodo
– Ma leale. Va bene il caffè?
– Leale? forse. Va benissimo.
Apre dei cassetti, si allontana con gli occhi svelti degli spazi conosciuti. Con me resta l’irrequietezza di una verità non compresa. Forse ho la bocca aperta, forse degli occhi troppo espressivi, sarà per questo che Rebecca sorride. È seduta al mio fianco, si toglie dei capelli dalla fronte, sospira e poggia le mani sul tavolo. Le tiene unite osservandole, come a sincerarsi che siano ancora le stesse dei suoi giorni passati.
C'è silenzio.
Tra i nostri sospiri si incunea il rumore del caffè in arrivo, con il suo odore così piacevole e così fuori luogo. Tre tazzine, una zuccheriera un po' troppo sporca e tè preparato chissà quando. Chiudo gli occhi, gustando i rumori lenti che si succedono.
Quando torno ad aprirli due sguardi curiosi mi sorridono. Sorrido anche io.
Restiamo a sedere, nonostante il caffè sia finito. Restiamo come in attesa, come un rituale consumato per esaudire un desiderio, per confermare una speranza, per esorcizzare una paura.
– Meglio che pulisca
– Grazie. È uno dei migliori caffè che abbia mai bevuto
– Non deve ringraziarmi, è un tempo prezioso quello che ci ha donato
Rebecca ha di nuovo le mani sul tavolo. Gioca con dei granelli di zucchero caparbiamente rimasti sulla tovaglia. Sposta l'indice, premendoci sopra, obbligandoli tra le pieghe della pelle, tenendoli con sé, per portarli dove, non saprei. E cresce il desiderio di essere uno di quei granelli, per la fortuna di poter conoscere la sua pelle. Scorge il mio sguardo e sorride.
– Non mi piace una tavola sporca
– Lo zucchero sa essere fastidioso
– Come tutto ciò che non si desidera, ma si ostina a restare
– Succede con tutto, tranne che con chi vorremmo restasse
– Venga con me
Ho bisogno di un po' di tempo per capire che ha preso la mia mano. Sta tirandomi verso le stanze. La sua è una presa calda, non troppo grande, ma decisa.
Mi lascio guidare.
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mercoledì, 21 gennaio 2009
Fantasmi

Vado di fretta cancellando tracce e minimizzando segnali. Quelli ci sono tutti: una sporta ricolma di dubbi incertezze negatività. Mi ci rintano e sento a mio agio. Il bicchiere è mezzo vuoto, e quel mezzo è una virtualità inoculata per endovena mediatica. Poche informazioni e ancor meno volontà. Una decente battaglia civile dovrebbe accaparrarsi la medaglia di Minimo Sentore Pubblico.
Il bicchiere è solo vuoto.
Difficile districarsi tra i meandri delle falsità sbolognate. Sono cazzi nostri, su questo, almeno, non ho dubbi. Ma gli anni passano e fatico a cogliere le divergenze. Anni 50, anni 60, anni 70. Qualche affronto in più qua, qualche assassinio in meno là. Ma non c'è una gran differenza. Stiamo scivolando. Sto scivolando. E l'atrocità che ferisce non sono tanto le violenze istituzionali continue o le menzogne sputacchiate su ogni antenna svettante.
È il mio ruolo.
È questa la vera differenza tra un popolo che ancora muove dei passi verso una direzione, qualsiasi essa possa essere, e un altro che rintuzza le gambe, rintana le voglie, amputa le aspettative. Viviamo tempi talmente bacati che anche una parola come popolo raccoglie negatività o positività, basta lasciarla lambire uno schieramento o l'altro.
Il mio non è più un ruolo, è piuttosto un'inerzia silenziosa. Un osservare esterrefatto. Mi chiedo chi sono e non ho più una risposta. Mi chiedo dove dovrei andare e non ho più una risposta. Mi chiedo perché e non ho neanche il coraggio di sapere se una Risposta possa esistere o meno.
Quel che manca è una scintilla, un desiderio, un varco. Manca questo, lo vorrei, se non altro per abbandonarmi tra le spire di un'illusione. Manca e ne ho paura, perché il divario tra una potenzialità costruttiva e il baratro nichilista è talmente esile da sfuggire a ogni radar autoconservativo.
Il mio è un ruolo da sconfitto e accerchiato. Poche munizioni, orde di nemici ululanti. E nessuna via di fuga. È una sceneggiatura già vista e vissuta. Non resta che chiamare una pausa e urlare sul copione. Ma il regista è altrove. Non ha un volto né la sedia firmata. Oppure ha volto, sedia e posizione sociale, ma è così sordo e inarrivabile da non fare una vera differenza.
In fondo, la democrazia è un patinato e attraente gioco di prestigio. Un fuorviante significato. Ha fallito. Sta fallendo, e non offre vie di uscita. Il sogno illuminista è un solleticante idealismo per fanatici della teorizzazione. Il quotidiano pragmatismo sa come debellare teorie e scardinare teoremi. Il nostro sogno democratico ha fallito. E lo ha fatto ovunque. Il potere del popolo è una declamazione altisonante priva di realismo.
No, non è la soluzione e lo sta dimostrando. I segnali sono ovunque.
E io non posso ricamarmici un ruolo per un motivo così semplice da essere banale: ho bisogno di Risposte e la Realtà attorno non può fornirmele.
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mercoledì, 14 gennaio 2009
TCDCNSC

Non c'è un Gran Motivo. Non l'ho mai avuto. Ho provato a cercarlo ovunque, tra i cassetti disordinati e i calzini maleodoranti. Ma sto Gran Motivo è altrove. A farsi un'amante, a bere birra e scoreggiare in faccia alla sfiga.
Tutte Cose Di Cui Non Sono Capace.
A dire il vero Non Sono Capace di un sacco di cose. Non so fischiare. Dico quel fischiare con le due dita in bocca. Quello acuto, che un tempo serviva a far girare le ragazze, o per farsi notare tra i non notabili. E non son capace di non capacitare. La sublimazione dell'incapacità. In quello sono un dio. Azteco, nello specifico, colorato a tinte forti e con un copricapo a impalcatura. Ecco, le impalcature mi riescono benissimo. Ci ficco di tutto, dalle sfighe raccolte, ai singulti ingoiati. Dalle corna imbalsamate a quelle mai digerite.
A volte viene così, tra un pacco di fogli A3 stampati in quadricromia e una tastiera con la A incriccata. Tra un gennaio in sordina e un dicembre da dimenticare. Viene, ma non resta. Non attecchisce, e non è un problema di pollice verde. È l'aria malsana, l'occhio perdente, il ritmo deludente. Dovrei sveltirmi, organizzare una fuga e costruirmi una Vita Alternativa.
Tutte Cose Di Cui Non Sono Capace.
Dovrei farmene una ragione, ma non sono capace manco a quello. Ho guardato in faccia la realtà e non ho retto lo sguardo. Però ho fissato le punte dei piedi. E quelle hanno tremato.
Forse.
Un poco.
L'odore è quello del gioco dell'oca. Si salta e annaspa, si guaisce e bela. Ma non ci si sposta mai davvero. E l'andare è sempre un po' tornare. Con abiti diversi, coi colori alla moda e con versi levigati. Ma lo scenario non cambia mai sul serio. Vorrei inciderlo, sfigurarlo, smembrarlo. Ferirlo dentro e lasciar gorgogliare il sangue. La rabbia ha bisogno di un capro espiatorio e l'alibi è il dolore che vortica senza uscita.
Ma il braccio è disarmato e la mano tremante. Dovrei essere più deciso, più duro, più tosto.
Proprio così: Capace Nelle Cose Di Cui Non Sono Capace.

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mercoledì, 10 dicembre 2008
II

Il barista è una discussione con una cliente. È una ragazza giovane, carina, dal fisico attraente. Ha sorrisi ripetuti e sguardi accesi. Il ragazzo ci sta provando. Gianni è una curiosità quasi morbosa. Potrebbe distogliere l'attenzione, ma non lo fa. La ragazza è di spalle, impossibile scoprire le reazioni, le volontà. Potrebbe acconsentire, affidandosi a una serata di sorrisi e di sesso veloce. Forse la ragazza ha il suo lui. Immagina una discussione, un litigio forsennato. Uno di quelli che lasciano senza fiato nel buio di un'auto parcheggiata, a discutere con veemenza e l'acredine della ritorsione. E quel ragazzo diventa l'arma della vendetta per un corpo di passaggio. Un'arma da giostrarsi per una notte, forse neanche per intero, forse per qualche ora. Un sesso che diventa rigurgito genitale. Rivalsa agglomerata e giocata in pochi sorrisi e un caffè serale. Il ragazzo ha gli occhi della felicità, ha il sapore della vittoria tra le dita e il probabile successo tra le labbra.
Gianni invidia quel ragazzo. Così tanta invidia da far rotolare una sfera di dolore al centro dello stomaco, dove si raggruma il desiderio di un'altra vita, di un'altra chance. Ascolta e carpisce felicità. Scopre una carne che si cerca e che si trova. Legge una voglia dichiarata e scambiata. Nella facilità di un desiderio c'è tutta la sua angoscia, l'incapacità di offrirsi e offrire. E saper accettare.
Il sole ha toccato il mare. Sulla spiaggia camminano coppie abbracciate e sentimenti spacciati. La luce è un copione da malinconica estasi di gruppo. Sì, Gianni ha accettato. Marisa è un nome o un nick inventato, lui non può ancora dirlo. Uno di quei nomi che si scelgono come copertura, una facciata di rimando per una chat, per un internet stravolto e consumato come veicolo di conoscenza inadeguata. Marisa è un nick, ma anche un volto. Ha una bellezza sfrontata e lo sguardo curioso. Marisa è una foto spedita, un intermediario digitale. Lui ha consumato la curiosità e acceso voglie tra capelli intravisti e corpo celato. L'immagine ha avuto mille e mille parole di contorno, quelle che loro hanno deciso di scambiarsi nella solitudine dei propri computer. Gianni ha accettato, neanche sa perché. Adesso ha batuffoli di indecisione nelle tasche e groppi di rimorsi in gola. Marisa ha giocato le proprie possibilità accatastando domande e infierendo insinuazioni. È un pianeta sul quale doversi spogliare delle proprie paure e accettare un'apertura del sé che Gianni non è ancora sicuro di voler rischiare. Lei diventa un simbolo e una strada. Una speranza e una prova inconsapevole del proprio ruolo da apripista.
Gianni continua a bere. I ragazzi si fanno intimità tra bicchieri e bevande. Marisa è stata parole, sfrontatezza e volontà accerchiante.
Gianni ha risposto come si risponde a una fortuna di passaggio.

– Vorrei incontrarti
– Sicura?
– Lo sono
– Io non tanto
– Perché?
– Coltivo dubbi
– Sei sposato?
– No
– Fidanzato?
– No
– Vediamoci
– Incontrarci è spezzare il filo
– Il nostro è un filo robusto
– Non così tanto
– Ma lo sarà incontrandoci, ancora di più
– Incrineremmo i nostri sogni
– Ho bisogno di fisicità
– Abbiamo ciò che abbiamo. Non è sufficiente?
– No
– No?
– Non più, non abbastanza
– Abbiamo l'anonimato delle parole, dei non-volti
– Ho bisogno del tuo volto
– Ho paura per questo
– Paura del tuo o del mio volto?
– Paura di leggerti. Paura di conoscerti graffiata da altro che non sia ciò che ho costruito nella solitudine di parole senza immagini
– Non puoi costruirti niente di me senza apporvi una realtà fisica, di respiri, di intrecci, di odori, di sapori
– Forse è questo che temo
– Io ho paure, ma non sono queste
– E quali sono?
– Non essere corrisposta. Non poter incrociare le nostre voglie
– Io di recidere il cordone dalle mie fobie
– Potrei aiutarti. Aiutami a farlo
– Non vedo come
– Lasciati incontrare
– Forse
– Non hai un perché per negare
– Al contrario
– Dimmi
– Non posso scovarmi ad amarti
– Perché?
– Non ho sentimenti da offrire. Solo dolori da conservare
– Tu hai il cuore dentro, dovresti aprirti. Io lo sento
– Quello che senti è un lamento. Un'occasione di empatia condivisa tra un occasionale digitare. Ho un rifiuto da giostrarmi e un imbarazzo da tenere a bada
– Mi incontrerai?
– Non lo so
– Vuoi?
– Forse
– Dimmi di sì
– Ti prego
– Hai solo da assentire
– È difficile, lo sai
– Sì, ma fallo per me
– Dovrei?
– Dillo
– Sì
– Sto sorridendo, dovresti vedermi
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venerdì, 05 dicembre 2008
II - Un passato. Mattina

Il tramonto è il volto poetico della fine del giorno e l'ineluttabilità di una perdita in divenire. Gianni è un tavolo in riva al mare e un drink qualsiasi in mano. Ha il mare per orizzonte e guizzi di malinconia attorno. Accetta una discussione con se stesso accentrando lo sguardo e scagliandosi accuse. Ha molti perché da concedersi, come altrettanti uncini che agguantano carne e lacerano prospettive. Sulla pelle un vento che strizza lo sguardo e una moltitudine di sorrisi da bagnante. Lui è un volto che è come una facciata di comodo, un esempio di doppiezza d'animo. Il fuori è un selciato arricciato e pronto a essere calpestato. È l'immagine della disponibilità al sorriso, allo scambio di battute. Il dentro non si sa. La sua autoanalisi accerchia una follia, l'oblio dell'autoconoscenza travalica le sue possibilità. Gianni cerca affetto, forse una chance. Una conoscenza rubata, una donna carpita. Lo cerca con l'ostinazione appiccicata di nastro adesivo sul parabrezza dell'auto, eterno rammento a se stesso, appunto di un dovere da consuetudine sociale. Gianni è la doppiezza di uno spacciatore di parole vergate su una tastiera. Ha una chat come paravento e un'interfaccia di computer come salvezza. Non mostrarsi è la sua felicità, la sua unica chance, la sua forma preferita di condivisione al femminile. Ha deciso da tempo di concedersi l'anonimato per dei tentativi d'approccio digitale. Non ha mai provato a chiedersene il perché: paura, incapacità, insicurezza. Sono figlie del sé, amiche che gridano in un girotondo di aspettative tranciate, una per ogni occasione, che lui ha deciso di giocare e che, sistematicamente, ha perduto nella foga di una consumazione eccitata.
Il ragazzo si avvicina. Ha un grembiule bianco alla vita, l'uniforme ufficiale da barman. Si scambiano sguardi e incrociano indugi. Il ragazzo serpeggia tra i tavoli e controlla bicchieri. Gianni diventa quel ragazzo, si avvolge di aspettative, di successi femminili, di vita consumata, di drink preparati. È un'attesa del fine mese retributivo. I soldi da contare, le discoteche da saltellare. La discoteca è un luogo distante, quasi etereo, che lui fatica a ricordare. Gianni è un pensiero strappato e un conto pagato. Il ragazzo lascia il resto e si allontana. Lui non ricorda l'ultima volta che ha accettato il chiuso di una discoteca, la bolgia di carne saltellante. Il ritmo forsennato dei bassi intestinali.
È una fine giornata come tante. Gianni alza il mento, il cielo ha la ferita di una striscia d'aereo che sfreccia sul mare. È solo un punto nell'azzurro stracciato, una fretta di gruppo rinchiusa in una carlinga d'acciaio. Lui abbraccia i sentimenti dei passeggeri condensandoli in aspettative, ripensamenti, paure. Una linea che traccia l'anima di ognuno di loro. Disegna rette e cerchi e insiemi. Raggruppa emozioni e timori. Gianni è l'immaginazione che corre, l'idea di una stravagante teoria: una parvenza di simulatore di sentimenti, dove riunire le attese, le perplessità e i terrori condensati di ognuno di loro. Si chiede quanti di quei sentimenti strofinati su tessuti vissuti e rivissuti possano essere reali, densi, spessi e definibili come propri. E quanti siano indotti, stimolati, ingannati. È un'idea che si annida, un timore che rotola. Forse lo sono un po' tutti. I loro e i suoi, incanalati e soggiogati. Come il barista. Come il drink. Come il sole che scende piano sull'acqua. Come i bagnanti che attendono quel fuggevole istante di malinconia serrata e sfaccettata che liberi loro l'accenno di un'empatia sentimentale. Che permetta loro un barlume di amore condensato in pochi secondi di luce solare. Gianni ha la tristezza in corpo e la disperazione da tenere a bada. È qui non per caso. È qui perché ha accettato. Tra parole senza senso e battute a effetto, tra uno scambio di sorrisi di soffice superficialità, le ha risposto di sì. Ha accettato per la curiosità di una sfida con se stessi. Gianni ha lanciato sul piatto il se che non ha mai voluto essere. E il piatto ha accondisceso, la sfida è iniziata. C'è un lui da giocare, da mettere in discussione. Un lui che ha sempre scelto un profilo di sbieco, una rinuncia a priori a tentativi d'ineffabile sconfitta preannunciata.
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venerdì, 31 ottobre 2008
III

Gianni è un addensato di preoccupazioni urticanti. Spunta la rassegnazione e la perdita dei capelli, uno stillicidio pilifero quotidiano. Si chiede quanto ancora potranno resistere abbarbicati al cuoio capelluto. Un anno, due? Consuma i giorni nel raccoglierli, fili colorati ormai defunti. Gioca i minuti e allinea sul tavolo capelli persi. Hanno la tensione dentro e le pieghe che un dna capriccioso ha configurato per loro. Il segno tangibile della maturità. Ogni capello è un passo inciso nel futuro e un ricordo da dover immagazzinare. – È il tempo che scorre e non puoi farci niente –. Ricorda questa risposta, ma non l'attimo o il luogo o i volti. Le parole sono sue, ma la scenografia, gli interpreti, sono copioni persi o cancellati e mai ricordati. Sceneggiatura obsoleta e incongruente. – È il tempo che scorre e non puoi farci niente –. Gianni ha pronunciato di nuovo queste parole in uno specchio di luce del mattino. Identiche parole per un identico copione, ma di una pellicola per un unico interprete, egli stesso, vittima e carnefice. Una monografia silenziosa che intinge l'inchiostro nella certezza di una sconfitta.

– Dai, Gianni. Dicci che sapore ha
– Dai, che siamo curiosi
– Tu che sei un intenditore sopraffino
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martedì, 28 ottobre 2008
II

La partenza di Gianni ha l'acidità di stomaco di un virus chiamato fortuna. La stessa fortuna del piccolo paese dove ha deciso di respirare la propria esistenza e giocare i propri passi. Gli input di Gianni sono zolle colorate di marrone a varia caratura e una falsa campagna che distribuisce allegramente pesticidi per le generazioni future. Sul tavolo di legno disegna un'autobiografia tracciandola con un indice screziato di tramontana. Una verità compressa in pochi capoversi: una periferia di una provincia ancora più periferica può regalare solo un simulacro di esistenza e il suo essere è da sempre una proiezione di sogni mai confessati.
C'è un odore violento di frittura andata e grida di piatti impilati. Lo Sconvolto si inabissa nelle cucine con il ghigno soddisfatto di una cassa rigonfia. Una coppia ha pagato il conto e si avvia all'uscita. Il loro è un sentimento ancora vivo, intrecciato di mani e dita, un sentimento che può essere tutto o niente. Per Gianni è un dolore che ritorna senza chiedere il permesso. Enzo è là con loro, come sempre. Come la sua faccia. Come la sua voce. Come le sue battute:

– Dai, Gianni. Raccontaci com'è fatta
– Scommetto che le hai fotografate tutte
– Sì, per stamparle e riguardarle ogni notte
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